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Luca e Francesca De Marchi (Proprietà Sperino), il Nord Piemonte, il Lessona e il vino

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Dio aveva fatto soltanto l’acqua, ma l’uomo ha fatto il vino! 
[Victor Hugo]

L’occasione è una rassegna delle denominazioni a base Nebbiolo del Nord Piemonte. Una manifestazione organizzata per far presentare ai produttori le nuove annate di questa zona del Piemonte, meno blasonata delle Langhe, ma che offre vini davvero molto interessanti. Un territorio fantastico con una storia assai lunga, che sa regalare vini unici, diversi dai Nebbiolo a cui si è soliti. Non solo tannini e struttura, ma anche freschezza, sapidità, eleganza e piacevolezza. Vini che sicuramente vale la pena di conoscere, e non solo per un appassionato di vino. Mi avvicino ad un banco di assaggio e, accanto ai due vini presentati, un plico di fogli in cui spiccava in grassetto e maiuscolo il titolo: “VINO 2.0 – Intorno al mondo del Vino: lettera ai produttori ed agli altri”. I miei “retaggi” informatici non potevano non essere colpiti da quella notazione “2.0”. Mi avvicino, prendo uno di quei fogli e inizio una rapida lettura … “È giunto il momento di chiedersi a cosa stiamo lavorando, cosa sia il vino, che futuro abbia il prodotto, chi lo produce e chi lo consuma” … sacrosanto e giusto … “Il vino non è moda, è qualcosa di più profondo che ha che vedere con la lentezza o la velocità d’azione dell’ uomo, con la leggerezza o la pesantezza degli animi che abitano un dato posto in un dato momento” … come definizione di legame Uomo-Terra-Tradizione mi piace molto … “Per quanto riguarda il vino, oggi, non è più così importante averlo assaggiato, quanto parlarne, commentare, diffondere, al punto che a forza di fingere è come se lo si avesse bevuto … presto arriverà il momento in cui non sarà necessario avere accesso al prodotto quanto ai commenti che su di lui si sprecano” … mi piacerebbe tanto che lo leggessero alcuni personaggi di mia conoscenza … “Facebook ha dato l’illusione che fossimo tutti sullo stesso piano, grandi e piccoli, … in realtà quello che questo nuovo modo di comunicare il nostro prodotto sta ottenendo è di obbligare piccoli e grandi a seguire le stesse logiche commerciali” …  che è perdente in partenza, … “Nessuno si prende più la briga di risalire alla fonte, di verificare o correggere … Ritengo che solo un ritorno ad una comunicazione più pura, veritiera, aderente al prodotto ci salverà nel lungo periodo!”. Beh, non c’è che dire, di spunti e provocazioni interessanti non c’è che l’imbarazzo della scelta, e poi lo scopo di questa rubrica è proprio quello di dare voce ai vignaioli, fare raccontare direttamente dalla “fonte” quello che è il sogno dentro ogni bottiglia di vino.
Alzo lo sguardo dal foglio, mi faccio versare un po’ di Lessona dall’autore della lettera (nonché produttore di questo vino che è un assoluto piacere), quattro parole ed è così che fissiamo la data dell’incontro.

Luca e Francesca De Marchi (Proprietà Sperino), il Nord Piemonte, il Lessona e il vino

Spiegami come si passa dalla “Filologia Romanza” al Lessona 2004?
Mi ha sempre appassionato scoprire ed indagare l’origine delle cose, il perché e il come le cose (non solo nel linguaggio) sono diventate quello che sono oggi. Per questo motivo ho studiato Filologia Romanza. Il cercare di risalire alla forma originaria di un testo, così come delle cose in genere, cercando di ricostruirle e comprendere come ci sono state tramandate nel tempo, individuandone tutti gli aspetti e i caratteri culturali che le hanno prodotte, è per me entusiasmante. Quello che ha di incredibile Lessona è la storia, e quello che è ancora più incredibile è che questa storia si sia dimenticata. Trovo affascinante pensare di poter ricostruire in maniera filologica quello che è stato questa zona. E poi qui ci sono le origini della mia famiglia. Questa è casa nostra. È questo il punto cruciale per spiegare quello che stiamo tentando di fare.

Luca e Francesca De Marchi (Proprietà Sperino), il Nord Piemonte, il Lessona e il vino

Cosa intendi dire?
Io penso che quando un uomo arriva “alla fine” deve aver fatto qualcosa per cui sia valsa la pena vivere. Per me e mio padre è riuscire con il lavoro a rimettere questo posto dove gli spetta: tra i grandi del mondo. Il Lessona, in particolare, è stato per 400 anni – non 4 o 40 – il vino più importante d’Italia e ora non lo si sa più.  Questo non è accettabile.

