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Barbaresco: miseria e nobiltà

Ho scattato questa foto a settembre dell’anno scorso. E’ la torre di Barbaresco che svetta sulle colline dominando il corso del fiume Tanaro. Nel Medioevo era parte integrante di un complesso difensivo con castello e mura, periodo nel quale Barbaresco era conteso dalle città di Alba ed Asti. Con i suoi oltre 30 metri di altezza è la più imponente fra tutte quelle che contraddistinguono il paesaggio delle Langhe ed è il simbolo del paese. Per la visibilità che ha da tutti i paesi circostanti si racconta di un grande falò acceso sulla sua sommità per festeggiare il ritorno di Vittorio Emanuele I di Savoia al castello di Govone.

Barbaresco, miseria e nobilta'

Non riesco ad immaginare quale veduta si avrà quando sarà pronta la struttura indipendente ma collegata mediante una passerella che permetterà finalmente l’accesso alla torre.
La zona dove sorge Barbaresco era ricoperta da boschi ed abitata dalle popolazioni barbare dei Liguri Stazielli i quali possedevano una foresta sacra, da loro dedicata ad una divinità chiamata in celtico con il nome di “Martiningen” e che venne, con l’arrivo dei Romani, che sottomisero le popolazioni, dedicata al dio della guerra Marte anche se in seguito la disboscarono per far posto alla coltivazione della vite.
Il nome Barbaresco sembra infatti derivare dal termine “ barbarica silva”( bosco dei barbari) ed era il luogo dove gli abitanti si rifugiavano quando venivano attaccati dagli invasori. I primi riferimenti del vino Barbaresco sono dovuti a Tito Livio che lo cita nella sua “ Storia Romana “, il vino di Barbaritium poi Barbariscum ed infine Barbaresco. Il primo grande “ordine” del vino di Barbaresco fu fatto nel 1799 dal generale austriaco Melas che, dopo aver sconfitto l’esercito francese nella battaglia di Genola, chiese al comune di “far condurre al campo di Bra una carrà di eccellente nebbiolo”.

Barbaresco, miseria e nobilta'

Nel 1894 “il padre del Barbaresco” il professor Domizio Cavazza, di origine emiliana, enologo e agronomo, direttore della Regia Scuola Enologica di Alba, la più antica d’Italia, acquistò il Castello di Barbaresco ed alcuni vigneti e fondò le Cantine Sociali di Barbaresco. Mise a punto un metodo di fermentazione che svolgeva completamente in alcol gli zuccheri dell’uva nebbiolo dando una svolta definitiva a quello che sarebbe diventato uno tra i più grandi vini del mondo. Stabilì le regole di vinificazione ed iniziò a denominare il vino con il nome del paese capendo che il Nebbiolo coltivato a Barbaresco aveva precisi caratteri distintivi. Con la morte prematura di Cavazza nel 1912 si perse il faro e ci furono periodi bui, di assoluta povertà dovuti anche all’inizio della Guerra che porterà negli anni seguenti alla chiusura della Cantina Sociale. In quegli anni Barbaresco era il più povero paese di tutte le Langhe. La vita era difficilissima e si faticava a sopravvivere, senza lavoro, elettricità, acqua e soprattutto cibo, situazione che durò fino agli anni successivi all’ultima Guerra. Le Langhe in genere erano sinonimo di povertà  e le pagine scritte da Beppe Fenoglio nel suo libro “La malora “ ne sono la testimonianza.
E’ solo nel 1958 con la nascita della Cantina Produttori di Barbaresco ad opera del parroco del paese Don Marengo Fiorino che il Barbaresco rinasce a nuova vita e da quel momento sarà in continuo divenire.
Barbaresco sorge su una collina a 274 mt. s.l.m. nei pressi del fiume Tanaro. Nella piazza del Municipio nella chiesa sconsacrata della ex Confraternita di San Donato, che gli abitanti costruirono a metà dell’Ottocento come ringraziamento per la splendida produzione vinicola, ha sede l’Enoteca Regionale del Barbaresco, la quale da ormai più di venti anni promuove il vino Barbaresco, il suo territorio ed i suoi produttori e dal 2007 a settembre organizza, con il supporto dei comuni di origine del vino, una manifestazione denominata ” Piacere Barbaresco” per la conoscenza e promozione, appunto, del Barbaresco.
La zona di produzione comprende l’intero territorio dei comuni di Barbaresco, Neive, Treiso (già frazione di Barbaresco) e la  parte della frazione di San Rocco Seno d’Elvio già facente parte del comune di Barbaresco ed aggregata al comune di Alba  con D.P.R. del 17 aprile 1957. Il vitigno è il Nebbiolo delle sottovarietà Michet, Lampia ( maggiormente presente) e Rosé prodotte nella zona di origine anche se una ultimissima modifica al Disciplinare ( febbraio 2007) parla di uve provenienti dai vigneti composti dal vitigno Nebbiolo non specificando più le differenze. Il Nebbiolo ha una buona resistenza alla siccità ed è molto sensibile alla composizione del suolo. I terreni della zona sono caratterizzati da strati di marne bluastre calcaree e la vite è posizionata sulle colline assolate preminentemente argillose-calcaree e ricche di sostanze organiche  e microelementi.

