| 01 Gennaio 2010
Un pessimista vede la difficoltà in ogni opportunità; un ottimista vede l’opportunità in ogni difficoltà.
[W. Churcill]
Ho scoperto qual è il segreto dei vini di Aldo Vaira!
No, non è nella cura maniacale della vigna; non è neanche nella sua capacità di accompagnare sapientemente l’uva dalla vendemmia alla bottiglia cercando di farla esprimere in modo naturale e al meglio dell’annata; non è nella pulizia che pone in tutte le fasi della vinificazione e nemmeno nella capacità di dosare affinamenti e legni diversi che rendono i suoi vini fini ed eleganti, perfetta espressione delle caratteristiche dei terreni dei suoi vigneti.

Certo, sono tutti fattori importanti, e nemmeno così scontati, che contribuiscono a caratterizzare lo stile dei suoi vini, però il segreto, quello vero, è un altro e, come in ogni racconto che si rispetti, lo svelerò solo alla fine.
Ho “conosciuto” Aldo e Milena direi per “interposta bottiglia”, attraverso il loro Riesling durante una cena di qualche anno fa. Poi le parole di Luca in uno dei suoi “Viaggi” in Barolo (cfr. New Wine Journal di Luglio 2009) mi hanno ulteriormente incuriosito, e così ho deciso di incontrarli di persona e scoprire quello che si cela dietro le loro bottiglie.
Chiamo per fissare un appuntamento e al telefono, dopo essermi presentato, mi risponde la voce gentile e cordiale di Milena che mi dice: “Mi sembra un’ottima idea, poi ogni volta che Aldo racconta scopro sempre qualcosa di nuovo, ma adesso siamo in piena vendemmia ed è un momento critico. Pensa che quando ci siamo sposati, l’unica cosa che mi ha chiesto è: “dammi serenità durante la vendemmia!”, sai, lì per lì non capivo, poi col passare del tempo ho capito cosa intendesse dire! … Quindi, se per te non è un problema, sentiamoci dopo la metà di ottobre”.
Iniziavo a comprendere le parole di Luca.
La giornata fissata per l’incontro è una tipica giornata autunnale di fine ottobre. I colori delle vigne salendo a Barolo sono uno spettacolo, le foglie non sono ancora cadute e il colpo d’occhio, sebbene il cielo leggermente velato, è senza pari. Arrivo in cantina per l’intervista in leggero anticipo, giusto il tempo di darmi ancora un’occhiata intorno e godermi il paesaggio di queste colline.

Cosa c’entra il Riesling con il Barolo?
La storia è lunga. Nasce prima che conoscessi Milena, sui banchi di scuola. Lì ho iniziato a studiare e ad appassionarmi ai Riesling e a coltivare il sogno di realizzarne uno mio, un giorno.
Poi, poco prima di sposarci, decidiamo - a scapito del viaggio di nozze - di acquistare un vigneto, che per l’epoca strapagammo. Facciamo l’atto e, dopo aver firmato, il vecchio proprietario mi dice: “Dammi retta, il nebbiolo piantalo solo nella prima parte, l’altra non è adatta per la vigna”. Avevo appena acquistato e pagato un vigneto classificato per “Nebbiolo da Barolo” e scoprivo che forse avevo buttato via i soldi. C’erano gli estremi per mandare tutto all’aria, ma a quel vigneto mi ero affezionato e soprattutto mi ero affezionato a quello che vedevo in quel vigneto. Dopo qualche giorno, smaltita la delusione, ho preso un escavatore, ho fatto fare dei sondaggi nel terreno e ho scoperto il perché delle parole del vecchio proprietario. Ad un metro dalla superficie c’era una vena sabbiosa e ghiaiosa che non era sicuramente adatta per i nostri nebbiolo. In quel momento però mi si è illuminato il cuore: avevo finalmente trovato il posto per far crescere il mio Riesling. E poi, fare il Riesling mi ha insegnato a fare meglio il Barolo.
Cosa intendi dire?
