| 01 Dicembre 2009
[Eleanor Roosevelt]
Non ho dovuto pensare molto, dopo aver conosciuto Fabrizio, a quale aforisma avrei fatto ricorso per introdurre questa intervista. A questo pensiero sono molto affezionato. Le cose più belle e grandi della vita nascono dai sogni; rinunciare a sognare è come rinunciare a vivere, perchè sognare vuol dire guardare avanti e a quello che potrebbe succedere domani.
Da appassionato del vino, l’unica cosa che posso augurarmi, visti i risultati, è che Fabrizio continui a sognare e che i suoi sogni continuino a realizzarsi.
Ma facciamo un passo indietro. Siamo agli inizi di agosto, stavo parlando con un vignaiolo, e dovendo individuare un produttore del Monferrato (una zona del Piemonte che, a dire il vero, non conoscevo molto bene) a cui far raccontare la sua storia e il suo territorio, gli ho chiesto quali fossero secondo lui i “vignaioli interessanti” da incontrare. La sua risposta è stata: “Nel Monferrato? Non ti puoi sbagliare! Ce ne sono solo tre con cui vale la pena parlare: Iuli, Iuli e poi Iuli”. L’attendibilità della fonte non ha fatto che accrescere la curiosità di incontrare questo vignaiolo, di cui, fino a quel momento, avevo solo raccolto giudizi favorevoli. È così è stato.
Ci siamo incontrati in una piacevole giornata autunnale, con luce e temperatura che invogliavano a stare all’aperto. Abbiamo così deciso di iniziare la nostra chiacchierata passeggiando tra i vigneti, che in questa stagione hanno dei colori unici: il rosso delle foglie del Barbera, il giallo delle foglie del Nebbiolo con i colori del bosco a fare da cornice. Forse è per questo che se chiedete a Fabrizio quali sono i momenti più belli per vivere la vigna vi risponderà sicuramente che l’autunno è uno di questi. Passeggiare per le vigne con Fabrizio è un’esperienza piacevole, soprattutto se avete la passione per il vino e per i suoi racconti. E se non ce l’avete, sono pronto a scommettere una buona bottiglia di Barbera che Fabrizio riuscirà a trasmettervela.
“Domanda di rito: come hai deciso di fare questo mestiere?”
Diciamo che il mio è stato un percorso un po’ strano. Ho frequentato la Scuola d’Arte per Oreficeria, che non c’entra nulla né con la coltivazione della vigna, né con la vinificazione delle uve. Ho iniziato con mio padre che aveva un’azienda agricola, e con un solo ettaro di vigna (quella del 1930, da cui oggi proviene il Barabba). Il vino che producevamo veniva imbottigliato e venduto nel ristorante di mia mamma. Terminate le superiori e fino a poco prima dei 30 anni ho fatto l’agricoltore (per dirla tutta, diciamo bassa-manovalanza). Non avevo molte responsabilità; questo mi ha permesso di viaggiare molto e, credo, anche di aprirmi la mente attraverso il contatto e la conoscenza con molte persone. A trent’anni poi, avendo deciso di fermarmi a vivere e lavorare in campagna e ritenendo che il vino che facevano mio padre e mio nonno fosse migliore di altri provenienti da cantine più blasonate, scelsi quella che ritenevo fosse la cosa più sensata da fare: produrre vino.
“L’arte orafa e quella enologica non mi sembrano molto parenti”; come è avvenuta la tua formazione da vignaiolo”
Diciamo che, come vignaiolo, sono un autodidatta. La mia formazione è avvenuta grazie alla conoscenza e alla frequentazione di alcuni produttori. Produttori che a mio parere facevano vini buoni, e che mi hanno dato consigli e indicazioni su come migliorarmi: Miani, Serafini, Le Due Terre, … quelli che erano amici e sono rimasti amici. È da loro che ho imparato la “cultura della vigna”. Poi sono stato anche fortunato: quando ho prodotto la mia prima annata, ho provato a mandare i miei vini ad un distributore che aveva una grandissima selezione di vini italiani e stranieri. Grazie a lui ho potuto confrontarmi con grandi produttori e questo è stato uno stimolo ed un modo per imparare più velocemente.

