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Una modesta proposta per l’aggiornamento e la tutela del Brunello di Montalcino

International Wine Cellar

Il Brunello di Montalcino è il vino bandiera di tutta Montalcino, un paradigma del Grande Vino Italiano e che dovrebbe essere sempre di qualità ineccepibile. Trattasi di uno dei prodotti nazionali meglio conosciuti e più famosi nel mondo, proprio come la pizza o la pastasciutta, e che contribuisce in modo significativo ad alimentare la magia del “Made in Italy” in tutto il mondo. Sfortunatamente però, il Brunello, come anche il Rosso di Montalcino (l’altro sangiovese in purezza della zona ma di più facile beva), da molti anni non mantiene le promesse del grande vino che dovrebbe sempre essere, a causa di molti esempi semplicemente non all’altezza della propria fama e degli alti prezzi richiesti. A tutto ciò hanno contribuito una serie di fattori diversi fra loro: fra i tanti, un grande incremento negli anni nel numero di produttori (molti dei quali con poca esperienza e non sempre dotati di bravura cristallina), una sovra-espansione poco lungimirante dei vigneti a Brunello, e la comune percezione che molti dei vini prodotti nel comprensorio di Montalcino non fossero esempi di sangiovese in purezza. La legge stipula che il Brunello di Montalcino deve essere prodotto da solo uva sangiovese (una delle due o tre cultivar più famose d’Italia), ma come ormai tutti sanno, da anni si bisbigliava dell’autenticità o meno di molti dei vini sfoggianti le loro fascette DOCG, molti dei quali sembravano ai più come prodotti anche con l’aggiunta di altre varietà di uve, o comunque vini che non rimanevano fedeli alle linee guida, molto chiare anche se restrittive, che disciplinano la produzione del vino Brunello e Rosso.

Queste ultime voci  trovarono conferma con l’esplosione alla ribalta mediatica dello scandalo poi noto come “Brunellopoli”, investigazione governativa iniziata nel settembre 2007 e che vide circa 400 ettari di vigneti messi sotto sequestro, un embargo delle vendite negli U.S.A. del Brunello 2003 e molto altro. Gli accertamenti del caso (le conclusioni sono state rese note nel luglio 2009) hanno portato a un declassamento di un totale di 1.3 milioni di litri di Brunello e 500.000 litri di Rosso di Montalcino a categorie di vino meno prestigiose della DOCG o DOC, e ad una eliminazione di 50 ettari di vigneto non idoneo secondo le linee guida del disciplinare. Inoltre, centomila litri di vino furono distrutti, e diciasette individui rinviati a giudizio, sei dei quali hanno preferito patteggiare, che per la legge italiana ha delle implicazioni precise.

Montalcino

Ci tengo a sottolineare però che non è mio interesse in questo manifesto discutere ancora dei meriti o meno di Brunellopoli, né trovo interessante continuare a parlarne, essendo fermamente convinto che in Italia siamo fin troppo bravi a farci del male nei modi più impensabili. Tutto ciò però non può voler dire dimenticare quanto accaduto, o peggio, non trarne una lezione benefica. Mi permetto di aggiungere inoltre, che non è di grande aiuto attaccarsi alla modestia delle cifre dello scandalo, evidenziando come solo piccoli quantitativi di vino siano rimasti coinvolti nell’azione della magistratura e ancora meno quelli trovati non conformi alla legge. Lo scandalo ha comunque arrecato un danno alla credibilità del sistema Italia e della sua produzione vinicola, e chi afferma il contrario è per lo meno poco informato. Purtroppo, ancora oggi, a Montalcino, non sono state messe in atto modifiche, nè avanzate proposte per cambiare la situazione attuale. E benché possano essere meritorie di applauso iniziative come quelle di finanziare uno studio su i livelli di antociani nelle uve delle varie sottozone di Montalcino, come anche avere per lo meno proposto, condivisibili o meno che siano, dei cambiamenti al disciplinare di produzione, è indubbio che tutto resta ancora da fare e si avverte una certa inerzia o incapacità nel procedere.