Riesling e pinot nero sono vitigni che richiedono una grande precisione durante la vendemmia, in vinificazione e nell’imbottigliamento. Il giorno prima ti manca l’aroma, il giorno dopo è ossidato. Sei sempre sul filo del rasoio. Sono vini che ti richiedono tensione costante; da questo punto di vista il nebbiolo è un vitigno un po’più rustico, che può permetterti qualche errore. Sono sempre più convinto che se noi trattiamo il nebbiolo con la stessa attenzione che si riserva al pinot o al riesling possiamo ottenere grandi cose. Diciamo che quel terreno e le vigne di Riesling sono state una specie di palestra: mi hanno insegnato a fare meglio i rossi e a migliorare anche il mio Barolo.
Quando si dice che da una difficoltà nascono le migliori opportunità!
Si è proprio così. E se ci penso, anche gli inizi della mia storia di vignaiolo li posso far risalire ad una situazione analoga. Era il 1972, anno nel quale la qualità dell’uva era così modesta che non era stata autorizzata la produzione del Barolo. Quell'anno i miei compratori abituali di uva non me la comprarono – e come dargli torto! – così decisi di vinificarla per conto mio. Imparai a mie spese cosa voleva dire avere una materia prima fatta in un certo modo o in un altro, e iniziò così la mia esperienza di vignaiolo.
E prima del 1972?
Pur avendo radici contadine, io non sono nato in campagna. Mio nonno faceva il contadino, ma mio padre non aveva seguito questa strada. Io sono arrivato in Langhe quasi deportato da mio padre (diciamo che al liceo ero un giovane un po’ “vivace”). Era la fine degli anni 60, c’era il ’68 a Parigi, era periodo di scioperi e cortei, e mio padre, che fino a quel momento aveva rifiutato di farmi fare la scuola ”Enologica” ad Alba, mi concede la coltivazione di 3000 mq di vigneto. Incomincio così ad avvicinarmi al mondo dei vignaioli. Ho vissuto così 2 o 3 anni: durante la settimana al liceo e il fine settimana qui in campagna a fare il contadino. Dal 1972 al 1984 ho terminato i miei studi e ho frequentato la scuola di agronomia a Torino.
Com’è stato, per te “cittadino”, inserirti in questa realtà?
Io all’epoca ero il “turineis” e 40 anni fa verso il “torinese” c’era più diffidenza di quanto nel recente passato ve ne sia stata per tutti gli extra-comunitari che si sono spinti a cercar lavoro in Langhe. Questo è uno dei pilastri della mia storia: a me manca questa radice, questo legame con il territorio. Ho sempre sentito questa differenza rispetto ai miei colleghi ed è per questo che ho sempre voluto sperimentare: per colmare con la pratica la mancanza di queste radici e di questa tradizione. L’altro grosso problema era che i miei genitori non volevano che io restassi qua. Erano preoccupati che non riuscissi a trovare una ragazza che volesse condividere questa scelta con me”
Mi sembra che la “ricerca” ti sia andata molto bene.
Sì. Nel 1982 conobbi una ragazza - Milena - e iniziò pian piano a prendere forma il nostro progetto. Ricordo che a Natale/Capodanno del 1983 eravamo a Parigi io e Milena, per un congresso. Ad un certo punto scappammo, sapevo dell’esistenza di un bistrot dove vendevano vino a bicchiere, e, avendo già in tasca il biglietto di ritorno, ci sedemmo a parlare e a bere bicchieri di Grandi Vini (Chateau Petrus, Chateau Rotschild, …) fino a quando non finimmo i soldi in tasca. Ad un certo punto Milena mi disse: “Aldo, questi sono buoni, … io però preferisco la tua Barbera!”. La presi come una dichiarazione, il 5 maggio dell’anno successivo ci siamo sposati. Quella era la dimostrazione che non ero ancora un contadino!
Perché?
Perché i contadini non si sposano in primavera! Si sposano sempre dopo le semine o dopo la raccolta dell’uva: mai in primavera. Quello forse è stato l’ultimo momento in cui non sono stato contadino.
Il periodo più difficile?
