| 04 Giugno 2010
Baldo Rivella e Bruno Rocca, due stili diversi, un'unica autentica passione: il Barbaresco
La vita è troppo breve per bere vini mediocri.
J. Wolfgang Goethe
Questo articolo prende spunto da un saggio di Massimo Comparini a proposito della contrapposizione tra produttori “tradizionalisti” e “modernisti” di Barolo e Barbaresco. Non voglio entrare nel merito della contesa, con disquisizioni tecniche o filosofiche a questo riguardo; altri molto più autorevoli di me l’hanno già fatto. Il mio obiettivo è un altro. Nel corso del tempo i miei gusti si sono sicuramente modificati, e se c’è una cosa che ho capito è che mi piacciono i vini con l’ “Anima”. E l’Anima al vino non gliela dà un “contenitore” (perché questo a mio avviso sono e devono essere le botti), gliela dà l’uomo. Così ho deciso di andare a fare “quattro chiacchiere” con due produttori, tanto diversi nelle scelte e filosofie aziendali e di cantina, quanto simili nel rispetto del territorio, della sua storia e nella passione per il loro lavoro. Due facce di una stessa medaglia: un Grande Vino che si chiama Barbaresco. Baldo e Bruno sono diversi, e diversi sono i loro vini. Comprenderne le differenze, capirne l’essenza attraverso il loro racconto, la loro conoscenza e l’assaggio dei loro vini, credo sia il modo migliore di costruirsi la propria idea, al di là di tutte le “polemiche” (“giuste”: quando sono servite a preservare l’Essenza di un vino e della sua Tradizione dal rischio di un’omologazione ai “gusti internazionali”, “pretestuose”: quando superficiali e fatte solo per puro piacere della speculazione) tra “tradizionalisti” e “modernisti”. Così ho deciso di porre loro le stesse domande, un modo per conoscerli e per provare ad andare oltre alle “etichette” e non fermarsi alla “buccia”, che, anche se di un acino d’uva Nebbiolo, e pur sempre solo la “buccia”!

Teobaldo Rivella: Un “Contadino”, come ama definirsi (“le mani sono la prima cosa che guardo in chi si dichiara vignaiolo, ti dicono se hai davanti un contadino o un manager del vino!”), rispettoso di questo territorio, delle sue tradizioni, della Storia e degli uomini che hanno fatto grande il Barbaresco. Lui, con la moglie Maria, producono un Barbaresco tradizionale (macerazione medio-lunga e affinamento in botti grandi, più lungo rispetto ai tempi previsti dal disciplinare) e per pochi (nel senso che è conosciuto più per il passa-parola, che per il richiamo delle guide). Baldo è un uomo che ha ben chiaro cosa vuole da se e dai suoi vini. Uno che non segue le mode, perché non ne ha bisogno, e in cui decisione e cordialità, dignità e umiltà, saggezza e schiettezza, si equilibrano perfettamente. Un “pugno di ferro in guanto di seta”, esattamente come i suoi Barbaresco: potenti e grintosi come il “ferro”, ma fini ed eleganti come la “seta”.
Cosa vuol dire fare un “vino di territorio” a Barbaresco?
Legare insieme vitigno e terreno rispettando la tradizione e la storia di questa zona. Perché queste vengono dalle esperienze e dalle selezioni che si sono succedute per secoli e che raccontano la storia e l’evoluzione di questo territorio.
Che caratteristiche deve avere un grande Barbaresco?
È un grande vino, e come tale deve essere riconoscibile. Deve avere una grande struttura e i profumi di tipici di questo territorio; poi deve sentirsi anche la passione con cui è stato fatto e tutta la sua tradizione. Si devono riconoscere i caratteri del Nebbiolo e deve essere longevo. Un vino non grossolano, fine, che con l’invecchiamento sviluppa quei profumi terziari più complessi; quelli che devi saper aspettare e che si fanno aspettare. Un vino che deve saper evolvere, ma che sia comunque bevibile sempre, e sin da subito. Poiché sono convinto che il vino, il Grande Vino, lo si faccia in vigna, un Grande Barbaresco non può che venire dai terreni tradizionalmente vocati, perché non tutti i terreni sono uguali.
