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Ezio Cerruti e il Moscato “Scapigliato”

La civiltà ebbe inizio quando per la prima volta l’uomo scavò la terra e vi gettò un seme.
K. Gibran

“Riappacificarsi con il dolce… e riuscire a non avere occhiatacce di disapprovazione quando fra amici stappo qualcosa di non-secco e di molto fragrante. E’ chiedere troppo?” Questo è il finale dell’elogio alla “Schietta Dolcezza” di Andrea Sturniolo comparso nel NWJ di Gennaio scorso. E poiché mi trovo completamente d’accordo con Andrea, rispondo: “No! Non è chiedere troppo. Anzi!”. Trovandomi in Piemonte ho deciso di andare a fare quattro chiacchere nei dintorni del vino dolce piemontese per eccellenza: il Moscato, ma in una versione più insolita.

Ezio Cerruti e il Moscato “Scapigliato”

Così ho preso la macchina e mi sono diretto verso un paese al confine tra Langhe e Monferrato, per i più la zona di eccellenza per il Moscato d’Asti, per conoscere un personaggio singolare. Il suo biglietto da visita recita “Contadino in Castiglione Tinella”. Se gli chiedete perché “contadino”, vi recita la definizione del Devoto-Oli: “Perché vivo e lavoro nella mia terra, della mia terra; poi incidentalmente faccio vino perché mi trovo in una zona fortunata, ma avrei potuto fare pesche o grano!”.  Questo “contadino”, oltre a lavorare con passione e amore i vigneti di famiglia dove coltiva il Moscato (“E cos’altro se no?! Io amo il Nebbiolo, ma da queste parti non è cosa!”), produce un vino. Uno soltanto e senza compromessi, un vino dolce, da uve Moscato passite, lasciate pazientemente e attentamente asciugare sulla pianta dopo aver reciso il tralcio in vendemmia (non un surmaturato, quindi, n.d.r), e raccolte dopo circa due mesi, verso fine Novembre. Un vino atipico, forse, ma autentica e armonica espressione di questo territorio, della sua tradizione … e del suo “contadino”, amante della musica e della “letteratura”.

Ezio Cerruti e il Moscato “Scapigliato”Iniziamo spiegando perché il tuo Moscato è un vino “scapigliato” …
Io ho sempre amato la scapigliatura, sin dai tempi della scuola. Ho sempre provato simpatia per quel movimento e per quello che ha rappresentato. I temi dominanti della scapigliatura erano due: la ribellione contro la cultura tradizionale che c’era a quel tempo (il romanticismo melenso) e il fascino che il tema della malattia esercitò sulla loro poetica. Pensiamo di riportare quest’ultimo nel mondo del vino: quali sono i vini che nell’accezione comune vengono considerati “malati”? I vini fatti con le muffe, come i miei moscati.

E per quanto riguarda il tema della ribellione?
Diciamo che condivido con quel movimento, la situazione di insofferenza verso la cultura e il modo di fare vino che va per la maggiore in questa epoca e che non mi piace. E forse più che nel  modo di fare vino, … nel modo di fare vigna!

Spiegami questo distinguo.
Iniziamo col dire che si parla tanto di vino e poco della terra, salvo poi sentire la gente si riempie la bocca di “terroir”, ma non sa neanche cosa significa e da dove deriva! Per questo dico parliamo meno di vino e più di terra. Mi piacerebbe che chi fa il mio lavoro, e per mio lavoro non intendo fare vino, quanto prima di tutto fare campagna, … fare il contadino, avesse più sensibilità e credesse di più nelle cose che fa e nel territorio in cui lavora e per questo avesse più rispetto.  Dico sempre che la mia terra, non è mia, ma ce la ho in uso. Io un giorno non ci sarò più e la terra continuerà ad esserci. Pertanto è quasi un mio dovere non usurparla, cercando di mantenerla, di trarne dei prodotti e del reddito ma non rovinarla e di consegnarla integra alle generazioni future. Purtroppo non è così, paradossalmente proprio in una zona come questa che è sempre stata più una zona di produttori di uva che non di vino (solo recentemente alcuni hanno iniziato a produrre moscato in proprio) e che quindi a maggior ragione dovrebbero tutelare il loro territorio.

