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Beppe Rinaldi e la Tradizione del Barolo

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La terra ha musica per coloro che ascoltano.

William Shakespeare

Con questa rubrica mi sono riproposto di parlare, anzi, “far parlare”, più l’uomo che il vino. In questo caso far parlare l’uomo mi ha dato l’opportunità di conoscere un personaggio singolare, schietto, senza tanti peli sulla lingua e con uno sguardo intelligente e vivace (anche se forse non è così, a me piace pensare che questo sia il motivo che ha dato origine al soprannome, “Citrico”, che lo accompagna dai tempi della scuola). Un uomo mai banale, che soppesa ogni parola, con un eloquio scandito da un tempo che fu, in cui ogni parola ha un suo ritmo ed un suo peso, che ama ancora scrivere (intendo dire con carta e penna) e che rifuggeBeppe Rinaldi 1 da tutto ciò che è tecnologico. Un personaggio che a Barolo (e in tutte le Langhe) è stimato e rispettato per quello che rappresenta, per il suo pensiero, per quello che ha fatto e fa per questo vino e questo territorio. Perché ancor prima del vino viene l’uomo che c’è dietro, con la sua storia, la sua cultura, le sue vendemmie, i suoi libri, le sue bottiglie bevute con gli amici, i suoi quadri, le sue passioni e, in questo caso, la sua Lambretta (“La putrella della mia vita!” , raffigurata in un bellissimo dipinto nel suo “studio/ufficio”) e tutti i suoi viaggi. Ed è così che dopo qualche ritrosia, (“Cos’è che dovremmo fare?!”…“Ho capito, dobbiamo ‘cialtronare’!) ci siamo incontrati, ed ho avuto la possibilità di conoscere, attraverso i suoi racconti, le sue divagazioni, i suoi sorrisi, il suo timbro di voce magnetico – e gli assaggi di botte dei suoi vini - un po’ di più del Barolo e della sua Tradizione.

A proposito di Barolo, si è parlato tanto della contrapposizione tra innovazione e tradizione e della “rivoluzione” introdotta dall’uso delle botti piccole per il suo affinamento. Qual è stata invece a suo avviso la rivoluzione più significativa a partire dalla fine del Feudo dei Falletti?

L’acquedotto delle Langhe. Ricordo che da bambino vivevamo nel terrore di restare a secco. Queste colline sono sempre state siccitose (se non fosse così d’altro canto non ci sarebbe il Barolo), scarse d’acqua, di sorgenti e di rivi. Nelle cantine invece serve molta acqua per tenere pulito. L’arrivo di questa opera a metà degli anni ottanta, ha messo a disposizione dei contadini acqua in abbondanza, consentendo così di mantenere un livello adeguato di pulizia e di igiene delle botti e dei vasi vinari, condizione essenziale per ottenere un buon risultato finale.

Quanto hanno contato la storia e le tradizioni dei suoi predecessori

Io non credo di fare in modo molto diverso da mio nonno, anche se non l’ho mai conosciuto (lui è morto nel ’46 e io sono nato nel ’48), però ho ancora il tino di legno, che oggi ha più di 100 anni, che lui usava per vinificare la vigna Brunate. Era stato fatto apposta per quella vigna, che ancora adesso è di mia proprietà. A parte le condizioni che inevitabilmente sono diverse da quelle di 60 anni fa, non credo di aver cambiato molto le prassi di cantina per quanto riguarda le fermentazioni e le vinificazioni.

Beppe Rinaldi 2

In questo passaggio tra passato e futuro come si deve porre l’uomo …

Spesso la scienza ha dimostrato che quello che veniva fatto un tempo, senza dati analitici o conoscenze scientifiche, ma confortati dalla sola esperienza e grande osservazione, era ottimo. Si erano sviluppate pratiche collaudate e funzionanti, semplicemente perché vendemmia dopo vendemmia, l’uomo aveva capito che facendo in un certo modo si ottenevano ottimi risultati. La scienza quindi non deve “ammazzare” l’esperienza e non può essere l’unico riferimento da seguire. Io ho una preparazione scientifica, ma non credo che per questo si debbano abbandonare certi percorsi ereditati dalla nostra tradizione.