Quando inizia ad esprimersi al meglio?
È soggettivo. Dipende dall’annata, dal vigneto e anche dalle scelte di vinificazione. Io ho la fortuna di avere un terreno particolarmente vocato e per l’esperienza che ho accumulato in queste vigne, dico dai 7 ai 10 anni.

In cosa deve distinguersi il Barbaresco dal Barolo o, se preferisci, cosa deve aspettarsi di diverso uno che apre una bottiglia di Barbaresco rispetto ad una di Barolo
Quando ero ragazzo ricordo che si parlava del Barolo come del Re, e del Barbaresco come del Principino. Insomma il Barbaresco era un po’ il “fratello minore” del Barolo: perché era un po’ meno. Un po’ meno in struttura, in colore, in corpo … e anche come prezzo. Ora è diverso, sta acquistando una sua identità più precisa e distinta; direi comunque che è un vino un po’ più “femminile” ed elegante. Sono due vini diversi, come il maschio è diverso dalla femmina, ma ugualmente importanti. Poi, ovviamente, ci sono differenze più marcate a seconda dei cru e delle annate.
Parlando di vino e di stili. Quanto ha fatto bene la contrapposizione tra tradizionalisti e modernisti nel mondo del Barolo e del Barbaresco.
Sicuramente ha fatto bene al mondo del vino. È stato un tema che ha riscosso molto interesse, ha fatto avvicinare al vino molte persone, sfruttando l’elemento novità e abbattendo un po’ di pregiudizi su un vino altrimenti ritenuto austero. Poi, come spesso è accaduto, uno assaggiando un Barbaresco barricato, decide poi di provarne uno tradizionale e scopre che gli piace e cerca il confronto, approfondisce, ne prova altri e così accresce il suo bagaglio, si crea il suo gusto e la sua personale idea, che è la cosa più importante. Per questo che credo che alla fine questa contrapposizione sia stata comunque positiva.
Dire Barbaresco nel mondo fa pensare ad Angelo Gaia e Bruno Giacosa. Cosa vuol dire fare vino avendo 2 vicini così importanti? Pensi che sia stato un bene?
Sicuramente è un bene. Ci hanno fatto conoscere nel mondo, ed è un bene che ci siano stati due personaggi di questo livello per il movimento del vino di tutte le Langhe. Io, ovviamente, non posso paragonarmi a loro. Ci sono persone che vanno da loro e poi vengono a prendere il vino da me ed ovviamente gli dico “Siete proprio sicuri?!”. Hanno stimolato tutti noi a migliorare il modo di fare vino. Cosa fanno loro nelle vigne è sempre ben fatto. Sono stati i primi ad iniziare con i diradamenti, poi la cimatura delle viti. Abbiamo imparato molto da loro; perché è importante saper imparare dai primi della classe.
Cosa vuol dire tradizione qui a Barbaresco.
Non stravolgere le cose belle ereditate dal passato. Coltivare in modo tradizionale, non usare diserbanti.
Come è cambiato il modo di fare il Barbaresco dal ’58 in poi (la nascita della Cantina dei Produttori)
È migliorato senza dubbio. Una volta si facevano 3 mesi di fermentazione, si svinava prima di Natale, si ottenevano dei vini duri, disarmonici, con dei tannini verdi (presi dai raspi). Le rese erano troppo alte, si produceva troppo, … siamo passati da 2 tralci di 12 gemme a 1 tralcio da 7 a 9 gemme. Una volta bisognava fare tanta uva, e comunque il grande vino neanche te lo pagavano tanto. L’evoluzione c’è stata e, a partire dagli anni ’80, si è iniziato a ricercare la qualità, e quindi a ridurre le rese.