Il 1986. Quel anno la grandine e il metanolo hanno rappresentato uno spartiacque per le scelte della nostra azienda e della viticoltura nelle Langhe. Erano anni in cui i clienti milanesi mi chiedevano di dichiarare per iscritto che io non mettevo alcol metilico nel mio vino - sorridevo, ma in tanto glielo scrivevo - anni in cui i clienti tedeschi mi telefonavano uno dietro l’altro per annullare gli ordini opzionati. È stato un anno duro per noi e per tutto il territorio. È stato l’anno in cui i contadini abbandonavano la terra, ed è stato il primo in cui vivevamo solo del nostro lavoro in cantina, con la famiglia che stava crescendo. Ho visto i momenti difficili e non li dimentico.
Cosa ti hanno lasciato quegli anni?
Quegli anni e quelle difficoltà hanno fatto crescere in me un’idea chiara: piccolo è bello ma troppo piccolo è pericoloso. Da qui l’idea di non sviluppare la nostra azienda attorno ad un vino ma, per usare un termine un po’ poetico ma che rende l’idea, attorno ad una “tavolozza” di vini. E poi non posso pensarmi a fare un solo vino. Sono stati gli anni in cui abbiamo fatto partire il progetto del Riesling.
Dopo gli anni bui, sono arrivati gli anni dell’esplosione del mercato del Barolo.
Non siamo noi che abbiamo fatto il mercato. Dobbiamo essere onesti con noi stessi e ammettere che ci siamo trovati in un momento unico, magico e felice. Nessuna generazione prima della nostra ha avuto in Langhe la possibilità di crescere così tanto e in così poco tempo. Non avere coscienza di questo è all’origine dei problemi che stanno affrontando alcuni colleghi in questo periodo. Non si rendono conto che i tempi sono cambiati e che forse quel momento magico si è esaurito.
Ti riferisci all’esplosione anno dopo anno dei prezzi?
Io il vino non lo regalo. Cerco di perseguire un prezzo equo che consenta allo stesso tempo, a me di avere una giusta remunerazione del mio lavoro e di mantenere la mia azienda e tutte le sue famiglie, e ai miei clienti di poterlo bere. Poi il “mercato” è impazzito, ed alcuni hanno varcato la fatidica soglia dei 100 euro a bottiglia. A me va bene che ci sia qualcuno che vende a 100 euro, e se riesce a vendere tutte le sue bottiglie sono contento. Per quanto mi riguarda, invece, vorrei che innanzitutto la gente conoscesse i miei vini. Per questo credo che sia importante avere dei prezzi, diciamo, “democratici”.
“Diciamo” una strada un po’ contro corrente
È la strada che abbiamo scelto. Una scelta che ci ha tenuti lontani dalle mode, così come ha dato uno stile ai nostri vini. Mi riferisco agli anni della barrique: tutti alla ricerca della qualità, ognuno con le sue convinzioni. Alcuni si sono lanciati in vini iper-tecnici, iper-concentrati, noi abbiamo preferito puntare sulla bevibilità. Non abbiamo mai voluto fare un vino troppo massiccio, di quelli da “studiare”. Abbiamo cercato un approccio al mondo del vino in punta dei piedi e in silenzio; siamo artigiani che accompagnano la natura, e il vino diventa importante se riesci a far felice qualche persona, a dare gioia ad una tavola in modo delicato e non appariscente: questo per me è il sogno del vino!
Un vino da abbinare a quello che c’è in tavola
Non proprio, o meglio, non solo. A 50 anni mi sono accorto che consigliavo: il vino “per il brasato”, “per la torta di nocciole” o “a tutto pasto”. Oggi, a chi mi chiede con cosa berrei i miei vini, rispondo: “i miei vini? … non con cosa, ma piuttosto “con chi li berrei!”. La tavola è condivisione, il vino è condivisione, e non deve essere più importante della cucina.
Un vino da condividere in buona compagnia...
Per noi la “mensa” non è un luogo per nutrirci, ma è un luogo per comunicare e non limitarci a dire delle cose. Comunicarci sentimenti, gioie, i nostri limiti, la nostra giornata. Lo stare a tavola è un momento importante di una famiglia o di un gruppo di amici, … e allora il vino che accompagna quella tavola ha una grossa responsabilità. Quel vino deve essere calore, gioia, amicizia, condivisione. E, se possibile, riuscire ad esprimerlo a partire dall’etichetta.