Mi spieghi meglio

Il fatto di conoscere come avviene chimicamente o enzimaticamente una fermentazione risale a Pasteur. Questo è servito a dare spiegazioni a cosa precedentemente si percepiva corretto per esperienza, ma sono tante le cose non sono ancora state spiegate dalla scienza. Anche la stessa malolattica ha per certi versi aspetti misteriosi. Nessuno, ad esempio, è ancora riuscito a spiegare perché certi vini invecchiando diventano più nobili che altri?  Come e perché avvengono certe trasformazioni e come e perché si forma un certo bouchet? Parte è stato spiegato su come evolvono i vini e perché, ma non ancora tutto.

Cosa dovrebbe fare l’uomo … il vignaiolo

Coniugare esperienza ed empirismo con le conoscenze scientifiche, senza essere troppo esasperati, senza mano pesante.

Imparare dal passato con uno “sguardo” al presente

I Grandi Vini non sono nati adesso, ci sono sempre stati. I ricchi, i nobili e i preti hanno sempre mangiato e bevuto bene, avevano palati raffinati ed allenati. I grandi vini se li spedivano, se li scambiavano, si confrontavano con grandi rapporti epistolari …  e si sfidavano a mangiare e a bere il meglio. Nulla era casuale. Dalla posizione delle cantine, all’uso dei recipienti. I Grandi Vini necessitano, pur nel rispetto dello norme igieniche, di locali interrati e dotati di un adeguato livello di umidità alle pareti e sui pavimenti. In Borgogna le cantine sono fatte di pietra, sono umide e i pavimenti generalmente non ci sono, e se ci sono, sono in pietra o in ghiaia, e per loro è motivo di vanto. Oggi facciamo delle cantine che sembrano delle cliniche asettiche, è un’esasperazione che non va bene, e le norme dettate dalle parmalat del vino e dalle lobbies burocratiche hanno distrutto le poche cantine ricche di fascino e di charme, di muffe e ragnatele, che i francesi espongono con orgoglio

Ha parlato di Borgogna che spesso viene citata come la regione più simile alle Langhe per caratteristiche vitivinicole. Quali sono da un punto di vista storico, le similitudini o le differenze con quel territorio?

Direi più differenze. Mentre in Borgogna sono riusciti a concepire una dignità nel campo vitivinicolo già da molti secoli, qui forse non ci siamo ancora arrivati o comunque da poco e anche malamente. Forse se i Falletti avessero avuto un figlio ad inizio del XX secolo la storia di questa zona sarebbe stata diversa in positivo. Purtroppo qui la nobiltà e il potere ecclesiastico non sono stati sostituiti da una borghesia illuminata, come è avvenuto in alcune zone di Francia. Dopo la fine del Feudo dei Falletti, c’è stata una polverizzazione rapida ed improvvisa del territorio, che ha coinciso purtroppo anche con l’arrivo delle malattie americane (peronospora e fillossera). Questo cambiamento rapidissimo del contesto economico e politico di questa zona è inoltre coinciso con le guerre. Prima le Guerre di Indipendenza, poi le due Guerre Mondiali. Per questa zona è stata un’ecatombe, un disastro. Le guerre hanno creato un impoverimento umano (le truppe Alpine hanno pescato fortemente da queste zone) e una grande depressione economica che ha comportato una forte emigrazione, prima in Francia, poi in America Latina, in California, eccetera. Questi contadini, fuggendo da queste zone, hanno poi grandemente contribuito allo sviluppo vitivinicolo di quelle nazioni  (pensiamo ai Gallo in California) trasferendo in quei luoghi anche i vitigni piemontesi.

Non proprio tutti

Il nebbiolo fortunatamente no! Non ha avuto grande successo. La difficoltà di adattemento del nebbiolo è anche la sua grande fortuna (e la nostra). C’è gente che ci prova tutt’ora (in Nuova Zelanda, in Australia, in Oregon…), ma senza grandi successi. Bisogna pensare che nell’800 il vitigno più diffuso in Piemonte non era il barbera ma il nebbiolo; incredibile ma era così. Dal nord al sud Piemonte, anche nelle valli del cuneese e del torinese. Si arrivava a coltivarlo anche ad altezze incredibili (fino a 600 mt.), sicuramente agevolato da condizioni climatiche diverse e più favorevoli: tra fine ‘700 e inizio ‘800 ci sono stati 60 – 70 anni di clima caldo, che hanno favorito la diffusione di questo vitigno. Ciclicamente avviene così e non ci si deve stupire; poi caso mai oggi l’uomo ci mette del suo per favorire questi cambiamenti.

Beppe Rinaldi 3

Come erano i Nebbiolo a quei tempi?

