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Merano 2009 (Parte III)

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 Cronaca di un viaggio in treno e dintorni

Le fiere a cui un professionista del vino potrebbe partecipare durante l’arco di un anno sono molte, quasi certamente troppe. Le fiere alle quali in Italia è virtualmente impossibile rinunciare sono fortunatamente solo due: l’appuntamento veronese di  Aprile e quello di Meranese di Novembre, per il Winefest. Il secondo è il preferito da molti sotto diversi aspetti: più piccolo quindi molto meno dispersivo, più frequentato da gente davvero interessata al vino nel senso più nobile del termine.

Merano Wine Festival

Per partecipare al mio Merano io volo da Londra a Roma, dove recupero qualche amico/collega con il quale dividiamo il viaggio in treno nottetempo alla volta di Bolzano. Chi ha detto che non ha molto senso? E’ una delle ricorrenze più sensate del mio anno lavorativo, ormai una tradizione irrinunciabile. Il trucco comunque c’è e si vede: io arrivo a Roma in mattinata e mi metto sulle tracce delle bottiglie più interessanti che riesco a recuperare. Poi insieme al mio carissimo amico e compagno di fiere da parecchi anni, verso le 18 entriamo in uno dei templi del buon formaggio della Capitale (La Tradizione, in Via Cipro) e facciamo acquisti per deliziarci durante il viaggio. Ore 22 o giù di li: partenza dalla Tiburtina con vagone letto.

Il lavabo dello scompartimento diventa un comodissimo secchiello per rinfrescare i vini bianchi (anche se quest’anno abbiamo dovuto forzosamente rinunciare a questa finezza), mentre dal nulla compaiono  posate d’argento e bicchieri di cristallo... giuro, è tutto vero.

Come sempre, ad accompagnare la nostra cena fredda - ma straordinaria –  c’era qualche bottiglia davvero notevole acquistata nel pomeriggio a Roma.
Danze aperte con il Riesling Sonnenuhr Spatlese 1998, Meulenhof (Mosel) ad accompagnare una interessante degustazione di formaggi. Un vino molto buono che ha dato esattamente ciò che ci aspettavamo: estrema pulizia e precisione esecutiva, notevole mineralità che si fondeva con alcune di quelle note evolutive che solo il Riesling può dare, ottima acidità tenuta in gioco da una dolcezza misurata e mai stancante. Unica nota “negativa” una persistenza non memorabile, ma c’era da aspettarselo considerando che si trattava di uno Spatlese.
Seconda bottiglia in scena, un vino greco molto intrigante prodotto con uve Assyrtiko sull’isola di Santorini, il Talassitis 2006, Gaia Wines (Santorini). Il Talassitis nell’Antica Grecia era un preparato dalle proprietà apparentemente medicamentose: in poche parole era vino mescolato con acqua di mare. In questo caso nessuno ha aggiunto acqua di mare al vino, ma il nome è stato dato sia per ragioni storiche che per evidenziare la vicinanza dei vigneti all’Egeo. L’Assyrtiko è una varietà sensazionale della quale si sentirà parlare sempre di più in futuro, per una ragione in particolare: la sua capacità di mantenere alti livelli di acidità anche una volta raggiunta la piena maturazione sotto il sole cocente della Grecia. Gli australiani se ne sono già accorti e stanno già sperimentando in merito. L’uva con la quale è stato prodotto questo vino viene da vigne con 70-80 anni di vita, piantate non semplicemente su un terreno vulcanico, ma direttamente sulla pomice. Aromi morbidi e delicati di glicine e ginestra sono affiancati da note minerali più austere, che rendono il tutto davvero intrigante. In bocca il vino era totalmente secco , con un buon estratto ed un buon calore alcolico (ben equilibrato), che rappresentava la totalità dello spazio concesso alla morbidezza. Il resto era sapidità, pulente acidità e persistenza entusiasmante. Un gran bel bicchiere di vino, per niente banale, con il quale abbiamo accompagnato una degustazione comparativa di prosciutti: uno umbro di maiali allo stato brado e uno siciliano, di maiali dei Nebrodi (personalmente ho preferito l’umbro: più setoso).