Quali sono a tuo avviso le cause?
Le cause sono in parte storiche e in parte dovute al fatto che il principale prodotto che si ottiene da queste uve, l’Asti Spumante, è sempre stato un vino industriale (il metodo Martinotti richiede investimenti in tecnologia e autoclavi che solo i grandi industriali come Cinzano, Gancia e Martini potevano permettersi). Conseguentemente la gente lavorava le vigne e vendeva le uve alle grandi aziende della spumantizzazione. Queste hanno sempre avuto l’interesse a portare a casa uva buona e pagarla poco. Il contadino, conseguentemente, ha cercato di produrre di più o a più basso costo per avere una adeguata remunerazione, che in realtà non è mai stata così grande, perché in questa catena l’ultimo a trarre benefici e il primo a rimetterci è chi sta alla fonte.

Cosa intendi dire?
Quando c’è stata la crisi dell’Asti Spumante cosa è successo?! Da una parte le aziende hanno ridotto il prezzo dell’uva al kg, e dall’altra hanno imposto di ridurre le rese. La resa standard del Moscato è sempre stata sui 100 qli per ettaro, che è abbastanza fisiologica per questa uva garantendo al contempo anche un buon prodotto. Quando il mercato non andava hanno portato la resa a 75 qli. con una conseguente riduzione di introiti (25%) non compensati da un innalzamento del prezzo di vendita e, non essendo produttori di vino di Barolo, senza neanche il plus-valore in bottiglia. Per avere un po’ di remunerazione l’unica possibilità per chi vende le uve è diminuire i costi di produzione: conseguentemente e inevitabilmente nessun ritegno verso questo territorio. A non usare diserbanti siamo purtroppo in pochi.

Bene, supponiamo che domani diventi Assessore Regionale all’Agricoltura, cosa proponi?
Non è facile rispondere, perché non sono un politico e mi rendo conto che gli aspetti in gioco non sono semplici. Inizierei con semplificare la burocrazia. Con il modo di lavorare che ci hanno imposto, con le fascette, le regolamentazioni e le registrazioni connesse, stiamo dando verginità agli industriali del vino. Hanno la fascetta come la nostra, ma non sanno nemmeno come sono fatte le loro vigne  e  comprano il vino all’ingrosso già certificato DOCG. Cercherei di differenziare l’azienda agricola dall’industria agricola. Un’industria agricola ha almeno una ufficio/persona dedicata a gestire questi aspetti (normative, gestione fascette, rapporti con enti …). In un’azienda agricola c’è una persona, che va in vigna, da il verderame, imbottiglia … non si può pensare che debba avere gli stessi obblighi. Lì magari troverai sempre tutti i registri in perfetto ordine, … da noi è sicuramente più facile trovare qualcosa fuori posto … quindi, proporrei di semplificare. Ma non fraintendermi; semplificare non vuol dire non volere o non avere controlli. Diciamo ad esempio che siamo l’unico paese al mondo che si è inventato questa genialata delle fascette. In Italia ognuno di noi ha dovuto comprarsi una macchina che costa 5.000 euro per mettere le fascette, ma che senso ha? Mi sembra una colossale presa in giro! In Francia, che non sono proprio gli ultimi, usano le capsule, è più semplice  economico e funziona; perché non dovremmo farlo anche da noi? … non mi interessa prendere i finanziamenti o le sovvenzioni, mi basterebbe che mi semplificassero la vita.

Ezio Cerruti e il Moscato “Scapigliato”

E se volessimo parlare di incentivi da parte delle istituzioni, che tipo di incentivo servirebbe?
Se parliamo di incentivi, allora vorrei che ci fosse una selezione per merito e serietà nel modo di lavorare la terra. Il contadino è il primo difensore del territorio, se lasciamo abbandonare le campagne, le colline, le montagne, il rischio è l’incolto e il degrado che inevitabilmente porterà a dei dissesti. Dovremmo essere il primo avamposto a tutela del territorio, e sicuramente per questi aspetti sarebbe opportuno che le istituzioni avessero una adeguata politica.