Da qui la nascita della nuova azienda?
No, e ci tengo a sottolinearlo: il progetto non nasce come una nuova azienda. Io e mio papà volevamo recuperare Casa Nostra, dove è nata la nostra famiglia. Eravamo in Chianti, se avessimo voluto una nuova azienda avremmo fatto altre scelte o più comode (Montalcino) o più economiche (Maremma), ma questa è casa nostra. Mio papà ha sempre avuto il “tarlo” di tornare da queste parti. Ricordo che quando ero piccolo a Isole, nella casa in cui vivevamo c’era una grande foto della cascina dove ora abito io, ogni tanto lui la guardava e diceva “… però lì prima o poi dobbiamo tornare a far vigna”. Pensare poi di avere la proprietà storica del Castello di Lessona, che è stato per 400 anni il centro del vino in Italia, e che oggi si è praticamente perso tutto, ha fatto il resto.

Luca e Francesca De Marchi (Proprietà Sperino), il Nord Piemonte, il Lessona e il vino

Diciamo un’operazione di “archeologia viticola”
Sì, o per usare un’immagine manzoniana: “cerchiamo di togliere la polvere dagli anni”. Questo è l’unico posto in Italia in cui c’era la cultura del vino (lo sottoscrivo e non vuole essere polemica con nessun altra regione, ma semplicemente un dato storico). Uno dei  più grossi difetti che abbiamo in Italia, e per cui secondo me siamo indietro alla Francia, ma anche alla Germania, e che noi non abbiamo la cultura del vino. Nessun altra zona come questa rappresenta e ha fatto la cultura del vino in Italia, poi noi l’abbiamo abbandonata. Qui si viaggiava, Casimiro Sperino ad inizi ‘800 andava a trovare i produttori di Bordeaux, di Borgogna, ci sono i diari di quei viaggi. Chi altri in Italia nel 1890 si muoveva per andare in Francia ad assistere ad una conferenza sul “terroir” (se andate da Luca vi farà vedere copia dei testi degli interventi).  Trovami un’altra zona in Italia in cui a quei tempi si occupasse di questi temi cercando il confronto con le grandi regioni francesi.

Sicuramente all’avanguardia per l’epoca.
Pensa che nelle altre zone viticole a quel tempo il vino veniva venduto sfuso girando con i carretti e con le botti dietro. Una cosa importante che mi preme dire, e che dimostra come in realtà qui ci fosse la cultura e la conoscenza del vino, è che qui si imbottigliava sin dal 1500. A quella epoca nessuna altra zona in Italia, imbottigliava, etichettava e spediva vino. Nel mondo solo Borgogna Bordeaux e Nord Piemonte. E quando questa zona ha è smesso di farlo, tra fine ‘800 e inizio ‘900, …  hanno iniziato le altre. Il primo Brunello è del 1887, i primi Barolo imbottigliati di qualche anno prima. Come si fa ad abbandonare la zona che ha occupato completamente l’enologia italiana per tutti questi anni?

Luca e Francesca De Marchi (Proprietà Sperino), il Nord Piemonte, il Lessona e il vino

Mi sembra che questo sia un punto a cui tieni molto
Certamente. Quando dico che qui c’era la cultura del vino mi riferisco a questo (e nel dirlo mi mostra un documento del 1881): “Viti americane contro la fillossera” di Felice Sperino. Primo testo italiano sull’uso delle viti americane come risoluzione del porta-innesti. È qua che si sono affrontati e risolti i problemi di quegli anni, perché è qua che c’era la vigna ed è qua che c’era la cultura, la storia e la tradizione per poterlo fare. In questa libreria (quella storica ed ancora intatta, presente al Castello di Lessona n.d.r) trovi i record scritti a mano di 150 vendemmie e della loro storia. Con i commenti sull’annata, su cosa hanno fatto, i diari di cantina e di vigna, le analisi dei mosti … Nel 1850 nelle altre zone vinicole forse neanche sapevano cosa fossero le analisi volumetriche. Non si può accettare che tutto questo vada dimenticato. Lo scopo che ci siamo dati è di riportare questo posto dove gli spetta: cioè in mezzo ai grandissimi del mondo.

Cosa altro hai scoperto “scavando” tra questi diari?
Arrivato da Bordeaux Felice Sperino aveva detto: “ho osservato che i vini sono molto più fini quando si deraspano i grappoli”. Così ha costruito una deraspatrice a mano: agitavano, schiccavano e poi pigiavano (che è la tecnica di oggi), altro che grappolo intero (anche questo è un pezzo da non perdere durante la visita al castello, insieme ad una pigiatrice di metà 800 e alla prima deraspatrice elettrica di legno n.d.r.). Pensa che ancora a metà degli anni 60 in Italia metà dell’uva era vinificata a grappolo intero. Purtroppo qui siamo portati a pensare che gli errori di 40 anni fa sono la tradizione, no! Quelli erano errori, di 40 anni fa, ma pur sempre errori, non la tradizione. Oggi c’è qualcuno che ti racconta che non diraspare è fare tradizione.

