| 07 Luglio 2010
Tino Colla (Poderi Colla): 3 secoli di “vite” e “bachi” tra le Langhe Albesi.
di Michele Longo
In ogni istante della vita siamo ciò che saremo non meno di ciò che siamo stati.
Oscar Wilde

Vi chiederete che cosa c’entrano i bachi da seta con il vino. C’è un modo semplice di scoprirlo, andate a trovare Tino a San Rocco Seno d'Elvio (Alba) e sarà felice di spiegarvelo. Vi farà vedere gli olmi (delle cui foglie i bachi da seta sono ghiotti), che una volta erano presenti in tutte le aziende vitivinicole. Già perché chi viveva di viticoltura e vendeva l’uva, i primi soldi li prendeva solo dopo la vendemmia verso Natale (se la vendemmia era andata bene e non c’era stato: oidio, peronospora, fillossera, grandine …). Così gli unici soldi che entravano nelle famiglie prima di quella data, erano quelli dei bachi da seta, che, per l’appunto, si nutrivano con le foglie dell’olmo. Questo accadeva ad Alba (dove c’era un mercato importantissimo per i bachi da seta n.d.r.) ancora dopo l’ultima guerra. Non stiamo parlando di quattro secoli fa, eppure i ricordi di queste tradizioni si sono ormai quasi completamente persi. Tino vi spiegherà che a quel tempo tutti i viticoltori allevavano bachi da seta, per poter garantirsi un sostentamento prima della arrivo dei soldi della vendita dell’uva. La storia di questa famiglia parte da lontano, i documenti più “antichi” che riportano atti riconducibili al commercio del vino risalgono al 1703. Se volete qualche dettaglio in più, fatevi un giro sul loro sito, lo troverete ricco di dettagli sulla storia (autentica passione di Tino, oltre a quella del vino e della musica) di questa famiglia e dell’enologia di questa parte di Piemonte. Camminare e chiaccherare in mezzo alle vigne con lui, invece, vi consentirà di fare un viaggio in un continuo passaggio tra passato e presente, in quelle che sono state le difficoltà, le fasi e le evoluzioni che hanno dovuto affrontare coloro che da queste parti avevano deciso “di vivere di vino”, senza essere dei nobili.
Tre secoli sono tanti, quindi iniziamo dal fondo. Come e perché nata l’azienda Poderi Colla?
Questa azienda è nata dalla voglia, mia e di mia nipote Federica, di costruire qualcosa di nostro dopo aver ceduto definitivamente la Prunotto (l’azienda che mio fratello ha condotto per quasi 40 anni, prima di venderla agli Antinori negli anni ‘90). Tre proprietà in posizioni ottime, messe insieme grazie soprattutto a quello che ha saputo “seminare” e costruire, in termini di esperienze e relazioni personali, mio fratello Beppe in oltre 50 anni di vita dedicati con passione e ad altissimo livello alla produzione dei grandi vini di questa zona. Un ponte con le tradizioni della nostra famiglia.
Quanto è stato, ed è importante avere un fratello come Beppe?
Ha iniziato nel 1949, in un mondo che era quasi medievale e in questi anni ha visto tutta la rivoluzione, o evoluzione, che ha riguardato il mondo del vino. Da lui ho imparato tanto, sotto tanti aspetti, e non solo quelli enologici. Non sto parlando solo del modo in cui pensare al vino, ma è più intimamente connesso a come pensare, vedere e vivere la vita. Lui viene da un mondo che non esiste più da tanti anni; ogni tanto ci racconta degli aneddoti che ci lasciano senza parole. Rappresenta la memoria storica di un modo di fare le cose che oggi non ha paragoni. In questa zona è stato il primo a sperimentare tutto. Un autentico pioniere. Il primo a fare il controllo della temperatura, il primo a pensare allo stoccaggio in bottiglia prima di spedire, il primo ad usare i tappi da 50. È stato il primo nel ’61 a vinificare i cru separatamente. Gli altri, tutti i grandi più conosciuti, sono venuti dopo.