Qual è la tua idea di vino ideale?
Il vino deve essere una cosa semplice, delicata e fine. Semplice non vuol dire stupido o sciocco. Il vino è un po’ come gli acquerelli. L’acquerello è una materia quasi trasparente, eppure i colori degli acquerelli ti fanno sognare più di quanto non facciano i pastelli o le tempere. Se dovessi parlare dei miei vini parlerei di acquerelli, è così che li vedo e così che cerco di farli. A tavola il vino mi piace o non mi piace. E mi piace perché lo bevo e finisco la bottiglia.
Da dove nasce questa idea di vino?
Ho sempre cercato di fare dei vini che rispecchiassero e rispettassero il territorio di questa parte di Langa, accompagnando quest’uva, e questa natura, senza intervenire troppo. Da giovane sognavo la campagna, questa campagna, per i ricordi dei pranzi in compagnia dei nonni, per i ricordi di questi colori e di questi profumi. Perché vedevo la campagna d’inverno come il posto dove poter riflettere, leggere e studiare. Sognavo quel camino (dei nonni n.d.r.) e i piedi alzati, con un bel libro ed un buon bicchiere di vino. Un vino così, semplice come gli acquarelli di quel paesaggio. Ora i piedi li tengo “abbassati”, tra la vigna e la cantina 20 ore su 24.
Hai parlato dei nonni e di Milena, quali altre persone importanti nella tua vita da vignaiolo…
Le radici: l’educazione, il rispetto per gli altri che mi hanno insegnato i miei genitori. Il non voler essere protagonista assoluto, l’umiltà e il rispetto della “normalità”. In un mondo in cui è tutto “esagerato”, la normalità diventa eccezione. Gino Veronelli: non posso pensare al giornalismo senza pensare a lui, per me è stato importante, l’idea del “vino del vignaiolo” in contrapposizione al “vino industriale”. La rivista “Vini e Liquori” alla fine degli anni ’60. Nel campo enologico Armando Cordero ieri e poi Gianfranco Cordero oggi. L’incontro con padre Costantino Ruggeri (l’autore delle vetrate della nostra cantina e delle etichette del Barolo Albe e della Freisa Kye) dal 1989 al 2007 vent’anni belli, intensi e importanti. Gianni Gallo (con cui abbiamo realizzato il restyling delle etichette), Gianni Bovio (ricordo ancora con piacere gli stampini di panne cotte che ci ha regalato qualche giorno dopo il matrimonio). Il confronto quasi quotidiano con queste persone mi ha fatto crescere come uomo, ancor prima che come vignaiolo.
A proposito di confronto, com’è il rapporto con i colleghi di Langa?
Agli inizi del percorso: Alfredo Roagna, Romano Dogliotti, Domenico Clerico, Roberto Voerzio; poi le cose cambiano, cambiano le esigenze (la famiglia che si ingrandisce), cambiano i caratteri e cambiamo noi, e quindi le affinità ti portano ad avvicinarti ad altre persone. Abbiamo colleghi, aziende con cui mi trovo molto bene e con cui abbiamo scambi di idee e di pensieri, un confronto costruttivo.
Con Beppe Rinaldi, ad esempio, non ho affinità né culturali né di radici, siamo diversi; però ho per lui un grandissimo rispetto, stessa cosa con Angelo Gaja. Con loro non ci troviamo tutti i giorni, ma ognuno di noi sa che diciamo quello che pensiamo, e anche se abbiamo vedute diverse rispettiamo comunque le idee degli altri. Il vino è un mondo bellissimo, … se non lo metto al primo posto. Al primo posto metto altro.
A questo riguardo, dimmi cosa vuol dire fare un vino in coppia
Qui prende la parola Milena, che con l’eleganza e la dolcezza che la contraddistinguono, tiene a precisare: “No! una nave deve essere guidata da una sola persona. Io credo che ogni giorno della nostra vita, ci troviamo di fronte ad un bivio con 2 strade, … una semplice dritta ed in pianura, una in salita, ripida e tortuosa, beh, io sono sicura che Aldo sceglie sempre la seconda … ed infatti, ama dire, ha deciso di sposare me”.