Luca e Francesca De Marchi (Proprietà Sperino), il Nord Piemonte, il Lessona e il vino

Mi sembra che anche tu non ami molto queste contrapposizioni tra “tradizionale” e “moderno”?
Una delle cose che maggiormente mi fanno arrabbiare del mondo del vino è proprio questa distinzione. Quello che quasi nessuno sa è che tradizione deriva dal greco “tradire”, “portare avanti”. Qui il modo tradizionale è inteso come “fotografia” del passato, quella non è tradizione. Il rischio, in questo modo, è di spacciare per tradizione, errori di 40 anni fa. Ma solo perché oggi anche “tradizione” è diventata una moda, un’altra etichetta di cui fregiarsi. Il problema è pensare che alcune cose siano statiche e immutabili, quando invece sono di passaggio e in transizione. È che noi uomini a volte non capiamo il ritmo a cui dobbiamo vivere, stiamo fermi quando dovremmo muoverci e viceversa. Lo stesso accade nel pensiero. Per me la tradizione ha in se un senso dinamico, una generazione che consegna a quella dopo migliorando, perché la vita è dinamica.

Parliamo allora della “tradizione” del Nord Piemonte.
La prima cosa che va detta, per comprendere cos’era questa zona, è che una volta tra le due serre del Nord Piemonte (quella di Ivrea e quella di Gattinara) c’erano più di 40.000 ha di vigna. Oggi Montalcino ha circa 2.000 ha e Barolo 1.500; a fine ‘800 inizi ‘900, Boca ne aveva circa 10.000 e Lessona 3.000. Questo vuol dire che praticamente il comune di Lessona aveva una superficie vitata che era doppia di quanto oggi lo è oggi quella di Barolo. Non sto parlando di 1000 anni fa, ma solo di 90. In 3 generazioni si è perso tutto. Da Carema a Boca ci sono 10 DOC: in nessuna altra zona italiana, in un territorio così limitato, c’è una così alta concentrazione di denominazioni di qualità e così molto caratterizzate (Carema, Lessona, Bramaterra, Gattinara, Coste della Sesia, Boca, Gemme, Sizzano, Fara e Colline Novaresi n.d.r.).

Luca e Francesca De Marchi (Proprietà Sperino), il Nord Piemonte, il Lessona e il vino

Quali sono le difficoltà nel riportare il Lessona ai fasti di un tempo.
Uno dei problemi maggiori di questa zona è una fortissima sudditanza psicologica nei confronti della Langhe. I produttori di queste zone – e finché si ragionerà in questo modo non si diventerà mai grandi – sono contenti di essere considerati il discount delle Langhe; il massimo della soddisfazione è poter dire “abbiamo preso i 3 bicchieri, ma i nostri costano la metà”. Questo modo di pensare è completamente fallimentare. In questo modo si accetta passivamente il concetto “OK, siete arrivati fin qua, siete bravi, ma oltre non potete andare”. Finché si vive con l’idea di essere l’alternativa facile ed economica ai Barolo, non si potrà mai progredire. Ci tengo a chiarire che la mia non è una contrapposizione nei confronti delle Langhe. Io sono appassionato dei Barolo, e se sono qui e non in Toscana è perché amo il nebbiolo e voglio restituire a questa zona la dignità che merita nel panorama vitivinicolo italiano e, possibilmente, internazionale. Tra l’altro sono due zone talmente diverse che i vini neanche si assomigliano. Pensa che è così sentita questa “sudditanza”, che i produttori che vogliono fare qualità da queste parti, sono portati ad assumere consulenti ed enologi dalle Langhe. A mio parere una scelta sbagliata, anzi sbagliatissima. Perché questa zona deve puntare su altre caratteristiche. Un consulente che viene dalle Langhe rischia di tirare fuori dei vini che sono dei Baroli venuti male, con dei tannini durissimi, verdi, non maturi. Qui bisogna puntare sulla finezza e su tutte altre caratteristiche. Bisogna fare come Michelangelo!

Cioè vedi il “vignaiolo” come uno “scultore”?
Sì. Per cercare di spiegare, mi viene sempre da pensare a Michelangelo, un’artista che mi ha sempre affascinato per il suo modo di vedere le cose. Lui ha fatto “I Prigioni”, dando un’immagine della forma che nasce dalla materia: questi giganteschi uomini avvinti dalla materia da cui cercano disperatamente di liberarsi. Per lui la capacità dell’artista era di liberare quella “Idea” già racchiusa nel blocco di marmo, lavorando faticosamente con la sua mano per modellare la materia e levare cioè che c’era di superfluo e inutile per tirare fuori la forma corrispondente all’Idea. Chi fa il vino lo deve fare con gli occhi di Michelangelo e accettare che il vino è già dentro l’uva. Ogni annata ha già il suo vino dentro e a te non resta che tirare fuori l’inutile. Ma questo non può farlo un consulente che ti manda un fax e che ti dice: “Facciamo 10 rimontaggi al giorno, facciamo come fanno a Monforte!”. Il punto è che qui non siamo a Monforte, siamo a Lessona, questo è Nord Piemonte; qui non dobbiamo tirare fuori quei tannini lì, qui abbiamo altri profumi, abbiamo la finezza, l’eleganza, la mineralità.  Qualità che devono essere valorizzate con attenzioni diverse da quelle utilizzate per ottenere il meglio dai Baroli di Monforte.