Sei per la “centralità” della terra...
Vorrei che ci fosse un po’ più di rispetto per la terra, perché una volta che l’abbiamo distrutta, desertificata, non ci resterà più niente. E se poi davvero mettessimo la terra al centro, anche il risultato che avremo in bottiglia migliorerà. Se un tempo (non più di 40 anni fa) si facevano circa 60 qli. di moscato per ettaro e adesso alcuni sono tornati a farne da 120 a 140 non mi dirai che il prodotto finale ha le stesse caratteristiche?! Oggi i migliori Moscato non spuntano più di 5 euro a bottiglia se li vendi a bancale. Forse, vale la pena pensare che anzichè fare 70 milioni di bottiglie (tra Asti Spumante ecc…) ne dovremmo fare magari solo 30, che però venderemo a 15 euro la bottiglia. Stiamo parlando di un vino che è straordinario, che ha una nobiltà unica, e se non sono riusciti ancora a portarcelo via ci sarà un motivo. Certo, è un percorso che non si fa dall’oggi al domani, ma la Borgogna non è nata in qualche anno, ci vorrà del tempo ma il risultato sarà un bene per tutti.

Riassumendo: rispetto del territorio, rese più basse, valorizzazione del prodotto!
Probabilmente questa è l’unica direzione da percorrere se non vogliamo appiattirci sulle logiche che interessano le grandi industrie che hanno invece tutto l’interesse a rendere tutto uguale, a massificare e a produrre 100-120 qli, e conseguentemente rendere più vicini i prodotti industriali con quelli artigianali. In questo modo i loro prodotti risulteranno ancor più competitivi e vincenti. Se si crea un meccanismo che omologa tutto, noi scompariamo siamo come produttori di vino che come produttori di uva.

In questo processo anche voi produttori però avete una parte di responsabilità non indifferente!
Sono d’accordo. Vuoi un esempio: a ridosso della vendemmia, alle domande dei giornalisti, tutti rispondono di avere le vigne esposte a sud. Praticamente da queste parti l’est e l’ovest non esistono. Tutti poi hanno vigne di almeno 50 anni: fosse così da queste parti non dovresti più trovare un vivaista da almeno 30 anni! Cosa che non è assolutamente vera. Eppure a fine agosto su giornali nazionali e riviste puoi divertirti a leggere queste fandonie: così si perde credibilità e basta.

Diciamo una maggiore assunzione di responsabilità da parte di tutti!
A partire da noi e via via a salire verso chi ci governa. Poi se ci vogliamo raccontare delle balle va bene così: va bene al giornalista, all’enotecaro di turno e all’importatore di Tokio, ma non è così che facciamo il bene di questo territorio, ed io, credimi, amo questo territorio. Sono 50 anni che quando apro la finestra al mattino e guardo fuori mi sento felice. Contento di vivere nel posto in cui sto. Poi per altri versi mi arrabbio, pensando che c’è gente che si alza il mattino, prende la pompa e inizia a dare diserbante anche nell’orto dove mette i pomodori che mangia a tavola.

Diciamo quindi “B” come Biodinamica?!
Premetto che considero questa un’ulteriore etichetta, e come tale non mi piace. Io, pur lavorando nel modo più naturale possibile (e se andate nelle sue vigne lo potete constatare di persona n.d.r.), non mi sogno nemmeno di pagare un ente esterno che mi certifichi. Non è per presunzione, potete venire a casa mia quando volete, andiamo in vigna, toccate con mano e poi assaggiate il vino: se vi fa male mi “tirate gli accidenti” e non venite più a prenderlo. Ma su questo mi sento di garantire! Io credo che sia un assurdo doversi certificare per essere “onesto”. Dovrebbe essere il contrario: tu certifichi che io sto lavorando in modo “disonesto”. Se siamo arrivati a questo punto c’è qualcosa che non va, è un mondo che gira al contrario, che non riconosco e da cui mi dissocio.

Ezio Cerruti e il Moscato “Scapigliato”

Allora “B” come Buon Senso!
Anche qui dobbiamo intenderci sul significato delle parole. Per me Buon Senso non vuol dire: “sono pieno di lavoro, ho le viti che germogliano da bestia, piove e allora do il “sistemico”. Io do i prodotti che si usavano un tempo, del rame e dello zolfo. Lo so anch’io che il rame è un metallo pesante, però almeno ne conosco gli effetti che dà da almeno 200 anni. Ci sono altri prodotti che oggi sembrano la panacea di tutti i mali della vite, ma caso mai tra vent’anni scopriamo che sono cancerogeni. Tante volte è un alibi di molti produttori dire: “il rame è un metallo pesante, e allora do un altro principio attivo”... no calma.