Nell’ ‘800 era per lo più un vino come il Lambrusco. La maggior parte di questi Nebbiolo erano vinificati semi-dolci o abboccati o come si dice da queste parti che “mussavano” (che friggevano). C’era una volontà di farli così anche dettata dalla cucina del tempo, il mangiare quotidiano era molto più grasso, quindi c’era una giustificazione a fare questi vini con una bevibilità estrema, molto più di quanto non lo siano i vini di oggi. Erano degli alimenti/bevanda, che però servivano per accompagnare i cibi di allora. Ovviamente c’erano i detrattori di questi vini e di queste tecniche di vinificazione. Erano vini che, a causa del  residuo zuccherino,  rischiavano molto di più di avere dei difetti o di essere soggetti a malattie e frequenti “puzzette”. Per queste ragioni venivano fortemente criticati dai professori/studiosi di enologia. Ma i palati raffinati, i nobili comunque bevevano bene.

Cosa?

I Falletti avevano scoperto che i Nebbiolo di questa zona invecchiando miglioravano. Altri vini, seppur importanti quali il Barbera, non acquisivano (nonostante i tentativi fatti dall’uomo) la nobiltà dei profumi e dei gusti del Nebbiolo. La Barbera è un vitigno che da grandissimi risultati, io sono un amante di questo vino, ma se lo invecchi più di tanto non da. Ad un certo punto rimane muto, e poi scende la china. Anche il Barolo ad un certo punto “scende la china”, ma evolve molto più a lungo ed in modo più nobile.

Questo i Falletti l’avevano capito certo già dal ‘700, ed avevano iniziato a produrre questi grandi vini che loro commerciavano in Europa, a partire da Palazzo Barolo in Torino (dove forse è realmente nato il Barolo come lo intendiamo noi ora). A quel tempo non si chiamava ancora Barolo, ma Nebbiolo Vecchio o Stravecchio di Prima Qualità Amaro. Allora si usava il termine amaro per definire un vino secco, che forse è anche più bello, perché indubbiamente il Barolo è un vino spesso legato a note amarognole seriose. Lo invecchiavano 4 anni in legno prima di metterlo in bottiglia. In realtà la parte che mettevano in bottiglia era ridicola rispetto al resto per via delle difettosità di quei vetri soffiati e della loro difficile gestione (la chiusura). All’epoca il vino veniva venduto sfuso, in damigiane, o in fusti (la barrique è nata principalmente per questo motivo, per essere facilmente

maneggiata e trasportata su carri e navi) da 2 a 6 quintali. Erano in castagno o in rovere e fabbricati localmente. Poi sono nate le damigiane impagliate.

Beppe Rinaldi 4 

Come deve essere un Grande Barolo

I pregi del Barolo sono i pregi che accomunano tutti i grandi vini da invecchiamento conosciuti, che poi sono pochi, 4 o 5. Vini che con l’affinamento, in legno prima e poi in bottiglia, danno un prodotto nobile, che sviluppa una complessità di profumi secondari e terziari via via più raffinati e ampi, frutto di un’ossidazione controllata dall’uomo. Sono questi che fanno la differenza tra un vino e un Grande Vino, ed è in questo tipo di trasformazione che interviene la mano dell’uomo, imparando, vendemmia dopo vendemmia, attraverso l’uso sapiente di recipienti a controllare questo delicato processo. Perché l’invecchiamento non è nient’altro che un’ossidazione controllata.

Che cosa dovrebbe aspettarsi uno che apre una bottiglia di Barolo

Dovrebbe ritrovare singolarità ed unicità. Una bottiglia di Barolo deve essere espressione del vitigno, della storia e del territorio da cui proviene. Deve distinguersi ed avere un’identità dichiarata al massimo. È questo che fa la differenza.Come deve essere il Barolo che piace a lei

A me piace il Barolo che abbia i profumi secondari e terziari sviluppati, i Barolo giovani non mi dicono molto. Ci sono dei vini, come i grandi Pinot Noir che già da giovani sono buoni, capisci che lo sono e che saranno grandi vini. Altri vini come il Barolo e i grandi vini di Bordeaux, da giovani possono anche essere frutto di perplessità, nel senso che sono difficili, e non sono necessariamente piacevoli. Se sono piacevoli è segno che li si è voluti rendere piacevoli, perché non credo che il Barolo giovane debba essere piacevole di primo acchito. È un vino che richiede una volontà di capire, di comprendere; è frutto di un processo di ricerca. Al Barolo ci si arriva.

