| 01 Marzo 2010
Mi interesso di Riesling dal 1979, non esattamente da ieri. Si tratta, senza ombra di dubbio, una delle mie tre cultivar preferite al mondo, come anche del resto i vini che nascono, che bevo con regolarità appunto da prima dell’inizio dei mitici anni ’80.

E del resto non poteva essere diversamente, avendo passato la mia adolescenza in Canada, dove in quell’epoca nasceva una viticoltura e una produzione vinicola allora pionieristica ma oggi all’avanguardia. Viticoltura e enologia nelle quali il riesling è non il reggente, ma l’imperatore addirittura. Non solo: ma essendo il Canada, un po’ come tutto il Nuovo Mondo, da sempre terreno di immigrazione, vi si trovavano e si trovano tutt’ora la migliore selezione di vini tedeschi al di fuori della Germania, dato che gli immigranti di origine teutonica in quella grande nazione sono moltissimi. Insomma, ho avuto questa grande fortuna, e cioè poter crescere degustando e affinando il mio palato fin dai diciasette anni di vita con i migliori Riesling del mondo. Non ho difficoltà a dire che ho sviluppato il mio palato anche e soprattutto sul Riesling, un vino che quando ben fatto traduce il terroir nel bicchiere come nessun altro vitigno al mondo (gli sono vicini solo pinot nero e nebbiolo), che presenta equilibri degni di un artista del volteggio al circo, un’ acidità fantastica, una pulizia e una profondità di aromi e sapori incomparabili, e una mineralità che fa sparire quella di ogni altro vino.
Seguo dunque il riesling e i vini Riesling da ormai più di trenta anni, e ne conservo ancora migliaia di bottiglie diverse, dalle più vecchie alle più giovani, a partire dagli anni ‘50 (con alcune bottiglie di molto prima ancora….) in diverse cantine termocondizionate apposite con le quali rendere felice me e gli amici; e tuttora ritengo i vini più importanti in mio possesso essere non i Grand Crus di Borgogna o di Bordeuax o Piemonte, tutti fantastici, ma piuttosto i TBA del 1959, 1971 e 1976 di grandi produttori come Von Kesselstat e tanti altri troppo numerosi da menzionare.
E così arriviamo all’organizzazione del Primo Simposio Internazionale del Riesling a Roma, un evento del quale sono particolarmente fiero ed orgoglioso. Indubbiamente, grande parte del merito per la straordinaria riuscita del Simposio (non è proprio facile riunire quasi cento persone in una sala dove non si beve per un convegno scientifico sul riesling in una regione dove il vino in questione nemmeno si produce) va ascritto, oltre alla grande macchina organizzativa di Helmut Köecher e il Merano Winefestival, anche ai relatori, alcuni fra i più noti giornalisti di vino del mondo, o produttori di riesling di valore, come anche specialisti universitari.
E così, dopo essere stato uno dei primi a contribuire alla organizzazione di quella che è stata con ogni probabilità la prima degustazione approfondita di Riesling tedeschi a Roma nell’ormai lontano 1981 in un’ enoteca di Roma, che ricordo fu condotta magistralmente da Edward Steinberg, e dopo avere scritto quello che resta ancora l’articolo fondamentale sul Riesling della Mosella per il Gambero Rosso nel 2001, oggi, nel 2010, trenta anni dopo i miei esordi a confronto con il mio vitigno feticcio, ho potuto vedere realizzato un sogno di gioventù, e cioè l’organizzazione di un convegno di valore internazionale sulla mia varietà di uva preferita, in presenza di autori e esperti veri, e non persone che parlano e scrivono di riesling da circa cinque anni ma che si spacciano per esperti in materia.
La grande fortuna del Simposio dunque è stata quella di riunire esperti non solo italiani, ma anche francesi, tedeschi e austriaci, e perfino esperti provenienti dal Canada e dagli U.S.A., come mai prima a Roma. Una “prima volta” che resterà per sempre negli annali della manifestazioni di vino in Italia.