Cosa vuol dire allora per te Buon Senso
Partiamo dal presupposto di non dare diserbanti, prodotti sistemici e utilizzare prodotti più naturali possibili, che forse non saranno i migliori in assoluto, ma che a oggi ne conosciamo la storia e gli effetti. E poi fare “prevenzione”. Questo per me è Buon Senso! Il problema è che oggi nella stragrande maggioranza dei casi, se disponi di un prodotto che anche se arrivi tre giorni dopo una pioggia infettante, te la para, non ti preoccupi più di fare un trattamento preventivo. Oggi abbiamo tutti internet: le previsioni a 3 giorni sono attendibili al 90% e forse più; se so che viene un temporale do il mio trattamento di copertura preventivo a base di rame, e sono a posto. Se invece ho altro da fare, e viene la pioggia e non sono coperto, allora sono costretto ad usare un prodotto sistemico con ben altra invasività. Credo che per lavorare in modo “pulito” – tanto per capirci – ci vogliano passione e attenzione costante ogni giorno alle situazioni ambientali e atmosferiche, soprattutto nei mesi più critici.

E poi?
Poi ho avuto la fortuna di incontrare alcune persone – poi diventati amici – che sono Beppe Rinaldi, Baldo Cappellano, Maria Teresa e Bartolo Mascarello, che mi hanno mostrato un modo più umano e “amichevole” per fare e vivere il mondo del vino. Ed è così che ha iniziato a ronzarmi l’idea di provarci anch’io. Dal 1996 al 2002 in cooperativa con degli amici. All’inizio l’idea era molto buona poi, viste le differenze di vedute, ho deciso di affrancarmi e intraprendere qualcosa per conto mio.

Perché il Moscato?
Sono nato a Castiglione Tinella, nella zona di elezione del Moscato, i big sono tutti qui, e i miei vigneti di moscato sono tutti qui. Per questo dico che mi reputo molto fortunato. Ho ancora negli occhi e nelle narici il moscato che faceva mio papà 40 anni fa. Un moscato che aveva dei profumi, che li sentivi nel bicchiere a distanza di metri. Qualcosa di incredibile. Vivendo qui e pensando alla mia storia non potevo che pensare a fare un moscato. Ma a me questi moscato iper-tecnologici non mi sono mai piaciuti, così mi sono ricavato una nicchia: il passito.

Perché questa la scelta di appassimento in vigna?
Perché in questo modo il grappolo appassisce con una varietà di condizioni climatiche diverse dall’appassimento su graticcio in capannoni. Il grappolo vive con il vento, il sole, la pioggia e con la notte; questi molteplici fattori conferiscono, a mio avviso, una complessità diversa al vino. Per contro (perché se non sarebbe troppo facile) corri il rischio che se piove per otto giorni di fila a ottobre butti via il 50-60% della produzione. È la quadratura del cerchio. Se no farebbero tutti così.

Però il rischio vale la candela?
Da un punto di vista economico forse no (la resa è del 13% contro il 75% di quello fresco n.d.r.), ma come risultato finale e soddisfazione personale direi di sì. Io destino una parte dei miei 7 ettari a questa produzione, le vigne più vecchie, l’altra la vendo. Per ottenere il risultato che voglio devo dedicare le uve provenienti da vigneti esposti a est, sud-est, perché hanno bisogno dei primi raggi di sole che asciughino i grappoli dopo la nottata (se no ammuffirebbero subito). Le uve provenienti dai vigneti non idonei a questo prodotto (quelli a sud, sud-ovest), ma perfetti per vendere l’uva fresca per moscati tradizionali, le vendo garantendomi la sopravvivenza, ma soprattutto la libertà di poter fare un moscato come dico io. E su questo non derogo. Tempo fa ho deciso di fare le cose che mi piacciono nella vita e di farle come piace a me: ci riesco e per questo mi reputo fortunato.

Un Moscato Scapigliato!
Cerco nel mio piccolo di essere coerente con questa filosofia, che mi consente di essere in pace ed in equilibrio con me stesso. Quello che faccio lo faccio perché mi piace e non farei nient’altro. Se dovessero pagarmi per fare questo lavoro in questo modo, non lo farei mai e poi mai e per nessuna cifra. Usare il decespugliatore al posto dei diserbanti ti assicuro che c’è da farsi un “...” così.