“Pensi che essere stato un autodidatta abbia costituito un handicap?”
A dire il vero credo che per certi aspetti sia stato anche un vantaggio. Pian piano che ti fai esperienza ti accorgi che certe cose che ti vengono insegnate sono un di più. Sono dieci anni che faccio questo mestiere e oggi ti dico che non faccio neanche più le curve di maturazione sull’uva. La vigna è sempre la stessa, e ti assicuro che quando il tasso mi mangia l’uva, vuol dire che è matura, perché altrimenti la lascia sulla pianta e aspetta. Perciò dopo un po’ che conosci le tue vigne, non hai bisogno di verificare il ph o l’acidità, perché non c’è nessun animale, nessun uccello che mangia l’uva se non è matura. E allora non vedo perché devo spendere un mucchio di soldi per avere più o meno le stesse risposte, che mi dà la natura? In questo senso ti dicevo che è quasi un vantaggio non avere “basi strutturate”. Così sei costretto a non mediare e, non avendo nozioni di chimica (perché poi sostanzialmente l’enologia è chimica!), a dedicare tutta l’attenzione al lavoro in campagna e alla vigna.
“A proposito di campagna e di vigna, parliamo di Biodinamica: qual è la tua idea a riguardo?
Più che la B di Biodinamica, preferisco la B di Buon Senso. Oggi credo che fare Biologico o Biodinamico sia di fatto un “cliché”, e che certi produttori siano semplicemente usciti da un cliché per entrarne in un altro, che sicuramente fa parlare e segue le tendenze di moda e del mercato. Da noi la vigna e tutta la parte agricola sono certificate biologiche; ma io non faccio e non farò né vino biologico, né biodinamico. Io, se posso, in cantina non uso i lieviti, non uso solforosa se non dopo la fermentazione malolattica, dopodiché pochissima, ma la uso. Per i lieviti dipende dall’annata. Se è un’annata ricca come quest’anno, che passa i 14,5%, puoi decidere di non utilizzarla, ma rischi che ti rimanga del residuo zuccherino, con le conseguenza ben note. Insomma, più che la Biodinamica, ci vuole il Buon Senso. Quello che intendo dire è che molti oggi cercano di curarsi con la medicina omeopatica, ma se ad un certo punto hai bisogno di un antibiotico, usi il Buon Senso, lo prendi e basta! Purtroppo non è così scontato usare il Buon Senso.
“Diciamo quindi che appartieni alla categoria dei “non interventisti”
Sì! Io sono convinto che fare un vino, molto giocato sull’uva, cioè sulla parte agricola, cercando di non intervenire in cantina, sia la strada giusta. Certo, in cantina presto attenzione ai travasi, ma non filtro, non chiarifico non stabilizzo: insomma non faccio un bel niente. In cantina meno si interviene e meglio è. Ovviamente in questo modo ottieni vini che richiedono più tempo di attesa per essere messi sul mercato, perché devi aspettare che il vino si prepari da solo. Non c’è assolutamente nulla di strano nel fare una chiarifica. Se non la fai il vino fa lo stesso percorso, ma con sei mesi o otto mesi in più: semplicemente seguendo i suoi tempi.
“Perché questa scelta?”
Perché, normalmente, questi risultano essere vini che durano molto di più nel tempo. La mia idea è di riuscire a fare vini così. E te lo dico più da appassionato di vino che non da produttore. Perché, in realtà, da produttore, ti dovrei dire il contrario, in quanto prima un vino è pronto, prima lo metti sul mercato e prima incassi. Da appassionato, invece, è bello bere bottiglie di 20, 30 o 40 anni di vini ancora buoni, e se li hai fatti tu …
“Se li hai fatti tu, suppongo che sia ancora più bello!”