Quanto segue sono riflessioni che vogliono solo offrire un piccolo e modesto contributo alla risoluzione dei vari problemi che Montalcino e i suoi vini si trovano a dover affrontare oggi, nella speranza che queste mie sempre modeste proposte possano essere di vero aiuto, in toto o in parte, a tutti coloro che hanno a cuore le sorti di quello che è non solo uno dei più grandi vini del mondo ma anche uno dei territori vinicoli più affascinanati in assoluto. Mi permetto tale iniziativa, che riconosco essere non richiesta (ma ci tengo a sottolineare, anche applaudita nella versione inglese da un impressionante numero di produttori di Montalcino che ne hanno ricevuto copia, nemmeno io so come) in base a venticinque anni di visite a Montalcino, un amore immenso per i suoi vini, e un grande numero di interviste eseguite in loco in seguito allo scandalo (più di una ottantina solo negli ultimi cinque mesi).

Per capire Montalcino e il Brunello: alcune difficoltà
Per analizzare compiutamente la situazione venutasi a creare a Montalcino oggi, e per cercare di offrire un contributo che non sia solo di giornalismo urlato o comunque polemico e di pochissimo aiuto alle istituzioni e alle aziende stesse, conviene fare prima un passo indietro. A differenza di vini molto famosi come ad esempio quelli di Borgogna o Bordeaux, il Brunello di Montalcino è in realtà un “nuovo arrivato” nelle classifiche dei più importanti vini del mondo, con circa 150 anni di storia alle spalle soltanto. Grazie all’ingegno di due uomini, Clemente Santi prima (famiglia che all’epoca non si chiamava ancora Biondi-Santi), colui che per primo sembra avere isolato un clone speciale di sangiovese, e suo nipote Ferruccio Biondi-Santi poi (figlio di Caterina Santi e Jacopo Biondi), generalmente accreditato per aver perfezionato il Brunello alla fine del 1800, Montalcino si è identificata negli anni con il sangiovese o più precisamente con la sottovarietà che si chiama sangiovese grosso (nome improprio). Proprio come la Côte d’Or (Borgogna) è intimamente legata al pinot noir e allo chardonnay, la Mosella al riesling e le Langhe al nebbiolo, Montalcino viene associata nell’immaginario collettivo al sangiovese. Quando ben fatto, il Brunello di Montalcino è un vino semplicemente fantastico ed assolutamente unico il risultato magico di un incontro fra un terroir specifico e un’ altrettanto specifica varietà d’uva. Mi sembra che sia proprio qui uno dei messaggi più importanti che spesso viene dimenticato da chi deve affrontare o analizzare il problema del vino di Montalcino oggi.

Purtroppo, il sangiovese non è una varietà o, molto più esattamente, è una  “varietà-popolazione” di tante sottovarietà imparentate fra loro facile da coltivare o da vinificare. Di maturazione tardiva, soffre nei climi troppo freddi, umidi e bagnati: che è poi il ritratto di  Montalcino in alcuni momenti dell’anno, dove neve e nebbie invernali e primaverili sono abbastanza frequenti. Inoltre, il sangiovese è una cultivar che non dà il meglio di se, per usare un eufemismo, in terreni ricchi di argilla e peggio ancora se a forte contenuto sodico, presenza caratteristica di molti terreni di Montalcino, una verità oggi inoppugnabile che si è venuta a creare grazie agli scriteriati aumenti degli ettari atti alla produzione di Brunello, con un’ espansione del territorio a DOCG anche in quei versanti o zone che non sono mai state associate alla produzione di un grande Brunello. Invece, il sangiovese, quando coltivato in siti davvero idonei, è una grandissima varietà di uva da vino e che non ha alcun bisogno di essere “aiutata” da altre varietà, come colpevolmente sostenuto da alcuni enologi e proprietari spinti in massima parte da motivi di interesse personale. Per chi vuole vedere e capire davvero, sono moltissimi gli esempi di vini che dimostrano come il sangiovese in purezza possa dare dei grandissimi vini, e questo anche in diverse parti della Toscana (vedere ad esempio i vini di Poggio di Sotto, Costanti, Salicutti, Case Basse a Montalcino o di Le Cinciole, Felsina, Montevertine, Selvapiana in Chianti, ma molti altri ancora ce ne sarebbero). Si tratta in fondo di grandissimi vini che rivaleggiano con il meglio della produzione mondiale, un dato di fatto che non va mai dimenticato.