Anche tuo papà ha avuto una storia enologica importante, avendo potuto collaborare agli inizi del ‘900 con personaggi che hanno fatto la storia dell’enologia piemontese come i dr. Stucchi e Mensio
Anche a lui devo tanto per gli insegnamenti di vita. Munsù Pierino (come veniva chiamato mio papà in dialetto al paese) aveva una sua autorevolezza, riconosciutagli da tutti. Ancora oggi quando devo prendere delle decisioni, o mi trovo in situazioni in cui mi è difficile capire, mi siedo e cerco di ragionare come avrebbe fatto lui nella stessa situazione. Con la sua esperienza, la sua intelligenza di vita, la sua semplicità e onestà intellettuale riusciva sempre a trovare la risposta giusta e ad essere un passo davanti agli altri. Ti spiazzava per la su capacità di trovare semplicità nella complessità. Perché, come diceva sempre, nella vita la soluzione migliore è sempre quella più semplice.
Cosa ti hanno trasmesso queste generazioni di vignaioli che ti hanno preceduto?
L’importanza di fare le cose per bene e in modo serio, perché, come diceva mio padre Pietro, prima o poi qualcuno te le riconoscerà. Poi l’essenza della ragione di esistere della nostra azienda: cercare di fare vini “originali” dalle nostre vigne. Vini che non potrà fare nessun altro, perché nessun altro ha queste vigne. Oggi l’unico modo che abbiamo per sopravvivere è distinguersi. Per riuscirci dobbiamo cercare di “personalizzare” ogni singolo vino per renderlo distinguibile.

Intendi dire che si capisca che è fatto da voi?
Esattamente il contrario. Non vogliamo che si riconosca la mano dell’enologo, anche se in famiglia lo siamo tutti. La nostra capacità deve essere quella di fare vini che siano fedeli alla loro “origine”. Dobbiamo puntare alla massima valorizzazione delle caratteristiche di ogni singola accoppiata vitigno-vigneto che abbiamo la fortuna di aver selezionato, perché quelle sono realmente uniche e inimitabili. Oggi con la tecnologia e le conoscenze enologiche, i vini sono tutti mediamente buoni. L’unico modo per distinguersi e stare sul mercato è andare oltre alla media, e l’unica strada che conosco per riuscirci è affidarsi al rispetto della Natura e delle Origini.
Nella presentazione dei vostri vini usate l’aggettivo “classico”, quasi in contrapposizione a “tradizionale”. Perché?
Faccio attenzione ad usare la parola tradizione, perché spesso viene dai più fraintesa. Allora se posso spiegarmi la uso, altrimenti preferisco usare un altro termine. La parola tradizione a volte ha anche una connotazione negativa. Sentiamo a volte spacciare per tradizione errori che venivano commessi nel passato, giustificandoli con la frase “una volta si faceva così!”. Questo è il motivo per cui preferisco parlare di rispetto delle origini, come ponte e continuità tra passato e futuro. Se guardi al passato con attenzione ed intelligenza trovi tante risposte ai quesiti di oggi e anche un’idea della direzione da seguire nel futuro. I nostri vecchi, che non erano assolutamente stupidi, sebbene poco istruiti e poveri, avendo speso la loro intera vita in questi territori, conoscevano tutto (dove piantare il nebbiolo, e dove piantare il barbera, dove grandinava di più e dove non grandinava). Una conoscenza data dall’esperienza, dall’osservazione e da ritmi di vita più a misura d’uomo, in cui il rispetto della Natura era un valore.