Si, è ancora più bello. Ho avuto il piacere e la fortuna di assaggiare una bottiglia di Bordeaux: un Cos d’Estournel del 1928. Io non amo particolarmente questi vini, ma quella bottiglia era sorprendente. A parte il fatto che era buono; un vino di 81 anni buono! Senza sapere cosa stessi bevendo avrei detto al più un vino di 20-25 anni. Certamente non 81, perché era un vino con ancora del frutto, e allora pensi: “Ma 81 anni fa come facevano? Facevano delle analisi?, guardavano le curve di maturazione, o altro?” Non facevano niente di tutto ciò! Avevano però la cultura della vigna, e magari osservavano il tasso. Quelle bottiglie sono sorprendenti per quello che hanno da insegnarti. Oggi bevi delle bottiglie che dopo 10 anni sono dei “cadaveri”, mentre quello, 81 anni, era ancora buono, fruttato, perfetto. Quella è la strada giusta. E se ce l’hanno fatta loro possiamo provarci noi. La sfida è fare il vino senza aggiungere niente, … senza “fare niente”. Facendo sì i travasi, ma poi lavorando qui (indicandomi con la mano la sua vigna di pinot nero). Il mio sogno è riuscire a fare vini così.
“Cosa è cambiato dalla tua prima vendemmia”
Diciamo che la prima vera annata fu con la Barabba del 1999. Per me un vino molto buono e sono orgoglioso che sia stato il primo vino che ho prodotto. L’unica cosa che è cambiata un po’ nel corso di questi anni è l’idea che avevo e che via via mi sono fatto del vino. Man mano che lo fai cresce il tuo gusto e, conseguentemente, cerchi di fare dei vini che piacciano a te. Se all’inizio la cosa più semplice, soprattutto lavorando su una varietà come la barbera (dotata di una elevata acidità) era giocarsela sulla polpa e fare un “vinone” (in quegli anni era ed è la cosa più semplice, ed anche i bianchi erano così), man mano che sono andato avanti ho cercato di giocare un po’ più sull’equilibrio e sull’eleganza, per ottenere dei vini piacevoli da bere. In questa ricerca della piacevolezza, credo che ci sia molto del fatto che mia mamma avesse un ristorante. Sono sempre stato convinto che il vino buono è quello che ti fa finire la bottiglia e che finisce prima: aiutare mia mamma ai tavoli ha semplicemente rafforzato questa mia convinzione. La bevibilità è, a mio avviso, la caratteristica più importante del vino. Ed anche per un grande vino deve essere così.
“Cosa vuol dire per te Grande Vino”
Io mi immagino che bere una bottiglia di vino sia come fare una scala di 30 gradini. I vini buoni ne fanno 20; quelli un po’ più buoni arrivano al 25°, poi, ma sono sempre di meno, ci sono quelli ancora un po’ più buoni che arrivano al 27° o al 28°. Ma sono quegli ultimi scalini, il 29° e ancor di più il 30°, che sono i più difficili da fare. Quando hai la fortuna di incontrare questi Grandi Vini, non inizieresti neanche a berli per quanto bello, profumato, ricco e ampio è il naso, che cambia in continuazione regalandoti emozioni uniche. Poi, quando finalmente trovi il coraggio di iniziare a berli, non ti fermi al bicchiere e non finiresti mai. Non ti staccheresti più da quelle bottiglie, da quanto sono buoni. Quella è Capacità, Sapienza, Conoscenza Sensibilità. E sono rare. Quindi è giusto che valgano così: paghi per quegli ultimi gradini che quel vignaiolo ha saputo fare.
“Hai parlato di Capacità, Sapienza, Conoscenza e Sensibilità, tutte rigorosamente con la maiuscola. In una parola: ‘terroir’. Una parola un po’ troppo abusata. Non credi?
Purtroppo sì! Si parla sempre più spesso di terroir, a volte anche a sproposito, perché, per i modi moderni di fare vino, il terroir è quasi sparito. Microclima, esposizione, composizione del suolo e mano del produttore, dove quest’ultima dovrebbe essere la prima e la più importante nell’identificare un terroir. Spesso, invece, accade di assaggiare un vino e ricondurlo ad un enologo piuttosto che ad un altro: il rischio è che bevi delle bottiglie di vino di produttori diversi, di zone diverse, tutte uguali tra loro. Possibile che ogni anno vengano premiati enologi consulenti che girano per l’Italia da nord a sud, e mai uno di quegli enologi che fa il suo vino? E guarda che ce ne sono tanti! Il vino deve essere riconducibile al vignaiolo e al suo terroir.