Purtroppo, data la nota difficoltà di produrre un grande vino da 100% sangiovese in molte delle sottozone di Montalcino, e soprattutto in quelle di recente creazione, esiste da diverso tempo a questa parte una spinta, nemmeno tanto segreta (se pur oggi latente, dato il recente scandalo) per ottenere una modifica del disciplinare di produzione del Rosso e del Brunello di Montalcino e portare all’utilizzo, finalmente legale, di varietà quali cabernet sauvignon, merlot e syrah (e magari anche uve autoctone come montepulciano e addirittura il nero d’Avola). A mio modesto parere, il problema con questa “soluzione” è che i vini che ne risulterebbero avrebbero poco o nulla in comune con i più grandi e caratteristici vini di Montalcino. Del resto, la descrizione stessa del Brunello nelle note del sito web del Consorzio è molto interessante, e non può fare a meno di fare apparire un sorriso sulle labbra di chi se ne intende anche un poco: “…vino limpido e brillante dal colore granato vivo…,” “...aromi di sottobosco, legni aromatici, piccoli frutti, una traccia leggera di vaniglia e confetture di frutta…”. Notate bene che da nessuna parte si legge (e ci mancherebbe davvero!) colori o tonalità nerastre o inchiostrose, o aromi e sapori  di pepe nero, cioccolata, caffè, peperone e quant’altro, tutte caratteristiche presenti in piccola o grande parte in moltissimi dei vini di Montalcino etichettati come Brunello o Rosso di Montalcino negli anni passati. Eppure molti consumatori ed appassionati di vino in tutto il mondo hanno continuato a pagare prezzi altissimi per vini che venivano etichettati come Brunello. Vi sembra giusto pagare una quantità enorme di soldi per una Mercedes se poi la macchina che vi hanno venduto dovesse nascondere sotto il cofano un motore della Ford o della Hyundai? La macchina sarà bella e funzionerà comunque, ma vi hanno venduto un falso, e voi l’avete pagata lo stesso profumatamante. Una situazione incresciosa e comunque esacerbata da una stampa specializzata comunque per lo più incapace e poco coraggiosa, che ha assegnato punteggi altissimi e valutazioni iper-positive negli anni a vini neri come l’inchiostro e dai profili organolettici del tutto diversi da quelli che dovrebbero ricordare un vino prodotto da sangiovese in purezza.

Dicevo che uno dei problemi più grandi, ed a mio modo di vedere il più grande nel produrre un Brunello davvero buono a 100% sangiovese, si trova nella enormemente aumentata zona di produzione del vino. La zona di produzione del Brunello di Montalcino viene spesso paragonata, e direi felicemente, a un’ enorme collina che degrada gentilmente verso le pianure circostanti. Tutta questa zona di produzione consiste in realtà in un territorio ad estensione grosso modo circolare, delimitato dalle valli dei fiumi Asso, Ombrone e Orcia, con un’estensione di 24.000 ettari totali di cui 3.500 ettari circa vitati. Questi sono suddivisi in circa  2.000 ettari a Brunello, 250 ettari a Rosso di Montalcino, e 900 ettari a Sant’Antimo, la DOC di Montalcino che permette l’utilizzo di vitigni internazionali. La collina di cui scrivevo prima si trova nel centro, ma non proprio, del territorio circolare appena descritto.
Ora, io credo fermamente che non sia possibile produrre vini davvero grandissimi, al livello dei migliori del mondo, da un’ estensione di vigne così vasta, che comporta per forza di cose realtà geologiche, esposizioni, altimetrie e micro-climi del tutto diversi. Con un numero di ettari simile, è semplicemente impossibile sperare che vini di sangiovese in purezza siano tutti eccelsi.  Permettetemi un paragone tra Montalcino e la Borgogna.  A puro titolo di esempio, tutto l’insieme del grand cru Musigny ammonta a soli 10,7 ettari, e pure i 24 vigneti a denominazione premier cru di Chambolle-Musigny arrivano a solo circa 60 ettari. A Vougeot, dove domina il famosissimo grand cru Clos de Vougeot, abbiamo un totale di 67 ettari riconosciuti ufficialmente, dei quali più di 50,  o un incredibile (e aggiungerei poco realistico) 75% del totale sono designati a grand cru.  Non si tratta quindi di una coincidenza allora che il Clos de Vougeot, il più esteso grand cru della Côte d’Or, venga generalmente considerato da tutti i veri esperti in materia come, fra tutti i vigneti più importanti di Borgogna, come quello degno di minore fiducia, perché vi si producono molti vini non all’altezza della loro fama.