Cosa vuol dire a Barbaresco interpretare il territorio? Quanto è reale, e quanto è strumentale a livello commerciale, il concetto di cru? E qual’è il contributo dell’uomo nell’interpretazione del territorio.
Una volta si mischiava tutto. Poi la Cantina dei Produttori ha iniziato a puntare sui cru. E gli altri si sono adeguati. A Barbaresco di cru non ce ne sono tanti, ci sarà al massimo il 15-20% del territorio, tutto il resto o sono mediocri o sono forzature. I nomi prestigiosi sono pochi: Montefico, Rabaja, Pora, Asili, Montestefano. Il contributo dell’uomo? Ottenere il massimo dalla vigna e poi accompagnarne il percorso fino alla bottiglia, senza fare danni.
Se ti dico che il vino rappresenta il carattere di chi lo fa, cosa mi dici?
Il vino, innanzitutto, deve piacere a me. Se piace a me sono tranquillo, riesco a parlarne bene e poi so che può piacere a moltissimi altri. Quindi in questo senso posso dire che il mio vino mi assomiglia.
Cosa vorresti che raccontasse di te il tuo vino?
La passione che ho per coltivare la vite, per questo lavoro e per il Barbaresco. Vorrei che si sentisse che è genuino e che è un prodotto che nasce in vigna perché è la che si fa la differenza. Perché quando dico che il carattere del vino rispecchia il carattere di chi lo fa, intendo dire che il carattere del vino prende forma già dalla vigna, da come la coltivi, da come la poti, dai diradamenti. Poi è chiaro che in cantina, con la fermentazione, i travasi, l’invecchiamento e l’imbottigliamento si completa il carattere del vino. Ma sono tutte scelte dell’uomo, personali, che io faccio perché il vino piaccia a me e per questo dico che rispecchiano il carattere di chi lo fa e la sua idea di vino. A volte sento colleghi, che alla domanda, “ma a te questo vino piace?”, mi rispondono “no, ma è il mercato che me lo chiede, così!”. Diciamo che il gusto al mio vino glielo do io, e non il mercato o un enologo, perché deve rispondere al territorio che ho a disposizione per fare questo vino. I suoi profumi devono arrivare dalla natura.
Qual è il rischio maggiore che sta correndo il Barbaresco.
Sembra paradossale, ma è correre dietro alle logiche del “Mercato”. Facendo così rischiamo di perdere identità. E poi non saremo mai competitivi con i vini provenienti da Australia, Cile o Argentina. Questo è il motivo per cui non credo al merlot da queste parti, o al cercare di fare dei vini che assomiglino a quei gusti. Avremmo dovuto anche qui preservare la qualità e limitare la quantità senza cedere a certe lusinghe. Qui in Langhe avremmo dovuto tenere le produzioni di 20-25 anni fa. 4,5 milioni di bottiglie di Barolo e 2,5 di Barbaresco. Perché adesso si è arrivati a 12 di Barolo e quasi 6 di Barbaresco? Da dove è stato preso? Hanno consentito di piantare le viti dove una volta c’era bosco, e se era così c’era un motivo: il terreno non era vocato per la vigna, o sicuramente non era il migliore. Prima o poi questo lo pagheremo. “Ma lo chiedeva il mercato!” ti rispondono. “Ma adesso lo chiede ancora?”, mi domando. E adesso che molti hanno i magazzini pieni che fanno? Abbassare i prezzi ora vuol dire “perderci la faccia”. L’esasperazione del business ha portato qui gente che non ha mai visto una vigna. Tutti manager. Io per pesarli gli guardo le mani e capisco subito tutto. Vai al ViniItaly e li vedi attorniati dalle “veline”. Quando sento parlare di tostatura della barrique, mi viene da chiedere … “ma allora dalla vigna hai portato a casa niente, se poi al vino devi dargli un’identità in cantina”. Il vino io lo concepisco così: iniziando a mangiare la polvere in vigna.