Cosa ti piacerebbe che una vostra bottiglia raccontasse di voi…
Il nostro lavoro è legato alla terra. Vorrei che raccontasse di questo legame forte, con la vigna e la terra, e che aiutasse a liberare i nostri sensi. Vorrei che quando apri una nostra bottiglia, quando ti metti davanti a questo bicchiere e lo annusi chiudendo gli occhi, ti si aprano i colori di queste vigne - qualunque di questi colori perché sono tutti belli – e, pur non riconoscendo quel profumo o quel altro, tu con la testa e con il cuore ti senti di correre in mezzo a quel vigneto.
Se dico: “Il vino esprime il carattere di chi lo fa!”, tu cosa rispondi?
Sì sono d’accordo. È per questo che Milena al telefono ti ha detto che nel periodo della vendemmia, chiedo serenità. Perché è in quel periodo che si decide il vino. Fare un rimontaggio o una follatura in più o in meno vuol dire avere un gusto o un altro. È il momento in cui entra in gioco la sensibilità di chi fa il vino, e allora se non sei sereno risulta tutto più difficile. L’essenza del mio lavoro è capire l’uva, interpretare l’annata e trasferire questo spirito nel vino. Perché ogni annata è diversa, e se cancelli il carattere dell’annata, cancelli tutto! Se tu sei sereno, solare e tranquillo riesci a trasferirlo al vino. Se sei sereno i tuoi sensi lavorano meglio, riesci a percepire minime variazioni e il tuo lavoro è più semplice e il risultato lo rispecchia. Sì: i vini assomigliano a noi e al nostro carattere.
Domanda d’obbligo viste tutte le discussioni sull’argomento: Tradizionalisti e Innovatori
È stata una semplificazione giornalistica. I giornalisti a quella epoca avevano bisogno di dare una spiegazione; i giovani avevano bisogno di mettersi contro i vecchi per affermare l’esistenza di una svolta. Tutto questo ha portato a far parlare del vino, del Barolo e di questa regione e far crescere il movimento del vino, e allora dico:“ben venga!”, ma dentro di noi produttori non ci deve essere questa contrapposizione. Ognuno di noi cerca il suo percorso verso la qualità, seguendo strade e convinzioni diverse, questa è la cosa importante. Il Buon Senso è quello che ci deve guidare.
Etichetta per etichetta: parliamo di Biodinamica.
Fra qualche anno parlare di bio, farà sorridere le persone. È il minimo! È un po’ l’assurdo a cui abbiamo assistito negli ultimi anni. Colleghi che dicevano: “ho eliminato le botti grandi …” e invece bisognava rispondere: “taglia le botti grandi, non perché sono grandi, ma perché sono marce dentro”. Il tuo vino è buono oggi solo perché la tua barrique è nuova, ma se tu non sei “pulito” tra due anni quella barrique non sarà più pulita e il tuo vino avrà i difetti di prima.
Quindi pulizia in cantina. E in vigna?
Ho assistito negli anni a delle “sciocchezze”, a delle esasperazioni che non hanno senso (vignaioli che dicevano che facevano potature corte da 3 gemme per tralcio, all’inseguimento dell’estremo, perché uno le faceva a 8, l’altro a 7 e quindi lui a 3! … è come dire che ad un bambino taglio i piedi così gli vengono le mani più lunghe e forti. C’è chi dice che dà solo zolfo e rame perché sono naturali. Ma ci sono studi tedeschi che mettono in evidenza che “Il rame è un metallo pesante e nel terreno non va bene”, quindi non “io difendo con il rame” ma “io difendo con poco rame”. Io i trattamenti li differenzio a seconda del tipo di terreno, della pendenza e dell’umidità presente. Ho delle stazioni elettroniche di rilevamento che mi supportano in questo studio; è un grosso lavoro che stiamo facendo per cercare di essere meno invasivi possibile. Ma preferisco farlo in “silenzio”, non deve essere un motivo per vendere i miei vini; il mio prodotto vorrei riuscire a venderlo perché ti suscita emozioni, perché ti viene la voglia di rotolarti in quel vigneto, e magari sai anche che puoi farlo senza avvelenarti.

