Il Verdicchio dei Castelli di Jesi e la sua storia
| 01 Agosto 2009
Si narra che Alarico, Re dei Visigoti, nella sua avanzata su Roma , passando nella zona di Jesi “seco portasse quaranta some in barili nulla a sé stimando recar sanitade et bellico vigor melio” .
Ma la storia è molto più antica.
La coltivazione della vite iniziò con la colonizzazione dei Greci siracusani che fondarono Ancona e proprio da Ancona spedivano il vino in Grecia contenuto in anfore. Furono proprio queste che forse, o anzi sicuramente, ispirarono l’architetto Antonio Maiocchi a disegnare la famosa bottiglia ad anfora per la Fazi Battaglia negli anni ’50 rendendo il Verdicchio uno dei più conosciuti vini bianchi del mondo. Ma al grande successo iniziale i produttori risposero aumentando a dismisura la quantità produttiva a scapito della qualità che danneggiò per molti anni l’immagine stessa del vino. Seguì un periodo di appannamento per aver commercializzato negli anni ‘70 prodotti di dubbia qualità, ma a partire dalla metà degli anni ottanta la svolta: bastò selezionare cloni, rese per ettaro, sesti di impianto e mentalità per farlo diventare un vino dalla grande personalità ed unicità.
Il nome Verdicchio fa riferimento al colore dell’acino che anche se maturo non perde la tonalità verde. La vite nelle Marche fu coltivata dai Piceni che probabilmente impararono dagli Etruschi e le prime forme di allevamento furono le alberate che avevano come tutore l’albero di acero; oggi è coltivato per lo più a spalliera. Vitigno di probabile origine veneta, portato dai coloni veneti che alla fine del 1400 si trasferirono nelle Marche, è uno stretto parente del Trebbiano di Soave e del Trebbiano di Lugana. Citato da Andrea Bacci, medico di Sant’Elpidio, nel 1596, quando descriveva nel suo libro “Storia naturale dei vini” i vini palmensi del Piceno con il nome di uva Marana, il Verdicchio in Italia si coltiva quasi esclusivamente nelle Marche. Il grappolo è di media grandezza, abbastanza compatto, di colore giallo-verde con buccia consistente, pruinosa e sottile (anche se alcuni cloni hanno la buccia più spessa). E’ poco resistente alle crittogame (vedi oidio e botrite) e la produzione è vigorosa e costante con maturazione medio tardiva.
Il territorio, poco distante dal mare, è composto da colline che arrivano a 500 metri di altezza, da fiumi quali l’Esino, il Musone ed il Misa che scorrono nelle valli ed è impreziosito da cittadelle fortificate. La collocazione ideale della vite è sulle assolate colline, rinfrescate dalla costante ventilazione che arriva dall’Adriatico e che impedisce il formarsi di umidità sui grappoli e sono formate da terreni argillosi e calcarei ricchi di limo e sabbia con banchi di salnitro. La vite si adegua bene ai terreni siccitosi anche se è consentito dal disciplinare l’irrigazione di soccorso.

E’ proprio questo terroir che ha determinato l’unicità dei vini rendendoli diversi l’uno dall’altro a seconda delle esposizioni, delle vicinanze ai fiumi e dalla composizione dei terreni. Al centro della zona storica su un colle, sulle rive dell’Esino, sorge la città di Jesi , che da il nome al vino, l’antica Aesis, colonia romana e città natale di Federico II di Svevia. La zona di produzione comprende la provincia di Ancona con i comuni di Arcevia, Belvedere Ostrense, Castelbellino, Castelplanio, Cupramontana, Maiolati Spontini, Mergo, Montecarotto, Monte Roberto, Morro d’Alba, Ostra, Poggio San Marcello, San Paolo di Jesi, Senigallia, Serra de’ Conti, Serra San Quirico e Staffolo e la provincia di Macerata con i comuni di Apiro e Cingoli.
Il disciplinare di produzione prevede le seguenti denominazioni dei vini: Verdicchio dei Castelli di Jesi – Verdicchio dei Castelli di Jesi Riserva – Verdicchio dei Castelli di Jesi Spumante – Verdicchio dei Castelli di Jesi Passito – Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico – Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Riserva – Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore.