Vino e Musica: Raccontami che musica sono i tuoi vini
Dolcetto: È un vino che mi diverte berlo. È un vino semplice, da feste di paese, conviviale: mi viene da pensare a Gianni Morandi o alla musica Country Americana
Barbaresco: Il Barbaresco, in generale, è musica classica, direi che è il Mozart del vino.
Montestefano 2006: è ancora giovane, ma è un grande vino, che verrà fuori alla distanza. Ci sta un pezzo di musica leggera, ha un qualcosa che forse gli altri non hanno, ... per questo ti dico Mina.
Montestefano 2005: qui ci sta un pezzo di musica classica, potente come lo è questo vino: Boccelli
Montestefano 2004: questo mi fa pensare ad un pezzo più classico del precedente, meno potente, lo avvicino a Pavarotti
Vini Assaggiati
Dolcetto d’Alba ‘08
Come deve essere un dolcetto: facile, fresco, vinoso e floreale. Niente a che vedere con quei vini marmellata. Piacevole compagno a tavola. Detto da me, che non amo questo vitigno, vale doppio.
Barbaresco Montestefano 2006: è ancora giovane, ma è frutto di un’annata che darà molte soddisfazioni. Per me una delle migliori espressioni del Nebbiolo in Langa. Sentori profondi e austeri, bella acidità, ma al naso e in bocca un’eleganza e una lunghezza che raccontano l’anima di questo vino.
Barbaresco Montestefano 2005: al naso è dolce e ampio, con note di rose, viole, spezie, tabacco, fine ed elegante come solo un Nebbiolo sa essere. Perfettamente in equilibrio, acidità, tannini e morbidezze. Strutturato e persistente, ancora giovane ma già grande.
Barbaresco Montestefano 2004: il Montestefano è definito tra i cru di Barbaresco quello che più si avvicina ai Barolo, per struttura, persistenza, longevità e colore: assaggiando questo vino si capisce perché. Un grande Barbaresco: profondo, ampio nei sentori fruttati e nei terziari di spezie e tabacco che via via si fanno largo. In bocca è pieno, lungo, di grande struttura, con una bella acidità, ma al contempo fine ed elegante. Da non perdere. E come rapporto qualità-prezzo, non teme confronti.
Bruno Rocca: Anche lui ama definirsi un “Contadino” (la “C” maiuscola, l’ho messa io per rispetto verso questi uomini a cui dobbiamo il piacere di poter godere di questi vini). Se chiedete alla figlia Luisa (dire prezioso braccio destro sarebbe riduttivo) quali sono le passioni di suo padre (stavo cercando di “scoprire” i suoi gusti musicali n.d.r.), vi risponderà che per lui l’unica passione è il Vino; non ce ne sono altre (anche la sua moto viene in secondo piano). L’ho visto molte volte prima di questo incontro e, chissà perché, me lo sono sempre immaginato con un cappello alla D’Artagnan. Conoscerlo ha confermato questo pensiero. La stessa esuberanza, passione ed entusiasmo del Moschettiere di Dumas, che riesce a trasmetterti parlandoci insieme e che ritrovi nei suoi vini. L’ulteriore riprova che il vino rispecchia il carattere del suo vignaiolo.

Cosa vuol dire fare un “vino di territorio” a Barbaresco?
Difendere le caratteristiche e le potenzialità del terreno. Noi siamo nati contadini, imparando dai nostri padri e dai nostri nonni ad amare e rispettare il terreno. Ogni vigna, ogni terreno in Langhe ha le sue caratteristiche, la sua morfologia e dà prodotti diversi. Bisogna saperli interpretare nel rispetto della tradizione. Qui in primo luogo c’era la vigna. Lo scopo era ottenere delle uve che avessero qualcosa di straordinario. L’unica cosa che non potrà mai cambiare, se verrà rispettata, è la terra. I winemaker potranno cambiare, le persone potranno cambiare … la terra, quella no! Quando c’è rispetto del terreno, cercando di valorizzarne le caratteristiche si riesce a fare un vino particolare. In questa zona le colture sono state selezionate dalla storia. Non sono nate dall’oggi al domani. È la storia che ha catalogato le vigne. Ed è dalla nostra storia che dobbiamo attingere. Se vogliamo fare dei buoni vini possiamo seguire la tecnologia, se vogliamo fare Grandi vini, dobbiamo conoscere e rispettare il terreno. La protezione e la tutela del territorio la si deve ai piccoli produttori. E se il territorio viene rispettato il risultato sarà migliore. Dobbiamo solo cercare di valorizzare quello che dà il terreno.