Purtroppo, negli anni non sono solo gli ettari a Montalcino ad essere cresciuti a dismisura: anche il numero di produttori ha subito un aumento pantagruelico. Mi permetto allora, solo per fare un esempio, di ricordarvi che all’ Esposizione di Siena del 1933 furono presentati solo quattro Brunello: Biondi-Santi, Angelini, Barbi e Roberto Franceschi ma solo Biondi-Santi e Angelini imbottigliavano un Brunello in maniera regolare. Il numero dei produttori a Montalcino è purtroppo cresciuto in maniera esponenziale negli anni:

• annata 1975: 800.000 bottiglie di Brunello prodotte da circa 25 produttori.
• annata 1985: 1.8 milioni di bottiglie e 95 produttori
• annata 1995: 3.5 milioni di bottiglie e120 produttori
• annata 2004: 6.7 milioni di bottiglie e 250 produttori

Tornando per un attimo agli ettari vitati totali, mi permetto di segnalare che non tantissimo tempo fa esistevano nella zona di Montalcino solo 46,6 ettari specificatamente adibiti alla viticultura, più altri 38,4 di coltivazione promiscua. Oggi ci sono più di 2000 ettari vitati dai quali poter produrre Brunello: sono cifre che si commentano da sole.

L’incremento dei numeri di produttori negli anni non è di per se biasimevole, e anzi oserei dire altamente comprensibile data la struggente bellezza paesaggistica del luogo, le carinissime cittadine medievali della zona e uno stile di vita che renderebbe felice chiunque si senta sopraffatto dai ritmi sempre più vertiginosi e alienanti dei grandi centri urbani e di un mondo che si è dato sempre più una dimensione ipertecnologica che non è forse la sua. Aggiungete a queste riflessioni alcune leggi dell’ Unione Europea che hanno invogliato i giovani a produrre vino in zona e che l’avere acquistato terreni a Montalcino si è rivelato uno dei migliori investimenti del secolo (un ettaro vitato a Brunello oggi vale dai 300.000 ai 500.000 Euro, un incremento in valore di più del 2.000% dal 1967 a oggi),  e avrete un quadro preciso dell’insieme, un insieme di fattori che hanno spinto molte persone a trasferirsi qui o a iniziare la produzione di vino. Viene da dire spontaneamente, beate loro, se tutto ciò non avesse però avuto pesanti ripercussioni sulla qualità, e la tipologia, del Rosso e del Brunello di Montalcino prodotti oggi.

Va riconosciuto che proprio queste ultime considerazioni spiegano alcune delle difficoltà che si incontrano in zona nell’affrontare concretamente i problemi di oggi. Molti dei produttori di Montalcino non vanno molto d’accordo, e una chiacchierata anche solo poco attenta con molti di essi rivela antipatie e divisioni profonde. Molti dei piccoli produttori guardono ai grandi proprietari terrieri con malcelata sfiducia, perché ritengono che i loro interessi non possano mai combaciare con quelli di coloro che hanno produzioni cento volte superiori. Molti ritengono anche, a torto o ragione, non so, che molti dei nuovi arrivati non si siano spinti a Montalcino solo per amore della zona o del vino, ma piuttosto per la convenienza economica nell’iniziare a produrvi vino. E il fatto (per nulla sfuggito alle persone più attente) che tra le aziende coinvolte nello scandalo di Brunellopoli vi si trovavano quelle che da sole producono il 50% di tutto il Brunello, o quasi, non ha fatto altro che aumentare i problemi e le difficoltà di tutti. Con la molto concreta possibilità che altre aziende escano dal Consorzio, come le tre, e per di più di altissima qualità, che hanno già provveduto in tal senso.