Barbaresco, miseria e nobilta'

La coltivazione del Nebbiolo da Barbaresco è permessa infatti, all’interno di questa area, solo su pendii collinari con esposizione solatìa verso sud, sud-est o sud-ovest con altitudini che variano dai 270 ai 350 mt. sul livello del mare. E’un vitigno mediamente vigoroso, esigente, scontroso che richiede importanti potature e continue cure, germoglia precocemente ed ha una maturazione tardiva ( si raccoglie solitamente a metà ottobre ), è sensibile all’oidio e una discreta tolleranza alla peronospora. L’uva ha bisogno di elevate quantità di calore e di irraggiamento solare e nonostante sia ricca di sostanze polifenoliche ha capacità coloranti piuttosto modeste. Il sistema di allevamento è per lo più a guyot. Il grappolo è di grandezza media, piramidale, allungato, compatto con acino medio-piccolo, rotondo, a volte ellissoidale, di color violaceo scuro con buccia sottile ma resistente e tannica,  molto pruinosa tanto da farla apparire grigia ed è forse questa abbondante pruina, che fa sembrare gli acini “annebbiati”, che ha dato il nome al vitigno anche se un’altra ipotesi è quella che fa derivare il nome dalla fitta nebbia che avvolge le colline di Langa al momento della vendemmia nelle fredde mattine autunnali.
La produzione è notevole e mediamente costante. La resa massima  di uva producibile per ettaro è fissata dal Disciplinare in 8 t/ha ridotta a 7,2 t/ha ( se il vigneto ha almeno 7 anni) per poter avere la menzione “vigna”in etichetta. L’invecchiamento obbligatorio è di almeno due anni a partire dal 1° gennaio successivo alla raccolta delle uve di cui almeno uno in botti di rovere o castagno. Il Barbaresco può essere classificato Riserva se l’invecchiamento è non inferiore ai quattro anni. La gradazione alcolica minima del vino è di 12,5% vol. Il Barbaresco ottenne la D.O.C. con il D.P.R. del 23 aprile 1966 e la D.O.C.G. con D.P.R. del 3 ottobre 1980. Va ricordato che la zona di Barbaresco su 320 ettari di vigneto dedica al solo nebbiolo 238 ettari  vantando la maggiore presenza del vitigno in rapporto alle altre varietà. Le bottiglie devono essere di forma tradizionale albeisa tipica delle Langhe.
Ogni collina ha un nome che identifica il vino; è consentito l’uso di indicazioni che facciano riferimento a frazioni, poderi, tenute, cascine e proprio scrivendo ciò mi viene in mente la grande opera realizzata, con il contributo del Consorzio, del Distretto dei Vini Langhe Roero e Monferrato, della Provincia di Cuneo, dall’Enoteca Regionale del Barbaresco, diretta magistralmente dal dott. Giancarlo Montaldo, con la collaborazione fondamentale di Alessandro Masnaghetti, delle tre Carte Tematiche del Barbaresco dove vengono trattate con estrema precisione le menzioni geografiche aggiuntive (aree delimitate all’interno della zona di produzione) per i paesi di Barbaresco, Neive, Treiso e San Rocco Seno d’Elvio.
Il vino si presenta nel bicchiere di un rosso granato che tende a sfumature aranciate con l’invecchiamento. I suoi profumi intensi e complessi ricordano un floreale di violetta, di rosa ed un fruttato che ricorda la ciliegia, la prugna, il lampone, i frutti di bosco, uno speziato che va dalla cannella alla vaniglia, alla noce moscata, alla liquirizia, al pepe con ricordi vegetali di sottobosco, di frutta secca come la nocciola, di balsamicità, di tostatura come il cacao e goudron. Vino di grande struttura, robusto, di estrema finezza ed eleganza con ottimo equilibrio tra acidità e nobili e vellutati tannini che evidenziano freschezza e discreta astringenza, di lunghissima persistenza gustativa e con particolare morbidezza quando viene affinato in barrique.
I vini di Barbaresco sono i più longevi dell’intera zona di produzione e sono adatti ad un lungo invecchiamento, anche oltre i venti anni.
Cucina e vino vivono in simbiosi vista anche l’alta qualità della ristorazione della zona ed il vino degustato a 18 gradi trova la sua massima espressione con i tajarin al tartufo bianco, gli agnolotti del plin, la cacciagione, i rognoncini, i fegatelli, il brasato, la lepre in civet, il cinghiale, l’agnello, gli arrosti, la selvaggina in genere, lo stracotto di bue alla piemontese, i funghi porcini ed i formaggi stagionati come il Castelmagno.
Insomma “quel mondo che era dei vinti oggi ha vinto”.

Barbaresco, miseria e nobilta'

Il pensiero di Ian: sempre molto belli gli articoli di Giuseppe, che racconta con passione e precisione i territori che visita. Gli sono grato perché ogni scusa per leggere di Barbaresco è buona, un luogo incantevole, magico, dove si hanno alcuni dei vini più buoni del mondo. Solo una curiosità da aggiungere, per fare capire come è cambiato il mondo in questi anni, e per una volta tanto, in meglio: sembra proprio che il falò al quale accenna l’amico Giuseppe fu alimentato dai mobili di legno della Torre stessa… un peccato enorme bruciare così dei cimeli storici, seppur in onore di un Re… Nei prossimi numeri del NWJ diversi articoli sui grandi vini di Barbaresco e dintorni.