| 01 Marzo 2010
Se Roma è l’unica capitale dove è possibile piantare vigne a centro città e ottenere un grande vino, stavolta, per un weekend e tutte insieme, sono state addirittura le grandi vigne del mondo a concentrare qui i loro migliori risultati. Tutti racchiusi in un albergo, per tre giorni scatola di storia, cultura ed edonismo. Questo è stato Roma VinoExcellence, la prima manifestazione sul vino organizzata da Ian D’Agata e Helmut Köcher nella capitale.

Da appassionata visitatrice mi sono avventurata, pronta e puntuale il primo giorno, all’inseguimento del Sangiovese sfidando un’insolita neve romana. E così è cominciato il viaggio. Tre giorni confusi e avvincenti, tra sale convegni gremite di esperti, un enorme salone a ricostituire l’Italia del vino, regione per regione, e infine le sale per le degustazioni, per calarsi nel mondo di Bacco come esperti (o aspiranti tali) speleologi in una grotta. Viaggi in profondità, nel tempo – con bottiglie “lontane” come il Brunello Il Poggione ‘55 e il Chianti Badia a Coltibuono ‘65 – , nello spazio – ad esempio con i Cabernet Franc della Napa Valley dell’esile ma determinata Delia Viader che si è fatta strada a suon di dinamite per poter piantare le sue viti in un terreno molto roccioso – ma soprattutto nella storia. Non solo storie di vini, ma di terra e sole, di stagioni, di persone e fatica.
Tra convegni, verticali e incontri internazionali ho incastrato un trittico suggestivo. E, fortuna dei principianti, ho avuto come compagno di viaggio un curioso e pittoresco signore, produttore francese di Brunello. Così, degustando altri vini, ho conosciuto la storia di Lionel Cousin e dei suoi Brunello Cupano, di un giovane vigneron francese che frequentava Montalcino dai primi anni ’70 e che, stregato dalla magia del luogo, lì si trasferì per vivere ancora oggi sul cucuzzolo di una collina di sassi sopra l’Ombrone.
Ma cosa ho degustato tra una chiacchiera e l’altro? Un piccolo, forse idiota, indovinello. Un’immagine per tre degustazioni: una distesa sassosa che dirada verso il mare, una casetta in lontananza su una collina di castagni e un cavallo bianco, al galoppo. Un altro, più piccolo, forse si è perso nel bosco.
Soluzione: Sassicaia, l’arte di saper attendere un grande (ex) vino “da tavola”; Ca’ del Bosco, bollicine eccellenti; Cheval Blanc, un fuoriclasse per tre terreni.
Inutile descrivere l’emozione di sorseggiare non una, non due ma ben dieci annate di un mito italiano come il Sassicaia, con l’intrigante possibilità di scegliere il proprio prediletto individuato dal mio palato nell’annata ’98, la più vecchia tra quelle degustate, ma di apprezzare anche un giovanissimo 2007 in anteprima, con una bella acidità e un grande potenziale di invecchiamento.
Sulla scia dell’eleganza anche la seconda degustazione. Mi sono ritrovata in Franciacorta per degustare 8 annate di Annamaria Clementi, bollicina dedicata alla fondatrice dell’azienda, madre di Maurizio Zanella. Proprio lui ci accompagna alla scoperta di questo vino assoluto, vinificato soltanto nelle annate migliori e che, dopo un lento “suicidio” dei lieviti di ben 7 anni, mette alla luce un eccellente Franciacorta.
Infine Cheval Blanc. Forse per timore reverenziale o chissà cos’altro mi limiterò soltanto a sottolineare l’interessante esposizione di Kees Van Leeuwen che, grazie all’assaggio di vini sperimentali, ci ha svelato quel che c’è dietro il blend di Cheval blanc. Così, giocando ai piccoli enologi, abbiamo assaggiato 3 cabernet 2006 nati su tre terreni diversi: sabbia, ghiaia e argilla. Il primo era fresco, leggero ma non troppo maturo. Il secondo più minerale, scuro, con un naso maggiormente evoluto e una bocca più complessa. Infine il terzo che, come gli altri, rifletteva la particolarità del terreno di nascita, in questo caso con la sua speziatura, un colore ancora più scuro e un naso apparentemente più giovane del secondo grazie ad un’acidità dovuta al basso pH del terreno. Poi, finite le sperimentazioni, è stato tempo di Petit Cheval e di Cheval Blanc.
Per concludere, tra un convegno sul riesling e uno sul Cabernet Franc, ho girovagato, ormai appagata di emozioni, per il grande salone a banchi d’assaggio e lì, tra gli altri, una tappa obbligata è stata lo stand di Cupano dall’amico francese per degustare finalmente il suo Brunello biologico. Un ultimo assaggio prima che calasse il sipario, prima che il teatro del vino si vuotasse dei suoi produttori, dei critici e degli amanti. Un ultimo sorso per convincermi che Montalcino non è poi così lontana e che una scappata, al più presto, è d’obbligo.