Luca e Francesca De Marchi (Proprietà Sperino), il Nord Piemonte, il Lessona e il vino

Perché il Nord Piemonte è stato grande per secoli?
I terreni e il clima. Rispetto alle altre zone del Piemonte vitivinicolo il clima, grazie alla protezione fornita a nord dalle Alpi, è molto più mite (neanche da noi in Toscana, a Isole, è così mite). Qui nevica molto poco e sopravvivono addirittura palme, banani ed ulivi. Il germogliamento, in media, parte un paio di settimane prima che nelle Langhe e poiché l’estate è più fresca si vendemmia abbondantemente una settimana-dieci giorni dopo che da quelle parti. Il ciclo così è più lungo, e questo per il vino comporta alcune cose: maturando così lentamente e con meno calore l’uva è più povera in alcol e in polifenoli, ma consente di ottenere vini estremamente aromatici. Se uno pensa di venire qua e bere un Barolo di Serralunga rimane deluso: questi sono certamente nebbioli meno potenti e di impatto, ma molto più fini ed eleganti. Un’altra caratteristica che rendeva grande la zona di Lessona è il tipo di terreno: è l’unica zona di queste dimensioni in Italia che ha terreni acidi (tranne una piccola enclave nella zona di Terlano).

Cosa comporta questa acidità del terreno nel vino?
Normalmente la viticoltura nel mondo non è fatta su terreni acidi. I vini realmente minerali sono nei terreni acidi. Grazie all’assenza di argille (che fanno da calamita per tutti i minerali), la vite in questi terreni riesce ad assorbire molte piccole quantità di minerali liberi sciolti nel terreno, che danno sapidità, complessità e finezza al vino. L’altra differenza è data dall’altitudine. Riferendoci a 3 milioni e mezzo di anni fa quando qui c’era il mare, potremmo dire, semplificando, che nel Nord Piemonte, ci sono tre zone: Lessona, la denominazione più bassa (250 m) che era sotto il livello del mare (terreni di pura sabbia marina); Gattinara, diciamo la spiaggia (terreno con caolino, intermedio) e Boca, il cui terreno non ha nulla di marino, in quanto non è mai stata interessata dal mare, e ha terreni con porfidi di origine vulcanica. Queste differenze enormi a livello di terreno si trasferiscono nei vini. Possiamo dire che tra i vini del Nord Piemonte, si va da quelli di Lessona, più leggeri, fini, eleganti e nobili a quelli di Boca, più strutturati e corposi e con tannini più importanti.

Qual è il primo obiettivo che vi siete posti, ritornando qui?
L’idea è stata quelle di recuperare cos’era una volta questa proprietà. La tecnica è esattamente quella che si usava una volta, io non voglio essere tradizionale nel senso sbagliato del termine. Non voglio fare come si faceva nell’ 800 per dire di essere tradizionale, ma voglio partire da lì, per capire e recuperare tutto quello che di buono c’era... e poi evolvere.

Cosa intendi dire?
Oggi voglio tirare fuori un vino il più possibile aderente al gusto che il Lessona aveva quando questa zona era grande, e da li ripartire. Fermentiamo tutto in tini di legno aperti, per il controllo della temperatura usiamo semplicemente dei teli. Le macerazioni a tino aperto sono molto lunghe, tranquillamente sopra il mese e mezzo (a tino aperto i tempi vanno quasi raddoppiati n.d.r.) … ma ha dei vantaggi incredibili nel risultato finale. Facciamo solo follature, né rimontaggi né altro. Siamo ripartiti da dove avevano smesso.

Cosa ti affascina di più nel tuo lavoro di vignaiolo e filologo?
L’agricoltura in genere, ma “fare vigna” in particolar modo, è bellissimo perché impone alle persone di pensare in un’ottica oltre alla propria vita. Quando mio papà ha rilevato questa proprietà dai suoi zii, è arrivato a casa è ha detto: “Bene ho comprato Lessona, adesso facciamo la vigna!”. Aveva 45 anni, io facevo Filologia Romanza e mio fratello Architettura. Si è messo a piantare la vigna, sapendo che non ne avrebbe visto i risultati maturi e senza neppure aver la certezza che qualcuno di noi continuasse il suo progetto. L’ha fatto perché sentiva di doverlo fare. Non capita in nessun campo, in nessun lavoro che conosco esiste una pianificazione che va oltre alla vita dell’individuo. In un mondo in cui anche i budget delle aziende ormai sono scesi da 5 a 3 anni, qui si sta parlando di piantare una vigna senza avere i figli che continuano.