Beh, anche oggi molti stanno facendo della Natura un Valore, ma economico, di marketing …
Appunto. Oggi si è perso quello che rappresenta realmente la Natura. Bisogna avere il coraggio di attingere dall’intelligenza e dall’esperienza dei nostri vecchi, ma non per fregiarsi di un’etichetta. La maggior parte delle persone non ha più una pallida idea di cosa sia in realtà un bosco, una vigna, o anche semplicemente una gallina. Eppure tutti parliamo, ricerchiamo, disquisiamo della natura. Ci riempiamo la bocca di parole, di biologico, di bio-dinamico, ma senza in realtà aver realmente capito quanto sia fondamentale, centrale e semplice la Natura. Si parla tanto, ma nei fatti si è perso tutto, la gente parla di galline, di boschi, di vigne, solo perché le ha viste in televisione. La Natura ha bisogno semplicemente di Rispetto e un po’ di Buon Senso. Se non rispetteremo queste regole, siamo destinati a distruggere tutto
Quanto ha influito nel tuo modo di pensare il vino la tua esperienza in Borgogna .
Penso di essere stato il primo ad esserci stato, dopo essermi diplomato nel ’69. Lì ho passato 6 mesi intensi, con due personaggi a cui devo molto: Jean Siegrist e Max Leglise. Due autentici fuoriclasse dell’enologia, direttore e vice direttore dell’Istituto di Enologia di Borgogna a Beaune. La passione per il Pinot Nero è nata lì. All’inizio non li capivo, d'altronde io rispetto a loro, che rappresentavano l’Università del Vino, ero poco più che alle elementari. I loro insegnamenti erano riassumibili in una unica parola: Rispetto. Rispetto per la Natura e per le Origini. Qualche idea ce l’avevamo anche noi, ma da loro era già tutto chiaro. Quell’esperienza mi ha rafforzato nelle nostre convinzioni di puntare a valorizzare il territorio.
Cosa significa per te fare un “vino di territorio”?
Anche questa oggi è diventata un’etichetta, come lo è spesso parlare di “biologico” piuttosto che di “botti grandi” o “botti piccole”. Etichette spesso usate da chi fino a ieri ne faceva di cotte e di crude, solo per motivi di marketing. Per fare “vini di territorio” bisogna esserne davvero convinti e avere la cultura del territorio.
Voi producete sia Barolo che Barbaresco: quali differenze ci sono?
La cosa più difficile è proprio spiegare le diversità tra Barolo e Barbaresco. Mi sono trovato più volte a doverlo fare, anche ufficialmente, ma è davvero complicato. Solitamente si dice che il Barbaresco è più femminile, e il Barolo è più maschile. È vero in generale, ma poi se vai ad approfondire, ti troverai a bere dei Barbaresco più “maschili” e strutturati di certi Barolo o viceversa. Prendi un Montestefano e ti accorgerai che è molto più strutturato di tanti Barolo. Semplificando si può dire così, ma in realtà l’argomento va approfondito, per scoprire ogni singolo vigneto che caratteristiche può dare. Se proprio vogliamo fare una differenza, che potrebbe giustificare il fatto che i Barbaresco sono mediamente pronti prima (con tutte le differenze ed eccezioni del caso), è che le vallate del Barbaresco sono tutte aperte sul Tanaro rispetto a quelle di Barolo. Questo comporta degli sbalzi di temperatura molto più accentuati durante tutto l’anno, che portano ad una maturazione diversa, che forse dà origine a vini meno tannici e un po’ più eleganti nei primi anni.
Parlando di etichette, anche a te chiedo quanto sia reale e quanto sia marketing l’esplosione dei cru tra Barolo e Barbaresco
Vinificare separatamente i vari cru ha un senso solo per quelli veramente grandi, che non sono molti, e che hanno complessità ed equilibrio tali da renderli veramente unici. Negli altri casi invece è meglio assemblarli insieme, perché, se sai cosa fare e conosci la materia prima, si riesce ad ottenere un risultato complessivamente migliore, equilibrando e valorizzando le caratteristiche migliori di ogni singolo vigneto. Anche in questo Beppe è stato un pioniere. Grazie alla sua esperienza alla Bonardi (una delle più importanti aziende albesi degli anni ’40 e ’50 n.d.r.) ha potuto conoscere e vinificare separatamente tutti i vitigni e tutti i vigneti dell’Albese, permettendogli, già dall’inizio degli anni ’60, di individuare e comprendere quali fossero i migliori cru per ognuno dei vini di queste zone. Questo prezioso bagaglio di conoscenze gli ha consentito, quando ha rilevato la Prunotto, di selezionare e scegliere i migliori vigneti. È stato lui il primo a vinificare il Bussia nel ’61.