“I momenti più belli e quelli più brutti”
Forse più che momenti brutti, direi un rimpianto: il fatto che mio nonno non abbia potuto assaggiare i vini che ho fatto io. Lui era il vero appassionato del vino e della vigna; a lui il mio vino sarebbe piaciuto e gli sarebbe piaciuto dirmelo. Momenti belli ne ho avuti tanti, sicuramente di più che brutti, anche perché tendo a ricordare più quelli belli, che quelli brutti. Grandi bevute con grandi appassionati di vino. Uno dei momenti più belli è stato sicuramente quando è venuto in cantina Veronelli. Abbiamo pranzato insieme, abbiamo parlato di vino e ha assaggiato i miei vini. Per me Veronelli rimane il Faro! Parlare di vino di qualità 40 anni fa, era da pochi, … da grandi. Altri momenti belli? Quando nelle degustazioni ti accorgi che il tuo vino viene fuori su altri grandi.
“A proposito di giornalisti. Com’è si sono incontrati un giornalista “estroverso” come Gad Lerner, ed un vignaiolo “riservato” come te?”
Noi ci siamo conosciuti al ristorante di mia mamma, dove veniva spesso a mangiare. Un giorno arrivo a casa e mia mamma mi dice che Gad voleva parlarmi, perché stava acquistando una cascina da queste parti e voleva iniziare a piantare una vigna. Per lui che non aveva mai avuto una casa di proprietà, l’idea di piantare una vigna significava davvero mettere le radici. Ricordo ancora cosa mi disse: “Io non voglio fare il vino per “fare il vino di Gad Lerner”, non voglio fare il vino “per bermi il mio vino”, voglio fare un vino che deve essere “un vino ben fatto”; se pensi di volere o potertene occupare, lo facciamo, se no non se ne fa niente!”.
“Quanto può essere ingombrante avere un socio come Gad Lerner”
Non è minimamente ingombrante. Il fatto di essere socio è l’ultima delle cose. È un amante del vino e della buona cucina. Non arriva dal mondo del vino, ma è una persona a cui piace bere vini buoni. Ha imparato a conoscere il vino attraverso grandi personaggi come Beppe Rinaldi e Maria Teresa Mascarello, da cui ha imparato a guardare al mondo dei vignaioli con grande riguardo. Tra di noi esiste un grande rispetto dei ruoli; se per assurdo domani decidessi che la barbera la vinifichiamo in “bianco”, va bene così. Ogni volta che ne ha l’occasione sottolinea che il vino non lo fa lui e, ci tiene a precisare, che “non comprerebbe mai il vino fatto da Gad Lerner”. A me non pesa per niente, anzi. Prima di tutto siamo amici e poi viene il resto.
“Lanciamo qualche provocazione”
Ho la sensazione che nel mondo del vino ci sia un po’ troppa prosopopea; marchi ed etichette un po’ troppo scontate. C’è poco interesse per andare a vedere realmente cosa c’è dentro una bottiglia di vino o come tu vinifichi il vino. Si parla di DOC, DOCG, fascette e quant’altro, con tutte le polemiche che gli ruotano intorno. In compenso si parla poco di vino e ancora meno di quello che c’è nel bicchiere. Quando metto il vino in bottiglia sono consapevole che quel vino esce con il mio marchio, su quella bottiglia c’è il mio nome: questa dovrebbe essere la miglior forma di garanzia che ogni vignaiolo dovrebbe dare, al di là di DOC, DOCG e altre denominazioni..
“Passare dalle DOC alla Garanzia del Produttore”
Qualcosa del genere. Nino 2006 non c’è, Barabba 2005 neppure. Non uscire con quei vini ovviamente è costato. Io vorrei che un giorno, chi compererà i miei vini, quasi non li comperi neanche più perché quella annata è una grande annata o perché sono stati premiati, ma li comperi perché sono i miei vini, per quello che c’è dietro quei vini, per il mio modo di fare il vino, per chi sono, per quello che sto facendo e per la mia idea del vino. Secondo me, quando noi vignaioli saremo riusciti a comunicare questo messaggio, avremo fatto centro.