Un vino di territorio deve avere un’anima, l’anima di quel territorio, e, a mio avviso, non può che essere monovitigno. In questa zona lo stesso vitigno da un risultato diverso da collina a collina. Per esempio un Dolcetto di Dogliani, e diverso da quello di Alba e da quello che ottengo dalle mie vigne. Noi abbiamo la fortuna di avere un vitigno (Nebbiolo) che da risultati straordinari solo qui, per cui basta non farsi condizionare dalle mode e seguire quello che la nostra storia e la nostra tradizione ci ha tramandato.
Che caratteristiche deve avere un grande Barbaresco?
La piacevolezza, l’armonia e la finezza dei gusti e dei profumi che lo rendono, per me, il miglior vino del mondo. L’unica attenzione, e cercare di non peggiorare in cantina quel che portiamo a casa dalla vigna. Non c’è da fare molto, è tutto lì nel vitigno e in questi terreni.
Quando inizia ad esprimersi al meglio?
Dipende dall’annata e dal gusto personale. Diciamo che dopo 5 o 6 anni dalla vendemmia inizia ad esprimersi già bene, e da lì è un crescendo.
In cosa deve distinguersi il Barbaresco dal Barolo o, se preferisci, cosa deve aspettarsi di diverso uno che apre una bottiglia di Barbaresco rispetto ad una di Barolo
Ci si deve aspettare la stessa cosa: bere un Grande Vino. La stessa piacevolezza, con le differenze date da terreni tra loro diversi che devono riscontrarsi nel bicchiere. È il bello di queste vigne.
Parlando di vino e di stili. Quanto ha fatto bene la contrapposizione tra tradizionalisti e modernisti nel mondo del Barolo e del Barbaresco.
Ha sicuramente fatto bene. È stata una pubblicità, non so se voluta o sperata. Sicuramente ha fatto bene al Nebbiolo, alle Langhe e al Piemonte. Tutto il resto sono chiacchere. L’unica cosa che conta è il vino, e che sia fatto bene. La differenza reale la fa il gusto di chi fa il vino ed il territorio, ed il gusto non lo si può “comprare” così come il terreno non lo si può “costruire”. Il mio vino deve piacere soprattutto a me e soddisfare il mio gusto, che nel corso degli anni si è affinato, grazie anche alle bottiglie bevute.
Dire Barbaresco nel mondo fa pensare ad Angelo Gaia e Bruno Giacosa. Cosa vuol dire fare vino avendo 2 vicini così importanti? Pensi che sia stato un bene?
Io penso che nella zona dobbiamo essere grati a questi personaggi. Non ci sono gelosie, anzi, massimo rispetto e riconoscenza. Con il loro lavoro hanno costruito un’ autostrada e noi ci viaggiamo comodamente sopra. Io sono nato qui quindi conosco meglio la Famiglia Gaja. L’impegno e la costanza di Angelo in questo campo hanno dato lustro a tutto il Barbaresco e non solo ma anche al Piemonte e all’Italia. Quindi grazie Gaja! Se io trenta e più anni fa ho scelto di produrre Barbaresco lo devo anche a Lui.

Cosa vuol dire tradizione qui a Barbaresco.
Tradizione vuol dire avere rispetto della natura, della nostra storia e dei nostri vitigni. Cercando quanto più è possibile di portare in bottiglia il risultato di questo magnifico territorio.