Siamo poi passati ai rossi, cominciando da un Barbaresco Riserva 1999, Mainerdo (Neive), un vino che dimostra come anche nelle Langhe si possano trovare tutt’oggi bottiglie non solo ottime, ma anche dall’ ottimo rapporto qualità prezzo. Le uve usate per la produzione di questo vino provengono da alcuni cru ad alta vocazione (fra i quali anche Basarin e Roccalini) situati sotto i comuni di Barbaresco e Neive. Il vino era ammaliante, con gli aromi di ultra-classici di violetta e rosa seguiti da percettibili accenni di frutti di bosco. Una leggera vena mentolata sembrava poi rinfrescare e sostenere il tutto, per poi cedere la scena a leggere note evolutive di pelle e scatola di sigaro. Il tutto, mi pare giusto sottolinearlo, per soli 21 Euro in enoteca: notevole.

La quarta bottiglia del viaggio era quella per la quale le aspettative erano davvero alte: un Vosne-Romanee “Les Bossieres” 1997,  Jean Grivot (Vosne-Romanee), ma come a volte succede quando le aspettative sono molto alte, si rimane delusi. Abbiamo avuto sfortuna: il vino era ossidato e imbevibile. Un gran peccato, sia per la brutta sensazione data dalle aspettative disattese, sia per la bottiglia in meno che abbiamo potuto gustare durante il nostro tradizionalissimo viaggio verso Merano. Ci siamo consolati con ciò che avevamo pianificato per la “chiusura”: una rinfrescante mozzarella di bufala prodotta poche ore prima (con la pasta ancora bella tesa e “scrocchiarella”) accompagnata da una buonissima birra artigianale, la chiara Cittavecchia di Trieste, anche questa scelta con l’intenzione di rinfrescare e pulire il palato. E’ stato un gran viaggio come al solito, nonostante la delusione della bottilglia “fasulla”, e ci ha posto nell’umore giusto per affrontare le degustazioni dei due giorni a venire. Di vini davvero notevoli degustati durante i due giorni del Winefest ce ne sono stati molti: ecco la mia personalissima classifica dei Top 3.
Gruner Veltliner “Renner” 2008, Schloss Gobelsburg (Kamptal, Austria). Un vino semplicemente straordinario, che lascia non solo intravedere, ma apprezzare a pieno le potenzialità di questa varietà d’uva per la produzione di vini estremamente ambiziosi. Al naso le note già fresche di limone e lime erano affiancate da accenni piacevolissimi di pepe bianco e da una mineralità che mi faceva salivare all’impazzata. In bocca le note agrumate erano ammorbidite da aromi che mi hanno ricordato l’alloro, e ancora il pepe bianco. Che meraviglia di vino: beverino ma complesso, carezzevole ma giustamente “nervoso” e lungo, tanto da farne capire anche il notevole potenziale di invecchiamento. Straconsigliato.
Barolo “Margheria” 2005, Massolino (Serralunga d’Alba). Mi ritrovo spesso, prima della degustazione di un vino sul quale ripongo molte aspettative, a precorrere mentalmente ciò che idealmente vorrei il vino mi desse. E’ un processo che dura due o tre secondi al massimo, fulmineo, ma estremamente importante per quanto mi riguarda. Non so neppure se questa è cosa comune fra i degustatori ma a me succede, e quando il “film” che mi sono fatto in testa coincide con quello che pochi secondi dopo trovo nel bicchiere è ovviamente il massimo. Attenzione: non sto parlando solo di Baroli, Brunelli, Amaroni e compagnia, ma di qualsiasi tipologia di vino per la quale ho messo insieme nella mia testa un sufficiente schedario informativo, dal Margaux al Lambrusco dunque. Questo vino mi ha dato esattamente questa sensazione di déjà-vu (o déjà-goutè se preferite): un Barolo si giovane, ma che già da grande soddisfazione. Elegantissimo, perfettamente equilibrato, lungo e molto complesso: da comprare ad occhi chiusi.
Piedirosso dei Campi Flegrei 2008, Cantine Astroni (Napoli). Tutta la piacevolezza e la bevibilità di questa tipologia tanto versatile a tavola quanto snobbata dai più. Una sorta di St Magdalener del sud per intenderci, godevolissimo anche servito leggermente fresco. Frutta rossa matura in abbondanza con lievi accenni di spezie, tannini contenutissimi ed una sapidità in evidenza che non è cosa tanto comune per nessun rosso. Il rapporto qualità prezzo è decisamente a favore del consumatore. Molto buoni anche gli altri vini di questa cantina presentati al Winefest.