Stiamo passeggiando tra i filari della collina Bricco del Drago, da cui l’omonimo vino nato dall’intuizione di Luciano De Giacomi; come è nata la vostra collaborazione?
De Giacomi è stato il personaggio più importante del mondo eno-gastronomico albese. Il Carlin Petrini degli anni ’50 - ’60, tanto per capirci. Su queste colline lui ci ha dedicato la vita. È stato il primo negli anni ’50 a pensare di preservare la tradizionalità della cucina di questo territorio. Ha fondato la “Famiglia Albeisa” e poi i “Cavalieri del Tartufo e dei Vini di Alba”. Una delle poche confraternite serie di Italia. Ha pubblicato libri conosciuti e apprezzati in tutto il mondo. Le “Strade dei Vini” le ha inventate lui negli anni ’60. È stato lui, con il Dolcetto di questa collina (il Bricco del Drago per l’appunto) che era particolarmente buono, ma troppo buono per essere solo un dolcetto, che ha pensato di invecchiarlo in legno. Ed è stata un’idea indovinatissima. Il vino era molto piacevole ma mancava ancora di eleganza, così ha pensato di aggiungergli del nebbiolo, ed è nato il primo Vino da Tavola importante in Italia, era il 1969, gli altri sono arrivati dopo. Tradizionalista ai massimi livelli, ma con delle aperture illuminate. È riuscito grazie alla sua ostinazione, primo nella storia per un vino da tavola, ad ottenere una delimitazione con Decreto Presidenziale di questo vino, che si può produrre con le sole uve di questa collinetta. Ci conoscevamo da sempre; così quando noi abbiamo venduto la Prunotto, ci ha chiesto di prendere in affitto la sua azienda, perché sicuro che l’avremmo condotta secondo la sua filosofia.

Quanto è cambiato dai tempi di De Giacomi, e qual è il pericolo maggiore per questa zona?
È cambiato quasi tutto. Il pericolo maggiore che non abbiamo saputo gestire? L’egoismo e l’individualismo. Questi combinati insieme hanno comportato una sovrapproduzione, che ha portato negli ultimi anni, in seguito alla crisi, a svendite di annate di vino sfuso sotto costo agli imbottigliatori. Oggi stiamo pagando l’ingordigia di aver voluto spingere sull’aumento di produzione e questi sono i risultati. La regola “doppio di produzione magari al doppio di prezzo” non poteva reggere. Tutto questo perché abbiamo portato il vino da un fatto artigianale-agricolo ad un fatto industriale in cui le regole del gioco sono quelle del business.
Quale pensi sia stata la vostra responsabilità?
Noi vignaioli, fino a circa 20 anni fa, eravamo convinti che il mondo del vino non potesse sopportare le regole del mondo industriale. I grossi gruppi sono presenti in questo mercato solo da pochi anni; quelli che ci avevano provato nel passato (Winefood, Seagram , …) avevano fallito, e avevano dovuto abbandonare. Noi non siamo riusciti a capire, ad anticipare il cambiamento che è avvenuto in questi ultimi anni. L’arrivo dei californiani e degli australiani, che organizzativamente parlando sono bravissimi (la Constellation oggi è un gruppo da 1 miliardo di bottiglie e raggruppa marchi prestigiosi), ha cambiato le regole del gioco. Loro non solo dominano il mercato, la distribuzione e la stampa, ma ora sono in grado di indirizzare anche il gusto dei consumatori. A noi non ci resta che competere per spazi di sopravvivenza, minoritari, perché i grossi numeri sono in mano loro . Ormai è la grande industria che detta le regole (anche a livello burocratico), e noi ci troviamo nella condizione di corrergli dietro. Oggi la maggior parte del vino si vende nei supermercati (in Germania fino all’ 85%, ed anche quello di qualità, con aree dedicate e personale qualificato a supportare e indirizzare il consumatore) e li, noi piccoli, abbiamo pochissime possibilità di accedervi. Non vedo alcun modo di cambiare questo trend. Il nostro è un angoletto del mercato, a volte ingenuamente continuiamo a pensare che questo sia il Mercato, ma non è così; mangiamo solo più le briciole che l’industria del vino ci lascia.