“Una di quelle soddisfazioni di cui sei fiero”
La Provincia di Alessandria invita 9 aziende della provincia, tutte premiate con le loro Barbera sulle principali guide. Degustazione alla cieca: 9 vini, 9 bicchieri, punteggi dal 1 al 9. Presenti tutti i produttori delle 9 Barbera, poi tavoli misti, giornalisti, altri produttori e rappresentanti delle istituzioni. Al di là del risultato finale, l’unico dei produttori che si è azzardato ad indovinare quale fosse il suo vino sono stato io (il mio vino era il numero 8 n.d.r.). Un altro bravo produttore di Barbera, aveva risposto “Sono incerto tra due, ma vorrei che fosse la numero 8”. Per me non era importante vincere, ma aver avuto la soddisfazione di aver riconosciuto il mio vino e che lui risultasse quello maggiormente votato dal tavolo dei 9 produttori in gara!
“La cosa più stupida che hai sentito nel mondo del vino”
Quando sento qualcuno che dice “questo vino adesso non è buono, ma tra cinque anni sarà buono”. Diciamolo: questa è una balla! Non bisogna prenderci in giro e prendere in giro. Un vino se non è buono, “miracolosamente” non diventerà mai buono. Il vino se è buono, deve essere sempre buono! Quindi devi avere il coraggio di spillarlo dalla botte, perchè è importante anche educare ed abituare le persone ed il loro gusto ad assaggiare i vini non-pronti, ma non per questo non-buoni.
“I sogni e le idee per il futuro?”
Io sono e rimango un contadino. La mia idea per il futuro è quella di continuare a fare questo mestiere. Condurre una vita normale, provando a fare le cose che piacciono a me e vivere “normalmente bene” di questo. In parte è ciò che sto facendo, mi auguro di poter continuare così. La mia ambizione, invece, è riuscire a far capire un po’ di più quelli che sono i vini “veri”. Perché credo che quando sono veri, i vini sono anche buoni.
“E i sogni?”
Ne ho tanti. Uno anche sulla Barbera. Noi che veniamo dal Monferrato siamo un po’ sfigati, siamo una realtà un po’ fuori dai riflettori. Mi piacerebbe allora che qualcuno organizzasse una bella degustazione alla cieca, di barbera importanti. Diciamo 3 o 4 dell’alessandrino, 3 o 4 dell’astigiano e 3 o 4 delle langhe. Si scelgono 6 annate dal ’99 in avanti, … per vedere che cosa viene fuori, … perché sono sicuro che ne vedremo delle belle, e scopriremo tante sorprese e che tanti vini pluri premiati scompariranno. … perché sono convinto che i vini dei vignaioli verranno fuori! E, visto che è un sogno, allora sogno bene, e quindi vorrei che a questa degustazione partecipassero anche quei giornalisti che scrivono di vino, quelli che determinano e indirizzano i consumi e le scelte di molti consumatori e vedere cosa viene fuori.
“Cos’è per te il Nebbiolo, e quando vedremo realizzato un nebbiolo in purezza?”
Per me il Nebbiolo, insieme al Pinot Nero, è la varietà più interessante in assoluto. Ho sempre avuto il sogno di vinificare un Nebbiolo in purezza nel Monferrato e vedere come veniva. Ora lo so, e se la vendemmia 2010 sarà una buona annata, lo vedremo nel 2013. Vorrei che quel vino potesse dare dignità a questa zona meno nobile del Piemonte viti-vinicolo.”
Per farmi comprendere quali fossero le sue intenzioni, mi ha portato in cantina e mi ha fatto assaggiare i suoi “sogni di nebbiolo”. La bellezza e la finezza dei terreni di questa zona si sono ritrovate nei nebbiolo estratti dalle botti. La prova bevuta, di cosa volesse dirmi con “lavorare sull’uva, stando attenti a fare esprimere al meglio il vitigno, il territorio e le loro caratteristiche e riuscire a portarle nel bicchiere”
Quel Nebbiolo, quando uscirà – continua Fabrizio - sarà concepito come un Barolo. Si chiamerà Monferrato Rosso (perché tutti i disciplinari e le leggi ci impediscono di chiamarlo Nebbiolo) ma quando uscirà avrà fatto 2 anni e un po’ di legno e un altro anno di bottiglia. Il mio sogno è di mettere in bottiglia un Nebbiolo in purezza, avendo la certezza (e anche qualche anno in più di vinificazione e di età della vigna alle spalle) che sarà almeno buono quanto quei vini, possibilmente più buono. Voglio fare un Nebbiolo che possa essere messo in degustazione con dei Nebbiolo o dei Barolo e giocarsela bene.