Perché sulla tua bottiglia è riportato solo Vino Passito?
Perché non ho voluto aderire alla DOC. Le DOC in teoria dovrebbero essere garanzia di eccellenza di un territorio,  ma, ahimè, quando sono svilite e le si dà a tutti indistintamente, mettendo tutti i vitigni e tutti i prodotti sullo stesso piano, non ha più tanto senso. Se leggo il disciplinare, e poi assaggio quelli che passano le camere di commercio, allora dico basta, tolgo la DOC e ci metto la mia firma sotto e va bene così. Mi piacerebbe che ci fossero i consorzi così autorevoli e forti che dessero davvero garanzia di eccellenza, ma purtroppo non è così. Avendo scelto di non essere DOC ho deciso di chiamarlo Vino Passito. Il disciplinare mi impedisce di mettere il vitigno e l’anno. Non è che me lo dà facoltativo, me lo impedisce (e poi parlano di tutelare il consumatore con una informazione il più dettagliata e trasparente possibile). Se fosse un IGT potrei, ma siamo in Piemonte e noi non abbiamo l’IGT perché ci vantiamo di avere solo DOC. Peccato poi che la DOC la diamo a tutti, o quasi, ...dimmi che senso ha?!

Sintetizzando possiamo dire che la tua filosofia sta nella centralità della vigna
Ormai è un luogo comune dire che il vino si fa in vigna, ma è così. Io mi sono piccato di fare questo prodotto nel modo più naturale possibile, ma non certo per aspetti commerciali. In cantina cerco di essere il meno invasivo possibile. Travaso solo quando è necessario, se no il mio vino sta sempre in legno, fermenta un anno e non faccio batonage. Mi piace e voglio che venga fuori lui, come deve essere per l’annata che è stata. In cantina, l’unica cosa che devi fare al vino, se hai lavorato bene in vigna, è lasciargli il tempo. Il tempo giusto, così non devi stabilizzare, non devi filtrare, e lui si esprime al meglio dell’annata. Io ad esempio ho messo in bottiglia una settimana fa il 2006; in commercio trovi i 2008 come prodotti simili al mio. Se metti oggi in commercio il 2008, devi inevitabilmente intervenire in modo fisico e chimico, che va benissimo, perché non è assolutamente illegale, semplicemente non è il mio modo.

Tu ed il tuo Moscato!
Io credo che il vino rispecchi il carattere di chi lo fa. Io sono il mio vino e il gusto glielo do io o, se preferisci, i miei passiti sono a mia immagine e somiglianza. Ho imparato a dare molta importanza all’aspetto umano delle cose. Io sono nato in questi posti, innamorato di questi posti; di conseguenza è ineluttabile che il mio vino non possa che rispecchiare i legami con questo territorio, con questa casa dove abitava mio padre (e fatta da mio nonno), con il mio modo di vedere la natura, e di pensare il vino. In questo sento una continuità con il mio passato. Non credo tanto a dei riferimenti enologici, credo piuttosto che il mio vino sia semplicemente nato dalla mia vita, dal mio modo di pensare e dalle esperienze che mi ha hanno portato fin qui.

Come deve essere un Grande Vino?
Premesso che non credo al vino perfetto, io sono per l’elogio dell’imperfezione. Il vino perfetto non esiste, così come non esiste l’uomo perfetto o la donna perfetta. perché sarebbero entrambi “noiosi”. Se il vino è perfetto non ha un’anima e se non ha anima, non ha sicuramente qualcosa da dirti. Detto questo, un vino per essere Grande deve durare e ci devono essere tre fattori che devono tra loro dialogare: territorio, vitigno e persona.