Come è cambiato il modo di fare il Barbaresco dal ’58 in poi (la nascita della Cantina dei Produttori)
Teoricamente in niente … praticamente in tutto. Tutti i lavori che si facevano in quell’epoca sia in vigna che in cantina sono rimasti gli stessi di oggi. Ma ora vengono eseguiti con prodotti e materiali diversi e con una conoscenza maggiore dei tempi e dei metodi. Un esempio molto semplice ma importante: le pigiatrici e le pompe dell’epoca erano di ferro e di ottone per tanto i residui di metalli pesanti nel vino erano altissimi. Oggi queste macchine sono costruite con altri materiali che non lasciano nulla al vino e che quindi mantengono maggiormente le caratteristiche tipiche del vitigno.
Se ti dico che il vino rappresenta il carattere di chi lo fa, cosa mi dici?
È una profonda verità. Il vino rappresenta tutto di un produttore. Se è allegro, se è scontroso, se è irascibile o è un festaiolo … anche nel suo vino ritroverai quelle caratteristiche.
Cosa vorresti che raccontasse di te il tuo vino?
Vorrei che si sentisse che faccio un lavoro che mi appassiona e che mi piace. Vorrei che questa passione si sentisse e che fosse apprezzata.
Qual è il rischio maggiore che sta correndo il Barbaresco.
Barbaresco è sempre stato un paese ben governato, con scrupolo e oculatezza. I sindaci ed i consiglieri, soprattutto in passato hanno avuto una visione lungimirante e l’hanno saputa interpretare. Quindi il territorio è sempre stato rispettato in ogni sua sfaccettatura e cercando di valorizzarlo al meglio. Come vino, … beh, sente un po’le difficoltà del mercato di oggi.

Vino e Musica: Raccontami che musica sono i tuoi vini
Barbera d’Asti ’08: Il Barbera se fatto bene si fa bere bene, piacevole. È una musica semplice da sentire come è semplice da bere. Di facile ascolto, orecchiabile. Musica giovane e fresca: Elisa
Barbaresco ’07: È un vino prodotto dalle vigne più giovani. È un vino un po’ meno strutturato, di beva più facile e tipicamente pronto prima. Forse avrà una minor longevità, ma nei 10 anni ti dà una bella piacevolezza. Ci abbinerei, una musica più impegnativa, tendente al classico e non troppo rockeggiante, penserei ad un bel pezzo di Gino Paoli.
Barbaresco Coparossa ’07: Continuerei su musica contemporanea. È un vino di un’unica vigna che dà una lunghezza e una complessità superiore. Quindi anche nella musica ci vuole qualcosa di analogo. Per me questo vino è Demis Roussos.
Barbaresco Rabaja ’07: È un vino ancora diverso. Si sente la frutta nera. Sembra più pieno, più ampio e complesso. Qui penserei a qualcosa di ancora più classico. Penso alla voce di Jose Carreras
Vini Assaggiati
Parlare dei vini di Bruno, è facile e difficile allo stesso tempo. Difficile, perché di loro hanno già detto tutto guide e noti esperti. Facile, perché come dicono Ian e Massimo nell’ultima edizione della loro guida, i Barbaresco di Bruno sono tra i più grandi vini d’Italia.
Barbera d’Asti ‘08
Semplice, piacevole, fresca, fruttata e persistente. Mirtillo, rosa, amarena, nocciola. Una barbera da bere.
Barbaresco ‘07
Naso ampio, fruttato di ciliegia e prugna, con sentori di rosa e speziati di pepe e cacao. In bocca è un vino di bella struttura, armonico e piacevole.
Barbaresco Coparossa ‘07
Naso più complesso, al fruttato seguono sentori terziari più complessi e ampi di pepe, tabacco, cioccolato e note balsamiche. In bocca è caldo, concentrato con un tannino austero.
Barbaresco Rabaja ‘07
Note di rosa, ribes e cacao. È ancora un altro Barbaresco. In bocca è caldo, avvolgente, sapido e concentrato con bei tannini morbidi. Un vino fine ed elegante.






