Ottobre 2009
| 01 Ottobre 2009
A volte guardare in casa d’altri può essere un aiuto, un “tiramisù”, o anche un inno al “almeno c’è chi sta peggio”. E fa un certo effetto, se non addirittura piacere, vedere che i nostri cugini francesi, in quanto a commettere fesserie in materia viti-vinicola, non ci sono certo inferiori, anzi.
Non so quanti professionisti del “settore vino” in Italia siano a conoscenza della grande, e a mio modo di vedere giustissima, polemica in atto tra i nostri cuginetti d’Oltralpe, scatenata della volontà manifesta da parte della INAO di vietare l’uso del nome della varietà d’uva in etichetta per tutti i vini d’Alsazia. Peccato che i vini d’Alsazia siano da sempre caratterizzati dal nome del vitigno ben visibili in etichetta: un sistema non solo in vigore a memoria d’uomo, ma anche facilissimo per il consumatore da usare e capire, perché scegliere tra un Riesling e un Pinot Gris è la cosa più semplice che ci sia.
E passi per vini conosciuti e famosi quali Bourgogne o Bordeaux, bottiglie che da sempre non riportano l’indicazione dei vitigni, ma barcamenarsi invece fra un Pacherenc du Vic-Bihl, Château Chalon et Lirac non è proprio la stessa cosa per la grande massa dei consumatori. Non solo, ma andrebbe anche detto che allo stato attuale delle cose le etichette alsaziane sono già di poco aiuto (ad esempio, i loro vini secchi hanno spesso un residuo zuccherino piuttosto alto), e andare a rimuovere una ulteriore informazione di aiuto per chi deve acquistare non sembra essere la cosa più intelligente. Peggio ancora, la designazione varietale dei vini alsaziani è anche un vero e proprio marchio di fabbrica: i vini alsaziani si distinguono da sempre dagli altri vini francesi anche per questa caratteristica. Vero che almeno un produttore famoso da anni opta per vini con la designazione del terroir; ma è anche vero che non è stato seguito su questa strada da nessuno dei suoi colleghi che conti davvero. E difatti tutti o quasi i produttori più importanti di Alsazia sono insorti, con una raccolta di oltre 200 firme, per condannare la procedura ipotizzata e per cercare di farla arenare. E’ anche vero che la UE manda avanti il suo progetto di DOP e IGP e in qualche modo bisogna adeguarsi: ma tocca anche a noi aiutare i nostri politici a capire quando una decisione è semplicemente sbagliata, se non addirittura dannosa. Le denominazioni sono importanti, ma non vedo proprio perché non si possa lasciare in etichetta sia Alsazia (o toponimi o denominazioni varie) sia il nome della varietà. Del resto, uno dei tanti, troppi, vantaggi di vini Cileni, Australiani e del Nuovo Mondo in genere, in questi ultimi venti anni è stato anche la facile riconoscibilità dei loro prodotti da parte del consumatore: non denominazioni astruse, ma vitigni.
In questo numero di New Wine Journal alcuni spunti di riflessione interessanti: i soliti interessantissimi Viaggi di Luca, i grandi vini di Poggio di Sotto a Montalcino, una bella intervista a Ornella Correggia, la paladina del Roero più buono, le Marche e tanto altro ancora. E a breve il nostro nuovo sito, sul quale stiamo attualmente lavorando e che contiamo di fare nascere entro la fine del mese.
Buona lettura a tutti.