Andiamo per ordine
Territorio: intendo che se qui in Langhe metti il merlot o il cabernet nel barolo; sarà anche un vino buono, forse sarà anche più vendibile all’estero, ma gli mancherà senz’altro qualcosa.
Vitigno: per me e fondamentale non snaturare i vitigni ed è per questo che sono contrario agli assemblati, ma è la mia personale convinzione. Sono contrario ai tagli, anche quando migliorativi, perché vanno a scapito dell’identità del vitigno
Persona: c’è differenza se ad andare in vigna è il contadino o se c’è un consulente. L’anima al vino gliela mette il contadino. Se partiamo dalla stessa uva è sicuro che due contadini fanno due vini diversi. Guarda con la musica con 7 note cosa si riesce a fare.
Territorio – vitigno – persona: quando queste tre componenti, ovunque tu sia, le metti insieme, viene fuori l’essenza, l’anima. Questo è quello che mi intriga. È come per  le donne la differenza tra bellezza e fascino, lo stesso è per il vino. Può essercene una bellissima, perfetta … tanto perfetta da risultare finta, che ti dice poco … senza anima, e quindi per me senza fascino ...torna tutto.

Dimmi allora se fosse una donna che donna sarebbe il tuo Sol?
Non ho dubbi. Io amo la Binoche, ...non la Marini. Preferisco l’eleganza e il fascino alla “burrosità” e alla “prorompenza esagerata”. Lo stesso per i passiti.
Come deve essere per te un vino passito.
Non deve essere un esercizio di concentrazione, deve avere il giusto equilibrio alcol e zucchero. Deve avere una buona acidità da renderlo piacevole e bevibile, tanto da riuscire a bertene quasi una bottiglia da solo. Più vai a nord è più e così. Penso ai passiti dell’Austria, della Germania … anche della Francia (se non considero la concentrazione di solforosa). Quelli sono vini che puoi bere e che non sono degli esercizi di concentrazione. Per me la sfida era cercare di fare un vino così qui, dove non hai la muffa nobile, salvo eccezioni, e hai dei climi che in autunno non sono poi così favorevoli. Una bella sfida, ma a me le sfide piacciono, e il Sol ha 50 g/l. di solforosa. Ci sono dei rossi che ne hanno di più (i Baroli sono a 60, 70 … i Bianchi mediamente intorno a 100 – 110 e più). A zero di solforosa, mi piacerebbe … ma non sono capace. Non voglio correre il rischio di buttar via tutto.

Rapporti con i colleghi
È lo stesso rapporto che ho con i loro vini. Io sono anche un consumatore di vino, e non essendo un recensore, se un vino mi piace, e il produttore e la sua filosofia mi piacciono, il vino mi piace di più. Se invece un vino mi piace, poi conosco il produttore e lui non mi piace, io quel vino non lo compro più … Punto. Per me è così. Baldo Cappellano e Citrico (Beppe Rinaldi n.d.r.) mi hanno fatto cambiare idea sul vino e grazie a loro ho deciso di provarci anch’io. Per me sono stati entrambi molto importanti, per la loro amicizia e per cosa mi hanno insegnato! Mi piacciono molto i loro vini, perché mi piacciono loro.

Cosa non ti piace di questo mondo
Mi ritengo un fortunato, uno molto fortunato, soprattutto in questo periodo: non ho cassa integrazione. Sul mondo del vino ci sono tante esagerazioni, se uno è un astrofisico non se lo fila nessuno, vai in giro e dici che fai il vino diventi quasi una rock-star … calma! Se dobbiamo dare un Nobel, lo do a Gino Strada, non lo do ad un vignaiolo. Faccio vino, non ho salvato milioni di persone, cerco di farlo bene, ma sicuramente non sono un premio Nobel. Ho già questa fortuna di mio, può bastare.

Il vino e la musica
Per entrambi la capacità di “durare nel tempo” fa la differenza. È come quando mi chiedono dell’arte, del mio concetto di arte: per sbrigarsela veloce, ti dico che l’arte è qualunque manifestazione che è degna di invecchiare: Mozart è arte, gli 883 no. Per il vino è lo stesso.