Togliamoci qualche sassolino dalla scarpa. Se fossi assessore all’agricoltura cosa proporresti
Non saprei cosa dire. Le cose da fare sono poche e semplici, ma per farle dovremmo essere uniti e non lo siamo. Dovremmo combattere questa eccessiva burocratizzazione, che ci sta “uccidendo”, ma invece ognuno di noi va per conto suo. Qui la burocrazia lavora per autoalimentarsi, in Francia lavora al servizio di chi lavora. Basterebbe iniziare da questo, ma avere il coraggio e l’unità per farlo. L’esasperazione di oggi, sta solo creando confusione, ed è solo figlia dell’individualismo spinto che stiamo vivendo, che ci sta solo portando danni a tutto vantaggio degli industriali.
Parliamo di quei vini che l’industria non riesce ancora a fare. Quali sono quelli che ti hanno ispirato maggiormente
Certe annate vecchie di Prunotto. Vini eccezionali, che mi hanno sempre spinto a cercare di seguire quella strada. A quei tempi non c’era molto mercato per i vini di qualità. Nel senso che nessuno li ricercava e nessuno te li pagava. Quando nel 1986 sono entrato in Prunotto a lavorare con mio fratello, si vendeva a 2.600 lire la Barbera Pian Romualdo del 1982. Non c’era la cultura ed il mercato dei vini di qualità. I prezzi sono diventati remunerativi dagli anni ’90 in poi. Tra i pochi che avevano l’ambizione di fare vino di qualità, potevi trovare bottiglie incredibili; difficili da trovare oggi a quei livelli. Perché sicuramente a quel tempo il livello medio era inferiore rispetto ad oggi, ma quelle poche eccezioni, erano delle punte di qualità assoluta. Ed è a quei vini che penso, e da cui vogliamo trarre stimolo e ispirazione. Sono quei vini che a distanza di 30 40 anni, sanno regalare emozioni. Questi sono i vini a cui voglio fare riferimento, calandoli ovviamente nel contesto attuale che è sostanzialmente diverso rispetto a quel tempo.
Che caratteristiche deve avere un grande vino
La bevibilità, la freschezza e la capacità di invecchiare. È importante l’integrità del vino, il non sentirlo “limato”. Devi sentire che è lui; devi avere piacere di berlo bicchiere dopo bicchiere, fino alla fine della bottiglia.
Come si fa a fare il vino buono quando non hai vigne di proprietà.
È semplicissimo: devi conoscere le zone buone, e pagare le uve il giusto. Sai come faceva Beppe, quando comprava le uve da questo produttore (e nello spiegarmelo mi indicava una vigna spettacolare da cui nasce il loro Barbaresco Roncaglie n.d.r.). Un anno il prezzo lo faceva il produttore, l’anno successivo lo faceva Beppe. Avevano un rapporto di fiducia costruito in 50 anni. Quando si è trattato di vendere il vigneto, loro non si sono sognati di venderlo ad un altro che non fosse Beppe. Basta usare onestà e buon senso. Certo che se vuoi le uve Montestefano e le vuoi pagare al prezzo di mercato, un anno che il produttore è preso per la gola può andarti bene, ma l’anno dopo ti manda a stendere. Noi queste aziende le abbiamo grazie al rapporto che mio fratello ha saputo costruire nel tempo. Vuol dire avere avuto l’onestà di comprare le uve anche quando l’annata non era buona, pagandole quello che era giusto per il lavoro speso.