“Adesso parliamo di vini, ma vorrei che lo facessimo in modo diverso. Hai presente il gioco del “se fosse…”?! Bene, me li presenterai giocando con ognuno di loro al gioco del “se fosse un personaggio dello spettacolo (maschio o femmina), che personaggio sarebbe” e del “se fosse musica, che pezzo sarebbe”
E così abbiamo iniziato a giocare. A tavola eravamo in tre, ognuno con le proprie idee su i suoi “per me sarebbe…”. Il gioco e le discussioni si sono fatte via via sempre più coinvolgenti. E senza che ce ne rendessimo conto siamo riusciti a parlare per più di 2 ore di vino. In un modo un po’ insolito, ma divertente; spero anche per chi leggerà le prossime righe.
Pinot Nero – Nino ‘07
L’idea è quella di cercare di fare un pinot nero come si fa in Borgogna (anche se io sono convinto che, in realtà, solo in Borgogna si fanno i pinot noir mentre in Italia, per ben che ti vada, fai dei pinot-nero). Questo vitigno per me non è solo una passione, diciamo che lo considero una specie di palestra. È un modo per complicarsi la vita; lo faccio per divertirmi, per il piacere personale e per sperimentare. Negli ultimi anni ho ridotto il passaggio in legno dai 24 mesi, ai 18 e adesso l’ho ridotto a 15 perché vorrei che l’evoluzione avvenisse in bottiglia. La prima annata è stata nel 2003. Ora posso dire di essere abbastanza contento, soprattutto considerando che la vigna è ancora giovane.
Il Nino, è sicuramente una femmina fine ed elegante; collana di perla e tailleur … mi viene da pensare a Isabella Rossellini in “Velluto Blu”. Per la musica penso a “I try” di Macy Gray (che è un titolo perfetto per lo spirito con cui Fabrizio ha avvicinato questo vitigno n.d.r.) oppure, per stare in Italia, Elisa, anche lei si cimenta con pezzi complessi, e il pinot nero è complesso!
Barbera - Umberta ’07
Facciamo una premessa: la barbera in degustazione alla cieca con grandi rossi, quando è buona, non vince, ma se la gioca bene. L’Umberta è un vino giocato per valorizzare i profumi della barbera ed esaltarne la freschezza e la bevibilità. Un vino per pane e salame. È una buona bottiglia che si fa bere tutta. Non è, e non vuole essere, un vino importante. Vuole essere più semplice di quelli di punta ma non meno buono.
L’Umberta non è facile da definire. È sicuramente femmina, di una bellezza fresca ma con la sua vena “acida”; apparentemente immediata e semplice, ma in realtà non lo è. Piacevole, generosa, non troppo complicata, poliedrica: direi una Paola Cortellesi, o anche Sandra Bullock. Una di quelle che tutte le sue carte se le gioca bene. Se fosse un pezzo musicale, ti direi “Summer of ’69” di Bryan Adams. Dovendo cercare una voce femminile allora direi Gianna Nannini o Gabriella Cilmi.
Barbera del Monferrato Superiore - Rossore ’06
L’idea del Rossore era di fare un vino per come si è sempre fatto. Ho cercato quindi dei legni che non marcassero troppo il vino. Che non venissero fuori vini conciati. La barbera ha un’acidità che va da un minimo di 6-6,5 fino a 7-7,5 (le nostre sono sempre sui 7). Con la moda del barbera, e per seguire i “gusti del mercato”, hanno stravolto il disciplinare. Oggi puoi avere delle Barbera di Asti o Alba con 4,5 o 5 di acidità; valori che non possono essere naturali. Niente da ridire sul risultato enologico del vino, ma quelle non sono più barbera.