Poi le cose sono andate diversamente, e ora il ciclo continua.
Ti racconto a questo proposito un episodio, in particolare, che ha condizionato il mio pensiero sul mondo del vino. Ero in Spagna nel 2003 per visitare cantine e mi trovavo da “Vega Sicilia”. Il proprietario che all’epoca aveva 80 anni, parlandomi della loro azienda mi raccontava “abbiamo avuto enormi problemi di tappi, ed è per questo che ho deciso di risolvere il problema piantando 25 ha di querce da sughero!” In quale altro lavoro succede una cosa del genere? Questo signore era contento di aver risolto il problema, ma in realtà né per lui né per suo figlio, forse per suo nipote. Perché il primo taglio utile per i tappi ci sarebbe stato solo dopo 55 anni. Quale altro mondo ti “impone” di ragionare in questi termini? Il vino è sacro da sempre, secondo me, non per l’ebbrezza, per l’alcool o perché nella mitologia era la bevanda degli dei, ma perché ti da un senso di “immortalità” perché ti impone di pensare al di la della tua vita.

Hai parlato di generazioni, qual è il ruolo dell’esperienza in questo mestiere?
Il nostro è un lavoro un po’ strano; quando si fa vino, si ha un tentativo l’anno, proviamo tutto quello che pensiamo e facciamo una sola volta per ogni vendemmia ed in modo distruttivo. Non abbiamo una seconda possibilità, nessuno di noi sa come sarebbe diventato il vino di quella annata se avesse fatto una cosa diversa. Non c’è nessuna possibilità di redenzione. Quello che voglio dire, quando parlo di memoria e di cultura, e che anche mio padre che di Cepparello ne ha fatti 25, sembra che abbia fatto tanto, ma se ci pensiamo è come un cuoco che ha fatto 25 volte una lasagna. Questo non vuol dire ancora “aver imparato a fare il Cepparello”. In realtà, si impara a fare vino una generazione dietro l’altra. Si migliora con la capacità di accumulare esperienze, magari minime... ma di vendemmia in vendemmia, di generazione in generazione.

Mi stai dicendo allora che sono poche le aziende in Italia che possono vantare una “memoria” storica.
Quello che intendo dire è che se vai in Borgogna, e chiedi a Faiveley il perché di certe scelte, tipicamente ti risponde “Non lo so, sono 500 anni che facciamo così ma non l’abbiamo ancora capito bene, e possiamo ancora migliorare …”, poi vai in Maremma, trovi uno che ha iniziato 3 anni fa e ti racconta che ha gia fatto la sua selezione clonale e ha gia capito tutto di cosa deve fare e come farlo. Ma come si fa a dire che hai fatto selezione clonale quando ci vogliono almeno due generazioni!!! È questo che mi infastidisce di alcune zone, che a mio parere non saranno mai zone viticole importanti, perché sono già partite con il piede sbagliato. Questa zona è l’unica in Italia che ha la possibilità di recuperare una memoria storica significativa. Per questo io non posso non pensare di riallacciarmi a questa storia, e a quello che si faceva prima che questa storia si interrompesse. C’è stato un buco di quasi 80 anni, voglio ripartire da quello che si sapeva e si faceva quando il Lessona era tra i grandi del mondo e da li cercherò di evolvere.

Cos’è il vino per te?
Il vino è tantissime cose, è una definizione convenzionale dell’uomo. Chiamiamo vino quel equilibrio metastabile tra ciò che era (succo d’uva) e ciò che sarà (aceto). Senza l’uomo il vino non esisterebbe, il vino è un prodotto umano e l’uomo da sempre lo ha caricato di valenze divine. Non è moda, non può essere moda, è qualcosa di più profondo che ha che vedere con la lentezza o la velocità dell’azione dell’uomo, con la leggerezza o la pesantezza degli animi che abitano un dato posto in un dato momento. Oggi se non sei eco-bio o qualcos’altro non sei nessuno, poi magari noi lo siamo più di altri ma non vorrò mai nessun pezzo di carta che lo certifichi, o che questo sia un modo per vendere di più il mio vino. Quando è necessario certificare le cose buone, vuol dire che qualcosa non funziona. Il vino non è natura o non è comunque solo natura.

Beh, in un mondo in cui se non sbandieri ai quattro venti la centralità della natura, è una dichiarazione coraggiosa.
Che oggi si debba dire che tutto è naturale, va bene, ma io sono un sostenitore della centralità dell’uomo e delle sue scelte. Da questo punto di vista mi sento profondamente umanista ed è per questo che dico che il vino è un fattore umano. Se non ci fosse l’uomo la natura salterebbe quel stadio: il succo d’uva diventerebbe aceto. Non esistono esempi di cassette d’uva nebbiolo che lasciate lì per miracolo diventino “Monfortino”. È più facile vedere le scimmie che scrivono la Divina Commedia, che una cassetta di uva diventare vino. Il vino è frutto di tutto quello che è umano: di testa, di mani, di passione di sofferenza di gioia. Per questo vinificare è un atto fortemente umano e culturale.