I tuoi passiti e la musica
Il mio vino ha la caratteristica, che per me è un pregio, di essere ogni anno diverso. Non solo perché è diversa l’annata, ma perché di anno in anno è diverso quello che avviene nei due mesi di appassimento all’aria aperta. Tutti i miei moscati passiti li sento un po’ Frank Zappa (d’altro canto uno che fa il contadino non può non amare uno che si chiama Zappa). Un musicista che ha spaziato un po’ su tutti i generi, dal rock puro e duro, al jazz e per finire alla musica classica. Il mio, a seconda delle annate, può essere una cosa o un’altra completamente differente. Detto questo poi potrei dire che:
Sol 2001: il mio preferito, forse perché il primo, sicuramente perché è quello più evoluto, direi la Callas
Sol 2003: opulento, un’annata troppo calda, residuo zuccherino un po’ troppo alto, anche se adesso sta uscendo meglio, penso ad una grande sinfonia, un orchestra monumentale, enorme: Beethowen
Sol 2004: musica contemporanea, elegante ma più piccola rispetto ai precedenti, penso ad un minimalista come Philippe Glass
Sol 2005: assomiglia al 2001,  vorrei vederlo tra 5 anni, adesso dico un pezzo di Stravinsky
Sol 2006: è giovane ma così di getto ti dico Keith Jarret – Koln Concertù

Come ha detto Ian, “parlare di vino del territorio ha un senso solo se c’è un territorio vero dietro … compendio di emozioni, di storia, di cultura, di tradizioni e di innovazioni” … e di uomini che portano rispetto per la storia, la cultura, le tradizioni e per la terra e ne sono attenti e intelligenti custodi. Allora può succedere che si arrivi a comprendere che non si deve parlare di “personalità del vino”, perché è il produttore che da la sua personalità al vino, con la sua storia e con le sue scelte. E tanto più queste scelte – e questa storia – hanno rispetto per la terra e per la natura e tanto più la natura e la terra sapranno restituire in modo generoso al vino. Si tratta di una filosofia di vita? … forse, ma credo sia l’unica strada per far convivere in modo armonico Territorio, Vitigno e Uomo, e avere la speranza di trovare un vino con l’ ”anima”, magari non “perfetto” o un po’ meno “internazionale”, ma di sicuro affascinante. Come il Sol di Ezio Cerruti.

 

Vini Assaggiati

Tutti molto buoni, piacevoli da bere bicchiere dopo bicchiere (nelle degustazioni che ho fatto, la bottiglia non è mai avanzata), ancora di più se vi date tempo, a fine pasto magari mettendo in sottofondo un po’ di musica. Alcuni suggerimenti li ha forniti Ezio, e se proprio non trovate nulla di Frank Zappa, … beh provate con Astor Piazzola.

Ezio Cerruti e il Moscato “Scapigliato”Sol 2006 – Vino Passito – 15%
Giallo ambrato. Ancora giovane ma già intrigante sia al naso che in bocca. Il naso di profumi di albicocca essiccata, di canditi e torroncino è in buona armonia con la piacevolezza e l’equilibrio tra zuccheri residui, alcol ed acidità.

Sol 2005 – Vino Passito – 15%
Giallo ambrato. Naso suadente, albicocca essiccata, fichi secchi, poi  via via  profumi di torroncino e noce. In bocca è caldo e morbido, con una piacevole freschezza e acidità che lo rendono piacevole da bere.

Sol 2005 Botritys – Vino Passito – 15%
Si apre al naso bello intenso e potente. Cachi, mandorle, fichi secchi e quel sentore affascinante di muffa nobile da grande vino. In bocca è pieno, lungo e persistente con una acidità in perfetto equilibrio con la dolcezza intrigante di questo vino molto particolare.

Sol 2004 – Vino Passito – 15%
Al naso si presentano piacevoli note di panettone, agrumi canditi, mandorla e uvetta sotto-spirito, con piacevole nota minerale. In bocca è caldo, morbido e lungo, con una buona acidità che rende questo vino piacevole e fresco.

Sol 2003 – Vino Passito – 15%
Il naso è ampio, ricco. Albicocca, uvetta, prugna cotta, agrumi e datteri canditi, poi noce fresca e una leggera nota di liquirizia. In bocca mantiene tutte le promesse: caldo, dolce, quasi opulento ma con una freschezza ed una acidità che non lo rendono per nulla stucchevole.

Sol 2001 – Vino Passito – 15%
Colore solare, caldo. Il naso è bellissimo, più intenso e complesso dei precedenti. Ai profumi di albicocca appassita, si susseguono sentori di miele, torrone, e sul finire lievi note di liquirizia e caffè. In bocca è morbido, avvolgente, persistente e lungo con una freschezza e una nota minerale che lo rendono piacevole da bere, bicchiere dopo bicchiere, ...fino alla fine della bottiglia!