Hai parlato di vino ed emozioni: e la musica, che so essere tua compagna di viaggio, è emozione. E allora giochiamo con i tuoi vini al: “se fosse musica, che musica sarebbe”
Riesling ’08 – 14%
Abbiamo iniziato a partire dall’ 85. È un Riesling per 70 % alsaziano - 30% tedesco. Abbiamo aperto recentemente delle bottiglie del ’93 ancora molto belle, fresche e minerali. Lo sento femminile ma con personalità. Ti direi Gianna Nannini, con la sua grinta/energia nel cantare.
Dolcetto d’Alba ‘08 - 12,5%
Mi fa tornare indietro alla mia giovinezza. È un vino fatto di contrasti tra profumi delicati e tannini forti ed energici. Allora mi viene in mente Mino Reitano. Non perfetto, ma con una sua armonia, e una sua personalità.
Dolcetto Coste e Fossati ‘07
Il vigneto Coste è un sud pieno (che dà colore, alcol e struttura), il Fossati prende invece il sole del mattino (matura lentamente è dà al vino nerbo, freschezza e acidità). Penso ad Ornella Vanoni quando era giovane, “nature” (quando mi faceva sognare). Con qualche spigolosità – ma sensuale e piena di grinta, capace di armonizzare contrasti.
Barbera d’Alba ’07 14,5%
È un vino che cambia molto e ha bisogno di tempo (metà botte grande e metà acciaio). Come cantante, penso a qualcuno di più cerebrale, di testa. Uno che sia capace a cantare e fare poesia. Istintivamente mi viene da pensare a dei cantautori, a Francesco De Gregari.
Barbera d’Alba Superiore ’06 14,5%
Non ho dubbi: Paolo Conte. È una musica con accenti bei vivi e con un bel suono di chitarra. Questo è un vino come Conte, uno che racconta il Piemonte; è come la sua musica, elegante e fine, non una nota sola ma un piacevole accordo giocato su sonorità tipiche della sua tradizione.
Langhe Rosso ’06 - Pinot Nero– PN Q479
Penso ad un musicista, non ad un cantante. Questo è solo musica, senza parole. Eleganza, finezza, sobrietà e piacevolezza, ma anche giovinezza: mi viene da pensare al pianista Ludovico Einaudi.
Langhe Nebbiolo ’07 14%
È un nebbiolo che proviene dai giovani vigneti di Barolo e Sinio (sabbia argilla compresse, che regalano profumi stupendi). È un nebbiolo elegante, fine, raffinato ma giovane. È una poesia che è musica. Penso ad Angelo Branduardi, a canzoni come “Alla Fiera dell’Est”
Barolo Albe ’05 14,5%
Qui il lavoro in cantina è mirato a preservare il frutto e cercare di portare sulla tavola un vino piacevole e bevibile. Caratteristiche che ricerco sia nei vini “giovani” che nei vini con 36-40 mesi di cantina. C’era il desiderio di fare un barolo piacevole, che avesse tutti i canoni del barolo, ma che potesse essere accessibile fin da giovane. Perché la prima volta che ho bevuto un barolo non l’ho amato. C’era il desiderio di fare un barolo per avvicinare le persone questo vino.
Albe perché, d’estate, ai Fossati il sole sorge alle 6 del mattino, alla Volta un po’ più tardi, alle Coste dopo le 8. Un vino che si tornasse a bere. Qui c’è solo attenzione in vinificazione e pulizia. Ecco l’importanza di conoscere il Pinot Nero e il Riesling e la loro scuola. È un Barolo “democratico”in tutti i sensi. Penso a qualcuno che possa cantare ciò che ha scritto, e allora per me la gamma si restringe. Ti direi un Francesco Guccini. C’è una riflessione in quello che scrive, è uno che scrive e che pensa. I suoi testi sono poesia, ti fanno riflettere, non sono banali ma allo stesso tempo non sono ermetici, e sa rendere semplici i pensieri profondi, un po’ come ho voluto che fosse questo barolo.