Quindi anche per te il vino riflette il carattere di chi l’ha fatto?
Se per carattere intendiamo dire che il vino è espressione della mia cultura, di quello che sono e di come lo sono diventato, di tutti i posti che ho visto e di tutte le “contaminazioni” che ho ricevuto, delle scelte che ho fatto e dell’educazione che ho ricevuto e … che in qualche modo sono anche tutte le bottiglie che ho bevuto allora sì: il vino è una mia espressione. In realtà, a mio avviso, il produttore come singolo vale poco, proprio perché il suo lavoro coinvolge in modo molto profondo quello che lo circonda, se no è industria alimentare.

Cosa distingue, secondo te, un vignaiolo da un industriale del vino?
Non è una domanda facile. “Perché” è la parola chiave. Chi non è vignaiolo ti sa dire come sono state fatte le cose, ma non ti sa dire perché e come ci è arrivato. Essere vignaiolo o industriale del vino sono due cose diverse. Essere vignaiolo è uno stato d’animo, che si trasferisce al vino. È il vignaiolo che dà il suo gusto al vino, non è il marketing o l’enologo che decide per lui come nel caso degli imprenditori del vino. Ma anche qui le cose stanno cambiando mentre noi non ce ne stiamo rendendo conto.

Cosa vuoi dire, che è una distinzione superata?
No, questo no; rimarranno sempre due cose diverse. Ma di  una cosa non ci siamo accorti in questi 10 anni: che mentre al nostro interno facevamo mille discussioni, questi signori, che facevano le cose per cui noi gli davamo contro, hanno fatto un sacco di soldi ed hanno iniziato a comprare le vigne buone  in posti bellissimi, e a fare ottima viticoltura e … pian piano ci stanno fregando sul nostro stesso terreno. Ci siamo fatti abbagliare da certe lotte, ed invece probabilmente è assurdo continuare su queste contrapposizione.

Sicuramente rispetto ad un tempo siete costretti a comunicare molto di più.
Appunto. Purtroppo oggi fare vino, proprio perché stanno vincendo gli industriali, è diventato molto più complesso. Ci stanno obbligando a fare due cose: a comunicarlo, e a riempire tanta carta. Io mi sto accorgendo che anche per un’azienda piccola come questa sono costretto a dedicare mezza giornata a sbrigare carte e burocrazia in ufficio. È questa la vera vittoria degli industriali del vino. (Nota di Ian: Mi permetto di dire che questo, la burocrazia spinta all’eccesso, è soprattutto un problema italiano, più che di industriali contro vignaioli: un problema che esiste in quanto alcuni necessitano di giustificare posti di lavoro a stipendi bassissimi che non hanno invece alcuna ragione di esistere se non per creare serbatoi di voti per le nostre frequentissime elezioni. Non funziona così in altre regioni vinicole).  Oggi, poi, siamo costretti ad andare sempre più in giro proprio per combattere e fare controinformazione contro chi ha interesse a mettere tutto sullo stesso piano, ed appiattire le differenze tra questi due modi di vedere e fare vino. Però, per certi versi, questo diventa un circolo vizioso: la gente ti vuole a Londra perché sei tu a fare il vino, ma se sei sempre in giro, alla fine non sei più tu a fare il vino, o almeno non quanto dovresti. Più si vuole vedere la faccia del Viticoltore e sempre meno si vedrà la faccia di un “viticoltore”.

Parliamo del futuro del mondo del vino per voi vignaioli, dal tuo punto di osservazione.
Il mondo del vino futuro non è più fatto di singole aziende. Per noi sarà sempre più difficile come singola azienda arrivare in certi mercati. Il futuro lo vedo fatto di reti di aziende simili che riescono a connettersi, a fare gruppo e concentrandosi su settori più piccoli riuscire non solo a scambiarsi ma anche a complementarsi e a migliorare la capacità di stare sul mercato. È arrivato il momento di spingersi oltre il livello di scambio di conoscenze (tra produttori affini). Quello che rischia di distruggerci a breve è la capacità di fare comunicazione, che non abbiamo e non avremo (perlomeno per le aziende affini a noi), e poi la capacità di distribuzione. Si sta assistendo ad una integrazione verticale sempre più spinta, le distribuzioni stanno acquistando le aziende, i supermercati stanno acquistando le distribuzioni, e noi rischiamo di essere tagliati fuori da questo giro. Io credo che noi produttori potremmo superare questa situazione e “salvarci”  solo aggirando questo circolo vizioso, rafforzando la nostra capacità di arrivare a fidelizzare il nocciolo dei nostri consumatori/clienti attraverso un nuovo modello di “rete”. Solo così ci sarà un futuro per aziende come la nostra.

Qual è il tuo sogno per il Lessona?
Riportarlo tra i grandi del mondo. Io credo che le grandi cose sono quelle che sfuggono a chi le ha fatte. I grandi vini diventano patrimonio molto più allargato. Se vai a Barolo, anche il fornaio prova orgoglio per quel vino, che in qualche modo sente anche un po’ suo. Ecco, io vorrei che un giorno il nostro Lessona non fosse solo più nostro. Quando anche qui a Lessona, sentiranno un po’ loro anche il nostro vino, e sarà motivo di orgoglio condiviso, vorrà dire avremo fatto un grande passo. L’orgoglio genera miglioramenti, è difficile costruire grandi cose se non hai un sub-strato fertile che riguarda tutta la società e la cultura di un luogo.