Non è propriamente un vino banale

Non deve esserlo; anche perché quello che è immediatamente piacevole, stufa! 

Quando inizia a piacerle

Dopo i 10 anni e deve continuare a mantenere queste caratteristiche di difficile approccio. Deve essere un po’ scorbutico. Un Barolo autentico non può essere “ruffiano”. Non dico che richieda un approccio difficoltoso, ma sicuramente richiede cautela e disponibilità ad accettare delle componenti di osticità e rusticità. Non è un vino scontato; è un vino austero e severo. Richiede, da chi gli si avvicina, un approccio umile, che non trancia giudizi al primo assaggio: prima medita, riflette, e riassaggia. È difficile anche per noi che ci viviamo ipotizzare come evolverà il Barolo; a volte ci troviamo davanti a delle bottiglie che ci sorprendono, che risultano una autentica scoperta e che non riusciamo a spiegarci neanche noi dopo tutti questi anni. Solo fino ad un certo punto è possibile capire come evolverà il Barolo a partire dai primi anni in bottiglia. Questo è uno dei motivi che rende la vinificazione del Barolo così affascinante. Non è omologabile da vendemmia a vendemmia. Il nebbiolo non è certo un vitigno che ti garantisce uniformità di anno in anno.

Cosa dovrebbero trasmettere i suoi Barolo

Che mettendo il naso dentro al bicchiere dicano: ecco questo è un Barolo! Con le sue peculiarità lampanti. Dovrebbe essere una dichiarazione di rispetto e fedeltà a quelle che sono le caratteristiche più singolari ed elette di questo Grande Vino.

Che rapporto c’è tra lei il suo vino, o meglio qual è la differenza tra un suo Barolo ed un altro?

Io penso che sia in gran parte dovuto alle vigne, alla materia prima che deriva da un posto anziché da un altro, poi dalle scelte che faccio: dai travasi, dagli assemblaggi, da come gestisco le fermentazioni e l’invecchiamento. Ognuno di noi, scontatamente, ha un modo di tenere le botti e questo si trasmette al vino. Io preferisco avere botti vecchie e tenerle il più possibile: è una questione di scelta. Io cerco di dare un’identità al mio vino, nel senso che cerco di interpretare nel modo migliore possibile il materiale che ho in vigna e poi nel cercare di utilizzare i legni in modo personale. Se questo vuol dire trasferire la propria personalità al vino … allora sì!

Non è che io voglia privilegiare di più la parte cantina e l’interpretazione del vino. Noi forse tendiamo a mettere in subordine, perché lo diamo per scontato, l’importanza di avere una certa materia prima. Io sono fortunato perché queste vigne le ho ereditate da mio nonno, e forse do per scontato quello che scontato non dovrebbe essere, cioè che quella materia prima è la mia materia prima, il frutto di scelte e di cure che nel tempo si sono succedute.

A proposito di clima, quanto hanno inciso sul Barolo i cambiamenti climatici a cui stiamo assistendo?

Il nebbiolo è sempre stato un vitigno tardivo (che è allo stesso tempo il suo pregio e il suo difetto). Negli anni ’70-’80 maturava circa 20 giorni dopo rispetto ad oggi e questo faceva sì che il momento della vendemmia cadesse nella fase dell’autunno a maggior rischio di piovosità e umidità. Per contro le maturazioni troppo veloci, violente ed eccessivamente spinte sono negative, anche sull’evoluzione del vino. La maturazione polifenolica deve essere graduale, con caldo di giorno e freddo di notte, oggi sostanzialmente il ciclo si è accorciato.  Il risultato è che si fanno dei vini meno ostici, meno tannici, meno severi, meno acidi, insomma più facili. Queste caratteristiche non necessariamente vanno a favore della bontà e soprattutto della longevità e conservabilità del vino. Di ciò non ne abbiamo ancora la controprova, possiamo al momento solo intuirlo. Quello che posso dire è che mentre una volta i miei vini stavano dai 4 ai 5 anni in legno prima di andare in bottiglia, e quando uscivano erano ancora un po’ “crudi”, oggi sto per imbottigliare il 2006 (e siamo solo a marzo), un vino comunque già più bevibile rispetto ad un tempo. I vini di oggi, grazie alla materia prima che ha maturazioni diverse e anche alle modifiche delle tecniche di vinificazione e affinamento sono molto più semplici e pronti, … bevibili da subito.