Non so se il Rossore sia un maschio o femmina, … cambia di anno in anno, ogni annata devi indovinare se è un maschio o una femmina. Il 2006 direi che è una femmina, ma se è una femmina è una femmina con carattere, tipo Meryl Streep nella “Mia Africa”, o ancora meglio Juliet Binoche in “Chocolat”. Il Rossore in musica sarebbe De Andrè. A me De Andrè piace tantissimo: perché è fondamentale ed educativo; perché come nessun altro sa essere adatto a tutte l’età e a tutti i momenti; perché è eclettico ed è riuscito a fare di tutto, e tutto bene.
Monferrato Rosso Malidea ’06 - 50% Barbera – 50% Nebbiolo
Ho sempre voluto vinificare il nebbiolo e vedere “come viene. Il passo successivo sarà vinificarlo in purezza, ma a questo vino non rinuncio. Non volevo fare il solito vino assemblato. Non è ruffiano. È un taglio in cui, a mio avviso, i tannini del Nebbiolo e la freschezza e la densità della Barbera, si sposano, grazie alle caratteristiche dei terreni di questa zona della Val Cerrina (calcareo-argilloso), con particolare eleganza, conferendo al vino una piacevole mineralità.
Il Malidea me lo vedo di più come un cantante, … ho in mente Michael Stipe, il cantante dei R.E.M.. Uno che dice delle cose, molto interessanti e in modo preciso e deciso, ma sottovoce, un rock … non immediato, di quelli che “io sono qui, ti dico quello che penso, e se vuoi ne parliamo, se no va bene lo stesso”. Diciamo che come i R.E.M. anche il Malidea, richiede più attenzione, non è per tutti. Se fosse un pezzo musicale sarebbe la prima parte del concerto di Colonia di Keith Jarret (e per far comprendere meglio quello che aveva in mente, si è alzato, ha acceso lo stereo è ha fatto partire il brano in questione: un accostamento perfetto. Se vi capita provate ad aprirvene una bottiglia e ad accompagnarla con questo pezzo in sottofondo, … e mi direte!). Se hai pazienza e lo aspetti sa regalare ad ogni sorso sensazioni nuove e piacevoli.
Barbera del Monferrato Superiore - Barabba ‘04
Il nome Barabba nasce da un gioco di parole con il nome Barbera. Come a Barabba, nella Bibbia, è stata concessa una seconda opportunità, penso che anche il Monferrato, rispetto a zone viticole più conosciute, debba godere degli stessi benefici. Il vino vuole essere rappresentativo del nostro territorio: fresco, elegante, ricco e minerale. Unisce i pregi del Rossore e del Malidea.

Fare Il vino è come muoversi su una piramide, più in alto vai da una parte con le morbidezze, più in alto devi andare dall’altra con le durezze, per trovare il giusto equilibrio. Se il punto di equilibrio lo cerchi al fondo della piramide, o a metà, avrai un vino equilibrato ma non avrai un grande vino. È chiaro che se hai 7 o 7,5 di acidità (o addirittura 8,5 come questa Barbera), devi avere tutto il resto allo stesso livello per ottenere equilibrio e un grande vino.
La Barabba è sicuramente un maschio, non è una donna. Anche se la Barbera è femmina, per me il Barabba è un bel attore, raffinato, elegante, profondo e di spessore … direi Mastroianni. Se fosse musica direi Mozart. Così come la musica di Mozart è considerata la “musica classica” per eccellenza, così, per me, la Barabba vuole essere la “Barbera classica” per eccellenza. Perché riesce a fondere potenza e struttura eccezionale con elementi di armonia, eleganza, delicatezza ed equilibrio, proprio come la musica di Mozart sa fare.
Se dovessi giocare io al “se fosse …”, vi direi che Fabrizio è un po’ tutti i suoi vini, e di tutti ha una loro caratteristica (o forse sarebbe più giusto dire che, da bravo vignaiolo, è riuscito a dare ad ognuno di loro una delle sue caratteristiche), ma uno, a mio avviso, si adatta in modo particolare al suo modo di presentarsi, di raccontarsi e di parlarti. Non alza mai la voce, non dice mai niente di banale e lo dice in modo molto appasionante, preciso e deciso. Più ci parli e più scopri aspetti interessanti della sua vita da vignaiolo, con lui il tempo passa veloce e non è mai uguale a se stesso: proprio come il Malidea! Come quel pezzo di Keith Jarret o come il cantante dei R.E.M. (che, guarda caso, è l’acronimo di Rapid Eye Movement, la fase del sonno in cui… si sogna!).