L’indicazione Riserva è rara per i vini bianchi italiani e prevede una permanenza di almeno 9 mesi sulle fecce ed un invecchiamento obbligatorio di 18 mesi di cui almeno 6 in bottiglia. L’elevata acidità dell’uva permette di ottenere ottimi spumanti sia con il metodo Charmat o Martinotti sia con il Metodo Classico ed è interessante sapere che già nel 1622 il monaco benedettino Francesco Scacchi di Fabriano teorizzò le basi della spumantistica, prima di Dom Pèrignon. Altrettanto interessante sapere che nel 1857 Ubaldo Rosi ottenne la licenza per la produzione sperimentale di uno spumante.
L’uso della menzione Classico è riservata al vino prodotto nella zona originaria più antica ed esclude i territori posti alla sinistra del fiume Misa ed i territori appartenenti ai comuni di Ostra e Senigallia. Le rese dell’uva per tutte le tipologie dei vini vanno dai 140 ai 110 quintali (Riserva - Classico Superiore - Classico Riserva) per ettaro, obiettivamente troppo alte per i vini di grande qualità ed infatti i produttori migliori non si avvicinano mai ai massimi produttivi consentiti dal disciplinare. La gradazione alcolica minima dettata dal disciplinare va dagli 11,50% vol. per il Classico e lo spumante, 12% vol. per il Classico Superiore, 12,50% vol. per la Riserva e Classico Riserva, 15,00% vol. di cui almeno 12,00% vol. effettivo per il passito.

Il Verdicchio è un vino estremamente versatile: può essere secco, da uve surmature, passito, da uve botritizzate, spumantizzato ed in tutti i casi con un rapporto prezzo-piacere, credo, unico in Italia. Il Verdicchio dei Castelli di Jesi ottenne la Doc (denominazione di origine controllata) con il D.P.R. dell’11 agosto 1968 ed ha compiuto lo scorso anno i suoi primi quaranta anni, gli ultimi per le tipologie Riserva e Classico Riserva in quanto proprio lo scorso mese hanno ottenuto dal Ministero delle Politiche Agricole il massimo riconoscimento con la denominazione di origine controllata e garantita (Docg), il traguardo più ambito per un vino. I vini Doc devono essere prodotti con una percentuale minima dell’85% di uva del vitigno Verdicchio e per un massimo del 15% di uva di altri vitigni a bacca bianca autorizzati. Il vino matura sia in acciaio sia in legno ed il colore nel bicchiere si presenta di un giallo verdolino, dorato con l’invecchiamento, con profumi di fiori di biancospino, di acacia, di tiglio, di fiori di campo, di ginestra, una fragranza fresca di frutta che ricorda la pesca bianca, la mela, inconfondibili note agrumate, frutta esotica, pompelmo, ananas, erbe aromatiche come la salvia, il timo, una mineralità da pietra focaia, sensazioni marine e molta intensità olfattiva. Alla gustativa è fresco, spesso sapido, di giusta morbidezza con un finale spesso gradevolmente caratterizzato da mandorle amare, buona rispondenza gusto-olfattiva con un buon tenore alcolico. Va ricordato che questi vini anche se bianchi possono essere degustati per diversi anni se ben conservati, difatti il Verdicchio è uno dei rari vini bianchi italiani che regge ad un invecchiamento mirato.
Per quanto riguarda l’abbinamento con il cibo si accompagna bene a tutti i piatti della cucina di mare come le triglie all’anconetana, pesci in umido o al forno, baccalà, stoccafisso, crostacei, molluschi, risotti di mare, cotture alla griglia, fritti di verdure, funghi, carni bianche. La temperatura di servizio ottimale è sugli 8°–10° C per i vini giovani e bevuti come aperitivo, 10°-12° C per i vini più strutturati e maturati nel legno.
“Il nome, specialmente d’estate, e specialmente quando si mangia pesce, ha un fascino irresistibile: verdicchio, verdicchio, suona fresco, suona vivo, suona leggero, umile, gradevole, giovanile, naturale, grazioso, gentilmente pungente, vegetalmente acerbetto e piacevole, come un rametto verde pallido, croccante, cricchiante”. (Mario Soldati) Tratto dal libro Vino al Vino.