Qualche dispiacere in questi anni di “archeologia vinicola”?
Sì, alcuni, ma minori del piacere di fare Nebbiolo insieme a mio padre in questo posto.

Parliamo del tuo rapporto con il Nebbiolo.
Il nebbiolo non è un’uva è una specie di droga, ne sono profondamente convinto. Chi beve Nebbiolo poi beve Nebbiolo, e questo crea una sorta di dipendenza. È diverso da qualunque altro vitigno; nemmeno il pinot nero arriva a tanto. Io dico sempre il Nebbiolo non è un vino, non è un’uva ma è uno stato mentale: è la testa e lo bevi con il cervello … e con il cuore. La dimostrazione? È l’unica uva al mondo che nei disciplinari e nei corsi di degustazione ha come primo descrittore un descrittore che di fatto non esiste, che è uno stato mentale. Qualunque altra uva tu pensi è caratterizzata in modo concreto; quando fai i corsi ti insegnano: per il sangiovese la primula, per il pinot nero il ribes, per il merlot la prugna … e per il nebbiolo? Prima cosa: etereo! Cosa vuol dire etereo? È o non è completamente soggettivo come descrittore? Per me il Nebbiolo è davvero una cosa diversa, perchè parla direttamente alle persone, chi non lo capisce d’altra parte non lo amerà mai, è una questione di passione. Se ti limiti ad “imparare” a berlo non avrai mai lo stesso coinvolgimento. Il vino lo gusti anche con il cuore e poi c’è un aspetto emotivo e mentale che ti lega ad un vino anche attraverso al rapporto e conoscenza che ti lega a quel vignaiolo.

Vino e Musica
Una delle cose che avvicina il vino, parlo dei Grandi Vini, alla musica è che per me sono entrambe espressione d’arte. Per me è arte qualunque cosa emozioni indipendentemente da quando e dove è stata fatta e che riesce a trascendere tempo e spazio. Beethoven ha composto 150 anni fa in Germania, ma se lo ascoltiamo oggi in Italia o in Giappone ci emoziona ugualmente: quella per me è arte. Per i Grandi Vini è lo stesso: se bevi un Monfortino che ha fatto Giovanni Conterno negli anni ’60 a Barolo, e lo bevi 40 anni dopo a San Francisco e quel vino ti emoziona, quella è arte. Dico allora che per essere arte il vino deve durare. Questo è il motivo per cui non condivido il vino non fatto per durare e, in un certo qual modo, non mi trovo molto in sintonia con l’idea di guida e dei ragionamenti che le supportano, perché hanno privilegiato e premiato l’idea di un consumo immediato del vino. Il Vino è musica classica, perché come la musica classica non ha parole, parla direttamente all’anima, senza trasposizioni e mediazioni e ha la capacità di farti vibrare direttamente. Il vino è come una cassa di risonanza che dà emozioni pure non mediate: e il Nebbiolo è sicuramente così.

Il tuo Vino e la tua Musica
Per me il mio vino è Schubert. Lui, che per me è stato il più grande compositore di sempre, non ha sentito suonare quasi niente di ciò che ha scritto. Mi piace pensare che il lato più bello dei miei vini sarà quello che io non vedrò,  sia in termini di tempo (che il mio vino sarà ancora buono anche quando io non ci sarò più) che in termini di spazio (che il mio vino più buono sia quello che si beve dall’altra parte del mondo, come una coppietta a New York in un buon ristorante). Non esserci nel momento della sua massima espressione: per me è la cosa più bella che potrei fare. Pensare che il meglio sia oltre, anche nella vita (in quello che io ho fatto, che ho fatto con Francesca o con mio padre).