Tutto ciò è un vero peccato, non c’è che dire. Ma non si tratta solo di un peccato intellettuale, se così posso dire. Perché l’avere un così alto numero di produttori, e forse nemmeno tutti bravissimi, comporta delle conseguenze pesanti per tutti. Infatti, ormai il Brunello vende davvero bene, e riceve commenti entusiastici da parte della stampa specializzata, solo nelle vendemmie migliori, mentre i vini di annate difficili vendono poco e male. Si tratta di osservazioni oneste che qualsiasi importatore estero vi confermerà senza alcun problema, e mi dispiace dovere annunciar qui, fin da ora, che diversi produttori di Montalcino siano in procinto di perdere il loro importatore U.S.A.  Forse nemmeno lo sanno ancora. Per la legge della domanda e dell’offerta, ci sono ormai troppe bottiglie di Brunello di Montalcino disponibili sul mercato, e nemmeno tutte di qualità eccelsa, con il risultato che sempre più il Brunello corre il rischio di finire svenduto a prezzi molto bassi, con tutte le inevitabili ricadute negative sulla immagine del vino e della zona. Queste considerazioni da sole dovrebbero spingere il Consorzio e anche gli enti di governo a cercare di fare qualcosa per modificare la rotta attuale.

Cosa fare e come procedere OGGI: le mie idee e suggerimenti in merito
E’ mia ferma opinione che il ripetere ad nauseam l’affermazione che “ …bisogna lasciar fare ai produttori come meglio credano, liberandoli dai lacciuoli di disciplinari e regole varie… “ esprima notevole pochezza intellettuale. E benché io possa arrivare a capire e anche condividere alcune delle implicite realtà di una simile affermazione, resta che il lasciare via libera a chi vuole fare come più o meno crede non mi sembra un’idea valida. Si sente mai dire o si vede mai scrivere che bisognerebbe permettere l’uso di altre uve, magari quelle che maturano già ad agosto, nei vini di Volnay o Barolo solo perché l’annata è stata piovosa e difficile? Non mi sembra proprio, anche se riconosco che tali vini, in annate complicate come il 2002 potevano senz’altro essere migliori di quelli che sono stati poi effettivamente prodotti. E’ vero che i produttori migliori non hanno alcun bisogno di un burocrate che gli dica come fare il proprio vino, e che i migliori fra loro riuscirebbero sempre o quasi (natura permettendo) a produrre un ottimo vino, e questo senza tante regole disciplinari. Ciò detto, credo che siamo tutti in grado di riconoscere oggi come una deregulation selvaggia (basti pensare alle banche) non sia forse il migliore modo di procedere e che una pur minima opera di controllo e di regolamentazione abbiano un significato. E per quanto possano essere criticabili e datate alcune delle indicazioni delle DOC e DOCG d’Italia, va riconosciuto come, almeno in alcune zone, che tali disciplinari aiutino a conservare una tipicità dei nostri vini, o comunque una loro collocazione in un solco ben preciso di vini attinenti alla nostra memoria storica. L’Italia ha l’enorme fortuna di poter produrre vini unici, che nessun altro paese può copiarci, ma se dovessimo intestardirci ad aggiungere quantitativi sconsiderati di cabernet o syrah o altre uve che appiattiscono i nostri prodotti rendendoli tutti simili a quelli di altre zone del mondo e per nulla riconducibili al nostro territorio, allora ci stiamo illudendo e stiamo creando un danno enorme sia alle generazioni attuali sia a quelle future.

Ecco allora i miei modesti suggerimenti per aiutare i produttori di Brunello di Montalcino ad affrontare alcune delle problematiche che gli si pongono davanti. Beninteso, sono riflessioni personali e per questo anche possibilmente sbagliate o non condivisibili, in parte o per intero, ma spero avranno almeno il merito di stimolare una franca discussione o una serie di pensieri che si rivelino essere di una qualche utilità per tutti.

1. Mantenere il Brunello di Montalcino un sangiovese in purezza
Come conseguenza delle difficoltà economiche globali, il grande pubblico oggi presta grande attenzione a come spende i propri soldi. In breve, ne spende meno e con maggiore oculatezza. Ne segue che oggi non basta più produrre un ottimo vino per conquistare i mercati, ma bisogna essere in grado di offrire un prodotto che abbia delle caratteristiche specifiche e ben diverse da quelli di tanti altri prodotti sul mercato. A questa considerazione va aggiunta la constatazione che il costo del lavoro in Italia è, e sarà sempre, molto più alto che in altri paesi del mondo. Ne consegue che noi non potremmo mai competere con i vini di altre zone, come quelle del Nuovo Mondo, vini che risulteranno sempre essere molto ben fatti e meno costosi dei nostri. Combattere queste battaglie di mercato con vini uguali ai loro, vini che non hanno un senso di appartenenza a un territorio ben specifico, non mi sembra molto logico, ma forse sbaglio io.