Vini e Musica
Riesling ‘08:
Il Riesling per De Giacomi è nato dalla voglia di sperimentare con un vitigno a bacca bianca che potesse dare un vino con personalità e carattere, perché era stufo di quei vini tutti uguali e troppo morbidi e rotondi a cui ci stavano abituando. Non è un vino di Langhe, ma è fresco, vivo, con una bella acidità. Senza fare paragoni con quelli alsaziani, è un buon riesling che ci da molte soddisfazioni. Per me la maggior parte dei vini sono monodimensionali, alcuni bidimensionali, ben pochi sono tridimensionali. In quest’ultima categoria, per quello che conosco, ci metto il Pinot Nero e il Nebbiolo tra i rossi, il Riesling tra i bianchi. Questi sono vini che da qualunque angolo tu li guardi sono diversi e ti regalano emozioni differenti. A qualunque epoca sono sempre in evoluzione, e per quanto gli giri intorno mostrano sempre sfaccettature nuove e differenti: come i diamanti.
È una musica rock, aggressiva ma raffinata: Premiata Forneria Marconi, ma quella degli anni ’70.
Metodo Classico “Pietro Colla” ’05 (Cuveè Nebbiolo – Pinot Nero)
Deriva dal nostro rapporto con i Gancia, che fonda le sue radici già dall’800 se non ancora prima. La loro famiglia è sempre stata in buoni rapporti con la nostra. Così quando mio padre era in età da lavoro, nel 1909, Gancia ha voluto che andasse a lavorare da lui, imparando così il “mestiere” di champagnista, da Pierino Gallese, la prima persona che Gancia aveva mandato in Francia per imparare il metodo Champenoise. Lui è stato l’ultimo champagnista albese che conosceva il metodo di sboccatura “a la voleè”. Ed è per questo che è nato il nostro Metodo Classico “Pietro Colla” (Nebbiolo e Pinot Nero), per dedicarlo a lui e a tutto quello che ha fatto nella sua vita per questo tipo di vinificazione. È un vino ampio, complesso e strutturato. Per noi questo vino ha una ragione di esistere se riusciamo a tirar fuori qualcosa di diverso, di speciale e originale. Crediamo che questa cuveè abbia una sua personalità. Penso ad un pezzo di musica classica, elegante e raffinato con un bel Valzer Viennese di Strauss.
Campo Romano ‘08 (Pinot Nero)
Qui si sente un po’ il legno, ma non superiamo mai il 10% di barrique nuove. È una delle vigne di pinot nero più vecchie piantate dopo la guerra. È un vino che vuole risultare elegante e fine come devono essere questi vini, ma soprattutto vogliamo che si riconosca ad occhi chiusi che abbia i caratteri distintivi di un pinot nero. Qui ci assocerei un pezzo di Miles Davis.
Bricco del Drago ‘06 (85% Dolcetto – 15% Nebbiolo)
Qui c’è una combinazione di componenti, tali per cui viene fuori questo Dolcetto: alcune inspiegabili, ma è il bello della natura. È quello che crea quella diversità, quella unicità irripetibile che, fortunatamente, non è né spiegabile, né riproducibile. L’ulteriore conferma che è la Natura che guida e che crea la “base” di un vino, e noi non dobbiamo fare altro che seguirla, accompagnarla, senza esasperare e senza cercare di “appiattire” nel rispetto delle diversità che ci offre annata dopo annata. Questo è un vino diverso, trasmette esuberanza e allegria, pur essendo un vino complesso e ampio. Anche questo è un pezzo di jazz, ma più caldo, morbido, avvolgente. Direi un pezzo più allegro alla
Louis Armostrong o alla Ella Fitgerald.