Allora a quali composizioni di Schubert li assoceresti
Io userei l’ Uvaggio, qualcosa di “allargato” in termini di strumenti, un po’ più casinista. Penso ad un quintetto, con il pianoforte che entra, esce, poi rientra. È un vino più “vivo”, e ci vuole un pezzo più vivo. Quintetto per pianoforte ed archi “La Trota” D667 op.114
Il Lessona è più intimista. Per definire questo vino dico che è la versione più delicata, tenue e femminile del Nebbiolo. È un Nebbiolo 100% che ha grazia e non ha niente di muscolare; anche rispetto agli altri Nebbioli del Nord Piemonte (i Carema, i Boca o i Gattinara …). È una versione di Nebbiolo più eterea e rarefatta, estremamente serena e al contempo un po’ più malinconica. Mi viene da associarla ad un trio di Schubert (trio per pianoforte e violino e violoncello) “Andante con moto del 2° …” Questo vino lo trovo Estremamente fine elegante delicato sereno e malinconico a modo suo. Piano Trio No 2 in E flat major oppure Bach, con la malinconia intimista ed interrottà, piena di cadute della Suite No.1 i-Prelude per violoncello
Il vino è musica classica e, citando mio padre (perché ha ragione e perché è contro una certa logica della degustazione), dico che “la Grande Musica, non è grande in dipendenza del volume a cui la suoni, ma è grande in dipendenza di quanto bene è composta. Lo stesso è per il vino: non è la potenza che c’è nel bicchiere, ma è l’equilibrio che sei riuscito a dare”.  Questa per me è una bella definizione di quello che deve essere un grande vino: la capacità di essere in equilibrio con tutte le sue componenti. La lunghezza, la persistenza, l’acidità, il frutto, i tannini … tutto in equilibrio.
Il ‘l Franc Bandit: è un “non sense”, un “fuori luogo”, uno sbaglio (10 filari per 1000 bottiglie) che ha dato origine ad una grande opportunità: a mio avviso uno dei più grandi Cabernet Franc italiani. È entrato in posti dove non si pensava potessero entrare vini italiani. Dimostra quanto sia grande il territorio di Lessona: nonostante 60 giorni sulle bucce, non è erbaceo, è sapido, lungo ed elegante, a dimostrazione di come questo territorio abbia prevalso anche su questo vitigno. È come “non sense”, come rivisitazione di una cosa tradizionale in modo innovativo,  penso a qualcosa fuori dagli schemi: direi i Gothan Project
Lessona 1904 (lo scrivo in lettere a scanso di equivoci: millenovecentoquattro n.d.r.)
Non c’erano ancora state né la prima, né la seconda guerra mondiale, C’era ancora il Regno di Italia. Eppure ha mantenuto finezza, sapidità ed eleganza. È un nebbiolo, un vino dopo 100 anni ancora riconoscibile. Questo è un pezzo epico, sontuoso: penso a qualcosa di Bach Toccata e fuga in re min. BWV 565.

Ora vi è chiaro perché non poteva che essere quella citazione di Victor Hugo ad introdurre questo articolo. Per Luca il vino è puramente un fattore umano. Mi è capitato, cercandolo telefonicamente, di “imbattermi” in suo papà Paolo, a cui non ho potuto esimermi da chiedergli qualche impressione su questa nuova avventura: “Questo è sempre stato il mio sogno. Per me è come costruire un ponte tra il passato e il futuro. Realizzare questo con Luca, che ha un entusiasmo coinvolgente, è ancora più bello: mi sembra proprio il modo migliore di creare questo ponte tra quello che ha rappresentato questo posto per me e quello che vorrei che tornasse ad essere!”

 

Vini Assaggiati:

Coste della Sesia 2006 – Uvaggio
Colore rubino molto intenso e limpido. Al naso è piacevole, al fruttato di piccoli frutti rossi di fragola e lampone si mescolano intriganti sentori speziati di cacao e cannella. In bocca si presenta pieno, buona freschezza e sapidità con tannini persistenti e fini.

Coste della Sesia 2005 – Uvaggio
Colore rubino molto intenso. Al naso si presenta ampio e ricco nei profumi. Fruttato di ribes e ciliegia. Sentori lievi di liquirizia ed una piacevole mineralità completano il quadro. In bocca si fa bere con piacere, freschezza e sapidità sono in equilibrio con le morbidezze. Elegante, intenso e persistente; un vino piacevole ed invitante.

Lessona 2005 –
Bel colore rubino con riflessi granato. Al naso è ricco ed ampio. Piccoli frutti rossi di bosco, ribes e poi lampone, sentori floreali eleganti di rosa canina e una nota balsamica con un finale minerale elegante. In bocca è caldo, morbido, di tannino fine, fresco e di piacevole beva. Buonissimo già adesso.

Lessona 2004 –
Bel colore granato ravvivato da bei riflessi rubino. Al naso si fa scoprire lentamente in tutta la sua eleganza e complessità: sentori di frutta in confettura, ciliegie, prugne, poi mandorle e note minerali. In bocca è uno spettacolo: tannini setosi, freschezza e sapidità, eleganza, equilibrio e persistenza di grande livello. Sono un amante del Nebbiolo in tutte le sue espressioni, questo in termini di eleganza e finezza rappresenta un autentico campione.

Lessona 1904 –
L’emozione mi accompagnerà per sempre. Quando mi ricapiterà di bere un vino di 106 anni. Avrei voluto assaggiarlo ad occhi bendati per non farmi influenzare dalla prima vista del colore. Un colore che non ti aspetti: un giallo quasi verdolino, ma cristallino, vivo direi quasi brillante, un colore indubbiamente affascinante  (questi nebbiolo possono diventare dei “bianchi” anche dopo 50 anni grazie all’azione del potassio, dei tannini e degli antociani che formano la “camicia” che decolora il vino). Al naso ti sorprende ed è grandissimo: caffè, vaniglia tostata, poi si sviluppa e prende larghezza sempre più ampio e complesso, e si fanno riconoscere ancora sentori minerali. In bocca è piacevole, sapido, lungo, ancora vivo, non una bottiglia solamente da “ossequiare”,  ma da bere, bicchiere dopo bicchiere. Memorabile