Nel caso specifico del Brunello, permettere un’ aggiunta anche minima di altre quantità di uve aggiunte, o limiti che si sanno essere una volta ammessi poco rispettati comunque, potrebbe portare a delle ricadute di vendita e di immagine molto negative per il vino e la zona stessa. Dato che l’aggiunta anche minima di piccole percentuali di cabernet sauvignon o merlot modifica notevolmente le caratteristiche del Brunello e del Rosso di Montalcino, si ottengono così vini molto simili ad altri prodotti altrove nel mondo. Trattasi di veri e propri vini Zelig che ben si adattano a qualsiasi palato ma che hanno perso il loro legame con il terroir unico di Montalcino. Ripeto che in Borgogna o Mosella, ad esempio, si sente molto poco richiedere aggiunte di syrah o chardonnay ai loro vini per aiutarli a vendere meglio, proprio perché quei produttori sono più consapevoli della storia e del patrimonio unico che hanno la fortuna di avere tra le mani. Ma purtroppo a Montalcino, come abbiamo visto, tale storicità e senso di appartenenza da parte dei produttori ce ne è forse meno di quanto sarebbe invece necessario. E’ indubbio che Montalcino e il sangiovese rappresentano un connubio unico, e che Montalcino sia una delle solo due, massimo tre, zone viticole del mondo dove il sangiovese riesce a dare dei vini grandiosi, assolutamente allo stesso livello dei più grandi vini del mondo, e questa ricchezza non va buttata a mare per mettere in atto stratagemmi dalle gambe corte.

Concludo che, proprio come per il Barolo e il Barbaresco, grandissimi vini ottenuti a partire da nebbiolo in purezza, anche il Rosso e il Brunello di Montalcino sono vini unici che solo noi in Italia possiamo produrre. E dovrebbe davvero far riflettere tutti quanti a Montalcino, e non solo, le enormi difficoltà di vendita che hanno oggi la maggior parte dei Supertuscan, anche molti vini di Montepulciano e del Chianti, nomi importanti e storici che oggi hanno difficoltà a conquistare i mercati, se non a prezzi bassi. Non solo, ma si tratta di vini che oramai non hanno spesso alcuna identità o legame con il territorio, cercando di vivacchiare grazie al loro nome una volta riverito, non riuscendo a capire come alla lunga il pubblico non comprerà, se non a prezzi stracciatissimi, un Chianti o un Nobile, e quindi un giorno anche il Brunello, che  sanno di cabernet o merlot e per nulla di quell’angolo di Italia dai quali sono supposti provenire.

2. Creare una nuova DOC denominata Montalcino in aggiunta a Sant’Antimo
La creazione di una nuova DOC in aggiunta a quella già esistente di Sant’Antimo è molto importante. Posso capire chi sosterrebbe che una ennesima DOC non farebbe che acuire i problemi, ma resta che il nome Sant’Antimo è poco conosciuto nel mondo e non ha lo stesso cachet o pull di Montalcino. Il nome Sant’Antimo potrebbe continuare ad essere usato per i vini bianchi e il Vin Santo prodotto in zona.  Invece, una nuova DOC Montalcino, limitata solo a varietà rosse, incluse le internazionali quali merlot e syrah, permetterebbe di cogliere due grandi risultati. Da un lato si avrebbe la possibilità di vendere vini con una denominazione più riconoscibile di quella di Sant’Antimo, e dall’altro permetterebbe a tutti quei produttori con vigne di Brunello a Montalcino non felicemente ubicate, di poter produrre lo stesso un vino rosso molto importante che contenga solo una parte di sangiovese. E quindi un vino legale e migliore di quello che produrrebbero se fosse davvero solo 100% sangiovese. Ritengo che questa nuova DOC, che si vorrebbe far diventare poi rapidamente una DOCG, sarebbe in tutto e per tutto assimilabile a quella di Bolgheri, un esempio di denominazione che è rapidamente salita agli onori della cronaca e che gode di ottima stampa e percezione pubblica. In merito al disciplinare della nuova DOC Montalcino, dato comunque il legame con il sangiovese di questo specifico terroir, si potrebbe indicare una percentuale minima di sangiovese richiesta, che potrebbe aggirarsi dal 50 al 70%.