Barolo Bricco delle Viole ‘05
Elegante, fine e morbido. Bevo questo vino e penso a Fabrizio De Andrè. Perché è il mio cantante preferito, perché per me ha fatto le canzoni più belle, pur con una voce un po’ roca non perfetta, ha delle musicalità che io amo molto e che per me sono quelle di questo barolo, ha una sua rusticità anche nella musicalità. Sa mescolare in modo mirabile il dolce, il triste, il melodioso e l’ironico come nessun altro credo sia riuscito a fare. Ha saputo coniugare la tradizione e la modernità, in lui c’è tutto come credo ci sia tutto in questo vino. Questo è il vino che io amo di più. Lo amo perché non è perfetto, perché è pieno di contrasti esattamente come la musica di De Andrè (l’Albe forse è perfetto, levigato e liscio). Questo vino adesso non è liscio, lo diventerà col tempo. È un vino che non mi stancherà mai, mi viene in mente la Canzone di Marinella.
Freisa ’06 Kyè
È tra i meno facili, richiede tempo, non è immediato. Subito sembra più chiuso rispetto agli altri, poi inizia ad aprirsi e a raccontarti chi è. Mi viene in mente il primo Lucio Dalla, quello alla Nuvolari. Se penso ad un cantante d’oltre Oceano non esiterei a dirti Bob Dylan.
Moscato ‘09
Non ho dubbi: Fiorella Mannoia o, visto che questo è ancora in botte: Laura Pausini.
Che per Aldo e Milena, l’esperienza più bella che l’uomo possa fare sia quella di avere fiducia nel domani ed entusiasmo per continuare a sognare, lo si percepisce immediatamente al primo incontro. La stessa fiducia e lo stesso entusiasmo che gli permettono di piantare nuove vigne, di ampliare la cantina, di tuffarsi in nuove imprese (l’azienda Baudana, per consentire al figlio Giuseppe di iniziare a tracciare il proprio sentiero n.d.r.) e di accettare con serenità annate grandi ed altre meno importanti. In un’epoca in cui sembra prevalere chi strilla più forte e chi fa dell’esasperazione una ragione di vita, il loro stile un po’ “controcorrente” fa storia a sè. Se a Milena chiedi qual è la sua filosofia di vita ti risponderà: “La sinfonia delle cose belle della Vita e, per noi, anche della campagna e della cantina, non ha bisogno di strilloni e di titoli a tutta pagina. Ha bisogno di persone attente, sensibili che sappiano di avere un’intelligenza, degli organi di senso e di buon senso. E che li usino”
Parafrasando Nicola Piovani (musicista e compositore) potrei dire che: “I vini di Aldo sono come le canzoni di De Andrè: non sono di moda. Infatti la moda, effimera per definizione, passa. I suoi vini, come le canzoni di De Andrè, restano!”
A questo punto posso svelare quanto promesso. Il segreto dei vini di Aldo è lì, in quella prima foto all’inizio dell’articolo. È la capacità di trasportare nei suoi vini lo sguardo e lo spirito con cui Milena lo sta guardando. E se Aldo è d’accordo nell’affermare che il vino esprime il carattere di chi lo fa, io aggiungo che lui ha la fortuna e la capacità di portare nei suoi vini anche lo spirito, la dolcezza, l’eleganza e la passione di Milena. E se vi capita di aprire una bottiglia di Bricco delle Viole riuscirete a comprendere perché è il vino più amato da Aldo. Perché è Milena in bottiglia.
Perché è
“…una finestra da cui osservare il susseguirsi delle stagioni sulle colline, la maturazione dei grappoli nei vigneti, l’affinarsi dei vini in cantina. Un luogo che parli della nostra terra e di noi che lavoriamo per raccoglierne i frutti migliori.” [Milena Vaira]
Vini Assaggiati
Langhe Bianco – Pètracine – Riesling ’08 – 14%
Sentori agrumati poi albicocca, pesca, pera e via via note più dolci e complesse di caramello e crema mou. Se si è pazienti escono note floreali e minerali che rendono al naso questo vino piacevolmente fine, ricco e complesso. In bocca è avvolgente, fresco, sapido e con una verve di acidità decisa ma ben equilibrata dalla morbidezza. Lungo e persistente. A tavola è difficile che ne rimanga in bottiglia.