Si riferisce all’utilizzo della barrique nell’affinamento del Barolo

L’avventura del Barolo in barrique è anche legata al tentativo di rendere il barolo più facile, ma io questo non lo voglio fare, perché non credo sia giusto. Per un certo periodo questo modo di fare Barolo, ha avuto un buon successo dovuto a motivazioni di mercato che richiedevano vini più internazionali. Da qui l’operazione di smussare le spigolosità, di ammorbidire, di addolcire, di togliere il tannino. Abbiamo tentato di addomesticare un vino per renderlo gradevole e apprezzabile ad un pubblico più internazionale, meno avvezzo a questo tipo di vini. Per un certo periodo c’è stato scetticismo o una forma di poca convinzione nei confronti del nebbiolo, per via del suo colore “scarico” (che a me personalmente piace tanto) e questo mi ha molto rattristato. Lo stesso per i tannini; c’era la paura dei tannini del Barolo. Mi rendo conto che a volte sono difficili, forse irruenti, ma a me piacciono i tannini dell’uva e non quelli ceduti dal legno. È giusto fare dei miglioramenti, ma questo non si significa stravolgere le caratteristiche del vitigno e del vino per correre dietro a delle mode. A chi non piace questo tipo di vino si rivolga ad un altro prodotto.

Cosa le piace e cosa non le piace del mondo del vino?

Parlando di questo territorio. È un territorio di grande bellezza, specialmente d’inverno con la neve, con i suoi grigi che mi paiono unici. Mi piace meno quando c’è il trionfo della vegetazione perché si appiattisce, perché è troppo ricco di verde. Purtroppo non ci sono più le macchie di colore date dalle diverse colture, non ci sono più le pecore. Qui ogni angolo è diverso, giri la collina e ti trovi con un paesaggio nuovo, con questi paesetti uno diverso dall’altro. È un paesaggio “mosso”. Forse oggi un po’ troppo costruito dall’uomo rispetto ad un tempo, … un po’ troppo rumoroso ed illuminato. Una volta le Langhe erano molto più silenziose e buie. Diciamo che hanno perso un po’ di fascino, l’agreste e il bucolico, ma sono ancora convinto che siano tra le colline enologiche più belle del mondo (e tanti che vengono da queste parti lo confermano, … rimangono stupiti).

Se potesse fare qualcosa per il mondo del vino

Si parla sempre e solo di promozione e non si parla invece di tutela. Prima di far correre la gente qua bisognerebbe porsi il problema di tutelare queste zone, di conservarle. Inizierei a bloccare l’albo vigneti, e non consentirei più di continuare a piantare vigne. Se si potesse tornare indietro si dovrebbe ripiantare il bosco dove c’era il bosco, il noccioleto dove c’era il noccioleto. Mi rendo conto che è un’utopia, però almeno dovremmo smettere di piantare vigne. Poi istituirei un ente sovra comunale per definire un unico piano regolatore, una politica comune, che tutti i sindaci della zona di Barolo dovrebbero adottare per evitare che ogni singolo comune possa violentare il territorio. Non possiamo immolare questo patrimonio per le casse comunali. Quando in una zona scoppia il benessere la gente tende a voler distinguersi e a lasciare un segno del proprio passaggio. Troppo spesso, invece, si creano ferite e violenze.

Cos’ altro servirebbe al mondo del vino

Semplificazione burocratica. È evidente e smaccata la volontà di imporre regole identiche, sia per chi produce milioni di bottiglie, sia per chi è artigiano. I vignaioli non hanno acquisito una coscienza di categoria, una dignità e consapevolezza per quello che fanno e non si ribellano a questo disegno che viene programmato e imposto dall’alto dalle lobby. Le aziende artigianali sono lo scheletro sano che nel tempo ha più contribuito ad affermare il mito e la fama del Barolo e di queste colline nel mondo; oggi vengono mortificate e disagiate in nome della globalizzazione.

A cosa è dovuto allora il numero così esiguo degli associati alla FIVI (Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti)

C’è individualismo, c’è gelosia, c’è invidia. Poi la gente, è triste dirlo, quando ha la pancia troppo piena, gli si svuota la testa. L’uomo se messo in difficoltà reagisce, diventa volitivo, … e quando sta bene si siede. Il rischio è che ci si assuefa, perdendo la vera dignità di lavoro e il ruolo di viticultori. Stiamo dedicando un sacco di tempo a fare cose inutili ed improduttive, con solo dei costi aggiuntivi e disagi, così si perde la parte più vera del lavoro: accudire la vigna e la cantina.