Per evitare però che si vengano a ricreare quegli errori che affliggono molte delle DOC d’Italia, dove fin troppe varietà diverse sono state incluse, contribuendo così alla produzione di vini del tutto differenti l’uno dall’altro e che generano non poca confusione nella mente di chi deve acquistare una bottiglia di vino, legata idealmente alle carattersitiche di un territorio, proporrei di limitare le uve da includere nel blend a cabernet sauvignon, cabernet franc, merlot e syrah, e possibilmente anche il montepulciano.

Aggiungo che non ritengo, a differenza di quanto espresso da alcuni produttori con cui ho parlato in questi mesi a Montalcino, che una nuova DOC semplicemente intitolata Montalcino possa portare a confusione con gli attuali due vini Brunello di Montalcino e Rosso di Montalcino. Questo perché la maggiore parte del pubblico che beve vino, e soprattutto all’estero, si riferisce ai due vini attuali come semplicemente Brunello e Rosso. Non credo nemmeno che questa nuova Montalcino DOC (o DOCG) possa in qualche modo fare ombra o togliere importanza al Brunello o al Rosso, perché essendo a base di uve internazionali, i vini che ne risulterebbero sarebbero chiaramente diversi dal Brunello e dal Rosso, e quindi un confronto sarebbe improponibile. Proprio come confrontare mele e arance: tutto si può fare, e molti ci proveranno lo stesso, ma resta che si tratta di frutti completamente diversi.

Va detto poi che il Consorzio e il Governo dovrebbero entrambi investire nella nuova DOC e aiutare i vini ad affermarsi nel modo più rapido possibile. Non sarebbe giusto nei confronti di chi lavora sul territorio non aiutare in maniera anche molto concreta chi si troverebbe nella situazione di dovere lanciare un vino anche importante ex-novo. Con i giusti investimenti di comunicazione e di promozione, non dubito che i nuovi vini di Montalcino incontrerebbero molto successo. Basti pensare al grande successo di pubblico e critica di vini quali Masseto o Grattamacco per capire le grandi potenzialità intrinseche di una simile operazione. E aggiungo che, siccome forse non tutti a Montalcino vorrebbero produrre per forza di cose un vino molto importante e costoso nella nuova DOC Montalcino, si potrebbe creare un disciplinare a maglie più larghe, ad esempio permettendo rese più alte di quelle in vigore per la produzione del Brunello. Si otterrebbe così di diminuire i costi di produzione e comunque ogni produttore avrebbe facoltà di scelta e potrebbe comunque decidere di produrre vini da rese più basse. Infine, la creazione di una nuova DOC Montalcino, che permetta l’utilizzo di uve foreste, consentirebbe ai legislatori di non modificare la esistente DOC del Rosso di Montalcino, cosa di cui moltissimi produttori di Montalcino non vogliono proprio voler sentire parlare, e non credo che sia utile cercare o proporre altri motivi di attrito in questo momento difficile.

3. Non modificare la DOC Rosso di Montalcino 
Sono a conoscenza del desiderio di molti a Montalcino di modificare il disciplinare del Rosso, piuttosto che creare una nuova DOC Montalcino che, a loro modo di vedere, porterebbe solo ad ulteriore confusione. La loro proposta è quella di suddividere la DOC Rosso di Montalcino in due tranches, una detta Rosso di Montalcino Superiore e un’altra semplicemente detta Rosso di Montalcino o Montalcino Rosso. In questo sistema di classificazione, il Rosso Superiore rimarrebbe un sangiovese in purezza, magari con un invecchiamento minimo in legno di quattro mesi circa, e la categoria Montalcino Rosso o Rosso di Montalcino potrebbe invece permettere l’uso di vitigni internazionali in percentuale varia. Una variazione sul tema è stata già proposta recentemente e sconfitta, quando si voleva creare un Montalcino Rosso sangiovese e un Rosso normale.  Comunque tutti dicono che prima delle prossime nomine nel Consiglio del Consorzio (e quindi non prima del marzo-aprile 2010) non si modificherà o proporrà più nulla in materia. Allegria.