Vini Assaggiati:
Pinot Nero – Nino ’07 – 13% - (18 mesi di barrique secondo passaggio e 3 mesi in bottiglia)
Granato molto elegante. Al naso è piacevolmente caratteristico: sentori vegetali, profumi fini e intensi di sottobosco, poi note speziate di pepe e lievi sentori balsamici. In bocca, rispetto ad altri “colleghi” ha una fase intermedia più lunga. Fresco, fine ed equilibrato: è un vino molto piacevole e divertente, non ha troppo legno e quello che ha non è “invadente”. È una vigna giovane che deve ancora riservarci il meglio.
Barbera - Umberta ’07 – 13,5% - (12 mesi di acciaio e 3 mesi in bottiglia)
Rubino intenso. Naso tipico e schietto, senza troppi fronzoli. Mirtillo, ribes e leggere note speziate di pepe. Al gusto è piacevole, fresca e scorrevole. Semplice, senza fronzoli, pensata per esaltare la freschezza e la bevibilità di questo vino. Una barbera da godersi a tavola con gli amici, una bottiglia che sarà finita senza che ve ne siate accorti.
Barbera del Monferrato Superiore - Rossore ’06 – 14% - (24 mesi di barrique secondo passaggio e 6 mesi in bottiglia)
È l’espressione di una bellissima annata. Naso ricco, più complesso dell’Umberta. Profumi fruttati di fragoline e lamponi, poi verso lievi note speziate di caffè e cacao e sul finire un delicato sentore balsamico. In bocca è morbido e caldo; la freschezza e la mineralità si equilibrano bene con la struttura e la concentrazione. È la barbera come deve essere fatta. Acidità e frutto che si integrano perfettamente.
Monferrato Rosso Malidea ’06 - 50% Barbera – 50% Nebbiolo - 14% - (22 mesi di barrique primo passaggio e 6 mesi in bottiglia)
Rosso rubino intenso. Inizialmente un po’ più chiuso e sulle sue. Non è banale, richiede più attenzione dei suoi “fratelli”. È molto complesso e ampio, sicuramente fine ed elegante. Ogni volta che gli avvicini il naso ti regala qualcosa di nuovo: dal floreale (rosa e viola) si passa ai sentori fruttati di amarena e mora. In bocca si esalta: all’acidità e ai tannini si contrappongono la polpa e la morbidezza di un vino, che se hai pazienza e lo aspetti, sa regalarti ad ogni sorso sensazioni nuove e piacevoli. Finale lungo e persistente. Sembra non finire mai.
Barbera del Monferrato Superiore - Barabba ’04 – 14% - (31 mesi di barrique primo passaggio e 6 mesi in bottiglia)
Unisce i pregi del Rossore e del Malidea. Esce da subito in tutta la sua pienezza. Unisce la piacevolezza e l’immediatezza del Rossore alla profondità e complessità del Malidea. Al naso è proprio come una sinfonia di Mozart, in cui tutti gli elementi si fondono per il piacere dell’olfatto: dai profumi floreali di viola al fruttato di mora e ciliegia per finire alle note più complesse di speziato e balsamico. A bicchiere vuoto è impressionante. In bocca è un vino di gran corpo, fresco, sapido e con una piacevole mineralità. Non cede mai: ricco, elegante, persistente e lungo. Adesso è molto buono e godibilissimo, ma, vista l’evoluzione delle altre Barabba di Fabrizio assaggiate in cantina direttamente dalle botti, se riuscirete a resistere alla tentazione di bere tutte le bottiglie subito, tra due anni sarà uno spettacolo! E se ascoltare la musica di Mozart non è solo un piacere, ma si rivela sempre una autentica fonte di benessere per il corpo e la mente, altrettanto si può dire di questo vino.