Possibili vie di uscite?

Le crisi fanno unire le persone, mentre il benessere le allontana. Sicuramente anche qui si sente la crisi: sarebbe urgente impostare una politica lungimirante a tutela dei prodotti e dei territori, perdendo il servilismo e la sudditanza nei confronti di chi detta norme assurde e in realtà non tutela. Si coltiva un sogno, una rivoluzione, nella sensibilità e nella dignità.

 “Vino e arte”. Che musica sono i suoi vini e la musica?

(e qui si è aggiunta la figlia Marta, enologa, che sta iniziando ad affiancare il padre nella gestione dell’azienda, stesso guardo vivo ed intelligente del padre, … una garanzia per il futuro di questa azienda, e del Barolo!)

Beppe Rinaldi 5

Dolcetto.

Beppe: È un vino bonario, un po’ frivolo, ma anche brioso, giocoso, divertente. È il vino dell’allegria, della convivialità: penso alle canzoni dei Gufi (la band di Nanni Svampa e Lino Patruno)

Marta: non saprei, non è un vino che amo molto, preferisco la Barbera

Barbera:

Beppe: Per me la Barbera è un pezzo di Jazz: King of blue – Miles Davis

Marta: Per me invece è più vicina alla musica country: Country Roads – John Denver

Langhe Nebbiolo:

Marta: Il Nebbiolo lo sento come una canzone di Bob Dylan

Beppe: Sono d’accordo con Bob Dylan, ma lo vedo bene anche con le canzoni di Georges Brassens.

Freisa:

Marta: è un vino che mi fa pensare alla musica dei Metallica, … “Nothing else matter” mi sembra il pezzo giusto.

Beppe: vino frizzante o secco, da musiche occitane, … musiche folk, …

Barolo:

Marta:  Di getto dico: Pink Floid - I wish you were here

Beppe: Il Barolo è un vino severo che porta alla malinconia, a quella sensazione di euforia positiva, penso al Tango Argentino di Carlos Gardel  o Alfado.

 

Vini Assaggiati

Barbera d’Alba ‘07

Rubino intenso. Al naso ricco e tipico: sottobosco, frutta rossa matura, prugna, poi viola e lievi sentori di fiori secchi, e liquirizia per finire con terziari interessanti. In bocca caldo, morbido e avvolgente, ricco, di una bella struttura ma con una acidità da Barbera vero, e di una piacevole bevibilità. Compagno perfetto a tavola.

Langhe Nebbiolo ‘07

Granato con riflessi vivi di rubino. Naso elegante, molto caratteristico, ciliegia, viola, bouchet di fiori secchi e lievi note balsamiche e di spezie. In bocca si ritrova l’armonia olfattiva, tannini eleganti e una bella acidità. Un nebbiolo morbido con una nota sapida sul finale che lo rende estremamente piacevole da bere.

Barolo Cannubi-San Lorenzo Ravera ‘05

Naso con sentori di menta, poi liquirizia dolce, lievi sentori balsamici e poi fruttato di lampone, sottobosco e marasca. In bocca è uno spettacolo, ha corpo, eleganza, è sapido, una bella acidità in armonia con tannini importanti ma eleganti, e il finale e lungo e non ti lascia più.  

Barolo Brunate-Le Coste ‘06

Intenso di note fruttate, dolci. Naso elegante, si apre a sentori di mora, mirtillo e confettura di frutta e poi note di liquirizia. Al gusto è elegante ed equilibrato, persistente, con tannini più austeri ed una bella freschezza che lo rendono piacevole da bere già ora

Barolo Brunate-Le Coste ’85 – anno di nascita di “Marta”, la primogenita

Granato con intensi riflessi aranciati. Al naso è etereo, ampio e complesso. Fiori secchi, viola, frutti rossi maturi sotto spirito, note dolci e poi via via, terziari speziati evoluti che aprono eleganti. In bocca è rotondo, caldo, morbido, con una buona acidità. Un grande vino, di un’ottima annata.

Barolo Brunate-Le Coste ’88 – anno di nascita di “Carlotta”, la secondogenita

Granato, colore bello e vivo. Al naso ancora un po’ chiuso, rispetto a “Marta”, sembra che possa ancora evolvere, ma comunque è ampio e complesso. In bocca colpisce la freschezza e l’acidità in perfetta armonia con la struttura e il corpo di un vino evoluto. È grande e può ancora “crescere”.