Dolcetto d’Alba – Coste e Fossati –‘07 – 14,5%
Rosso rubino intenso. Al naso è un esplosione di frutta matura di mora, mirtillo, prugna e poi liquirizia e un sentore floreale di erbe di montagna. In bocca si ha un piacevole contrasto tra la morbidezza e la dolcezza del frutto e l’impatto con tannini forti. Fresco e sapido. È “alto” in tutto e riesce a mantenere una piacevolezza di beva straordinaria. Io che non amo i dolcetti, ho dovuto ricredermi. Da provare.
Barbera d’Alba Superiore –‘06 – 14,5%
Al naso è piacevole: fresco, fruttato e floreale. I sentori intensi e armonici di amarena, lampone e confettura si completano con una lieve nota speziata di cioccolato e di liquirizia. In bocca equilibrio perfetto tra dolcezze, morbidezze e acidità. È una barbera fine ed elegante, buonissima e piacevole da bere da subito.
Langhe Rosso - PN 497 - Pinot Nero ‘06 – 13,5%
Rubino intenso. Bel naso, ricco, piacevole e in costante evoluzione. Dal fruttato di ciliegia e frutti di bosco al caramello con leggere note speziate di pepe e cipria. In bocca è piacevolmente dolce, caldo, morbido, fresco e sapido. È un vino elegante, lungo e persistente.
Langhe Nebbiolo - ‘07 – 14%
I giovani vigneti di Barolo e Sinnio (sabbia e argilla compresse) regalano a questo vino profumi stupendi. Dai floreali fini di rosa e viola, si passa a delicati sentori speziati e fruttati. In bocca è un vino, seppur giovane, equilibrato, elegante, fine e raffinato. Un altro vino in cui piacevolezza di beva, eleganza e finezza lasciano il segno.
Barolo – Albe – ‘05 – 14,5%
Aldo voleva fare un vino che fosse il primo passo per avvicinarsi le persone al barolo. Un vino che si tornasse a bere. Direi che con questo vino ci è riuscito perfettamente. Tutto il lavoro in cantina è stato mirato a preservare il frutto e cercare di portare sulla tavola un vino piacevole e bevibile, e i risultati si ritrovano tutti nel bicchiere. Al naso si apre fruttato e delicato: frutti di bosco, ciliegia e lampone, poi note vegetali di fieno, erbe amare e balsamiche e infine sentori speziati di cioccolato e liquirizia. La bocca è piacevole, fresca e minerale con tannini fini, ma netti e ben equilibrati. Un vino “semplice” ma non banale. Un vino “non simmetrico”, ma per Aldo questa è la bellezza.
Barolo – Bricco delle Viole – ‘05 – 14%
Al naso è bello e di un eleganza stupenda. Sentori floreali di viola e di rosa che si mescolano in modo armonico al frutto di lampone, ciliegia sottospirito e mora. Poi ancora speziato di liquirizia, cacao e una nota balsamica. In bocca le aspettative olfattive trovano perfetta corrispondenza: morbido, caldo, sapido, lungo con tannini fini che lasciano una piacevolezza unica. Un vino elegante e fine. Per me è uno dei miei Barolo preferiti. Aldo lo ama perché non è “perfetto” ed è un po’ “rustico”, io perché è un Barolo che non smetteresti mai di bere.
Langhe Freisa – Kyè – ’05 – 14%
È stato l’ultimo dei vini assaggiati, non a caso. Se leggendo Freisa, la vostra mente vola a quei vini leggeri, freschi e con quel dito di spuma, siete fuori strada. Il colore granato è un primo indizio. Questo è un vino con un naso complesso di grande eleganza ed armonia. Sentori fruttati di ciliegia e piccoli frutti rossi, poi una nota floreale per completare il quadro olfattivo. In bocca è caldo, morbido con un tannino fine ed elegante. Un vino di struttura ma ben equilibrato e di piacevole beva.