Il Simposio si è aperto con una dotta presentazione da parte di Stephen Brook, autore del testo base The Wines of Germany, e universalmente, giustamente, considerato essere uno dei migliori e più importanti giornalisti di vino del mondo. Firma di punta di Decanter, che resta a tutt’oggi la migliore rivista di vino del mondo (di gran lunga), Brook ha analizzato con maestria il fenomeno dei Riesling trocken, o secchi, di Germania, illuminando tutti nella audience con sottintesi e affermazioni mai banali. Molto interessante anche la disquisizione sui nuovi sistemi di classificazione usati oramai dai produttori tedeschi, molti dei quali come il Grosse Gewachs, che hanno solo incrementato la confusione già esistente. Brook difatti non è l’unico esperto di vino al mondo che ritiene queste nuove classificazioni quasi dannose, come ha del resto avuto modo di sottolineare Leonard Barkan, professore universitario di Princeton e Wine Editor U.S.A. del Gambero Rosso in un suo apprezzato intervento.
A seguire la relazione di Luzia Schrampf, giornalista di punta del Der Standard di Vienna, e senza tema di smentita una delle due o tre più note giornaliste austriache. Molto interessante la sua presentazione sul riesling in Austria, animale del tutto diverso da quello tedesco, in genere più alcolico, più secco, più sapido e strutturato. Fa un certo effetto sapere che esistono in un paese teutonico come il suo solo 1800 ettari circa vitati a riesling, che ha da sempre puntato sull’autoctono gruner veltliner, vero vitigno bandiera dell’Austria. Forse la presentazione più bella in assoluto è stata quella di Bernard Burtschy, il più grande esperto di Francia (insieme a Michel Bettane), che ha sviscerato in lungo e in largo la geologia dell’Alsazia, raccontando a tutti i presenti le diversità date dalle diverse unità geologiche ivi presenti. Secondo Burtschy non si può nemmeno pensare di degustare, analizzare o scrivere di Riesling alsaziano se non si conoscono a fondo le unità geologiche di base del terroir alsaziano dalle quali provengono i Riesling in questione, unità che sono diverse migliaia, ma che si possono ricondurre a dieci circa. I vini vanno dunque analizzati e inquadrati secondo l’appartenenza a ogni singola unità, sennò l’analisi rischia di essere sbagliata e fuorviante, perché il Riesling deve per forza ricordare quella specifica provenienza di terroir. Un po’ come valutare i vini a 100% di sangiovese senza sapere che vini dal colore nero sono impossibili. Un mio intervento ha ripercorso la storia del riesling in Italia, dall’italico (che riesling non è) al renano, apportando alla discussione uno storico sui cru dagli anni ’60 a oggi e ricordando molti vini che i giovani di oggi non hanno potuto assaggiare o conoscere. Interessante notare come una regione molto francese quale la Valle d’Aosta non abbia mai avuto viti di riesling, come del resto mi ha confermato in una recente intervista Costantino Charrère. A seguire un intervento molto preciso ed utile di Harald Schraffl, il giovane, bravissimo, enologo della Produtttori Nalles Magrè, che ha illustrato la storia passata ed attuale del riesling in Alto Adige, ancora oggi di gran lunga la zona vinicola dove più si produce questo vino in Italia.
A chiudere due presentazioni d’oltreoceano, una di Angelo Pavan, produttore ed enologo della Cave Spring Cellars, la migliore azienda produttrice di riesling in Canada, e da Bernd Maier, Viticulture Extension Specialist della New Mexico State University, situata in uno stato dove la viticoltura nel freddo clima presente ai 2000 metri s.l.m. (dove sono ubicate appunto molte delle vigne di riesling, ma non solo) permette una produzione di Riesling sempre più interessante. Come del resto ha avuto modo di dimostrare la intressantissima degustazione di venti diversi Riesling provenienti da tutto il mondo, molti dei quali fatti appositamente venire dall’estero perché introvabili o non importati in Italia.
Ma questa è tutta un’altra storia, una che vi racconteremo nel prossimo numero di NWJ.