L’intuizione geniale di un grande personaggio come De Giacomi. Dovresti provare il Bricco del Drago ’90 che è stato più di 4 anni in legno, quello che abbiamo trovato quando siamo arrivati qui al Bricco del Drago nel ’94 (4 anni e 3 mesi in legno) un vino da non crederci.
Barbaresco Roncaglie ’06
Bisogna comprendere che Barolo e Barbaresco sono due vini differenti, ma due grandi vini. Per questo vino penso ad un pezzo di musica classica, elegante e raffinato: una sonata di Chopin. (Ho assaggiato il 2003, un annata molto discussa e atipica: da restare a bocca aperta, semplicemente grande! n.d.r.). Diverso dal ’03; d’altronde se tutte le annate fossero uguali, non metteremo l’annata ma la data di scadenza.
Barolo Bussia ’06
Al Barolo associo Verdi. Quelle opere grandiosa, imponenti, con orchestra e coro. Complessità e struttura, più invecchiano e più si aggiungono strumenti all’orchestra. Direi un’opera come l’Aida. E poi, se volessimo essere pignoli, ogni annata dovrebbe essere un pezzo diverso, perché aumenta la complessità.
Bonmè – Moscato Aromatizzato
Qui senza esitazione, ti dico un Can Can della Belle Epoque, un pezzo che sa di gioia, esuberanza, festa. È un moscato aggiunto di 11 aromi, luna delle difficoltà sta nel trovare, i fiori, le bacche, i semi, originali e freschi. Non ha confronto con altri vini, e, mentre nel secolo scorso si beveva come aperitivo, forse con il cioccolato fondente è il miglior abbinamento possibile.
Vini Assaggiati
Vini classi, senza scorciatoie, nessuna concessione al “gusto internazional-bordolese”, distinguibili e per questo originali e fedeli a questo territorio.
Riesling ‘08:
Cristallino, ribes, pietra focaia, pieno al naso e in bocca. Acidità e mineralità perfettamente equilibrate. Sì è una musica rock: avete presente I’m so free di Lou Reed
Metodo Classico “Pietro Colla” ’05 (Cuveè Nebbiolo – Pinot Nero)
Interessante e singolare. In bocca ancor meglio che al naso. Ampio, strutturato, pieno e persistente. La prova di cosa si può fare con il nebbiolo. Io ci vedo bene Johannes Brahms - Hungarian Dance No.5
Campo Romano ‘08 (Pinot Nero)
Delicato, caratteristico pinot nero. Pepe bianco, frutti rossi e fiori. Elegante ed equilibrato, lungo, piacevole. Raffinato, sì un pezzo di jazz ci sta tutto: The Bill Evans Trio: If you could see me now
Bricco del Drago ‘06 (85% Dolcetto – 15% Nebbiolo)
Molto intenso e profondo. Il volume del Dolcetto e la finezza del Nebbiolo si fondono perfettamente. Come in un brano in cui il primo è la base, il secondo la melodia. Ricco e speziato, direi per stare sul moderno, un pezzo di Macy Gray: I try
Barbaresco Roncaglie ’06
Rubino intenso, già agli occhi ti affascina. Profumi ampi complessi: rosa e sottobosco con note speziate in perfetta armonia. Pieno, elegante; un vino “femminile” ma con una personalità d’impatto. Piacevole e raffinato come il pianoforte del Minute Waltz di Frederic Chopin.
Barolo Bussia ’06
Nebbiolo alla sua massima espressione. Naso complesso di carattere e personalità. Le note minerali e animali ne fanno un grande vino. Al palato non tradisce il naso. Questo è un pezzo da grande orchestra e per non sbagliare dico: dal Nabucco di Verdi il Coro degli Schiavi Ebrei
Bonmè – Moscato Aromatizzato
Personalità ricca ed avvolgente. Fine, intenso e penetrante. Al palato è un crescendo di ampie e inaspettate sensazioni giocate tra il dolce e l’amarognolo. Piacevole, sorprendente e coinvolgente come il crescendo della Marcia di Radetsky di Strauss