Benchè quanto enunciato sopra possa anche essere un’ alternativa valida, sottoporrei all’attenzione di tutti coloro che hanno a cuore queste problematiche che il consumatore medio non ne può più di dizioni tipo Superiore, Classico, Speciale e quant’altro, come anche dei nominativi tipo “sangiovese” o “trebbiano” in etichetta quando quei vini possono legalmente contenere fino a un 20 o 30% di altre uve. Aggiungerei anche che limitare le uve internazionali a una categoria di vino semplicemente denominata Rosso, con il Rosso Superiore a 100% sangiovese, collocherebbe i nuovi vini prodotti a partire da o con uve foreste a un grande svantaggio mediatico, con una percezione infelice da parte del grande pubblico, dato che il termine “Superiore” implica di fatto un qualcosa migliore. Così facendo, si otterrebbe solo di usare uve internazionali per vini meno considerati fin dall’inizio, che non aiuterebbe a risolvere il problema di quei tanti nuovi produttori che oggi hanno vigne a Brunello ma che non possono, per la loro stessa ubicazione, produrre grandi vini a base di solo sangiovese. Invece, la creazione di una nuova DOC permetterebbe a questi produttori di poter produrre vini da vendere a dei prezzi interessanti e importanti.

Infine, non sono d’accordo, ma non lo sono in molti altri, che il Rosso di Montalcino prodotto solo da sangiovese non venda bene. Non vende bene quello fatto male, e comunque a partire da terreni che non possono dare un sangiovese di buona qualità. Del resto, basta chiedere presso i produttori che da sempre hanno creduto nel Rosso di Montalcino e che ne producono di ottimi quali difficoltà di vendita abbiano. La risposta è universalmente, no, non  hanno problemi di vendita alcuna. Del resto, i Rossi di Montalcino 2007, una grande annata, sono stati molto ben accolti, e dimostrano il grande potenziale nel produrre degli ottimi vini da sangiovese che siano però più leggeri e di beva più immediata rispetto al Brunello. Oserei dire che Montalcino ha bisogno di una simile presenza per offrire ai mercati di tutto il mondo dei vini diversi fra loro e adatti a ogni momento della tavola e della giornata.

4. Modificare e migliorare le indicazioni del disciplinare per la produzione di Brunello e gli altri vini di Montalcino
Commissione tecnica.  Non è giusto ritenere i produttori di Montalcino gli unici responsabili di Brunellopoli. Esistono precise responsabilità anche da parte di uomini di governo e delle istituzioni. Ad esempio, non si capisce proprio perché i componenti delle varie commissioni di assaggio delle Camere di Commercio, che non hanno avuto alcuna difficoltà negli anni a rilasciare fascette di stato DOCG, non vengano pesantemente coinvolti nel dibattito e rivedere completamente le commissioni d’assaggio negli organici e nel loro funzinamento. Come sia mai possibile che i cosidetti esperti di queste commissioni abbiano approvato negli anni Brunello e Rosso di Montalcino neri come l’inchiostro è semplicemente inaccettabile. Qualora non ci sia la voglia o il desiderio di modificare alcunché in questo senso, allora si potrebbe pensare di ripristinare la vecchia commissione tecnica interna al Consorzio, che indicava dopo assaggi alla cieca (proporrei tre esperti massimo) ai vari consorziati di rivedere il loro vino. Tale commissione tecnica ha smesso di funzionare attorno al ’95 o al ’96, sempre per ragioni poco condivisibili. Essa invece potrebbe aiutare parecchio gli associati, sempre che riesca ad essere un organo di controllo indipendente e effettivamente capace di svolgere il proprio lavoro.

Riduzione delle rese. Un altro possibile cambiamento da prendere in considerazione è la riduzione ulteriore delle rese di sangiovese a Brunello. Siccome si produce troppo Brunello che oggi non si può smaltire se non a prezzi bassi, si deduce che gli attuali 80 quintali/ettaro siano un limite troppo generoso. Proporrei una riduzione a 60 o anche 50 quintali/ettaro. Vero che così si aumentano i prezzi e i costi di produzione, ma è anche vero che un Brunello buono non avrà mai grandi problemi di vendita. Tra l’altro tutto ciò aiuterebbe a migliorare il Rosso, con mosto che sarebbe stato usato per produrre Brunello.

Ridurre il tempo di affinamento in legno. Si potrebbe anche pensare di ridurre ulteriormente il tempo di affinamento in legno dagli attuali due anni a diciotto mesi, fermo restando che il tempo di invecchiamento totale (quindi, in inox, cemento o vetro) debba rimanere inalterato. Questa modifica permetterebbe di produrre vini meno marcati dal legno e più bilanciati nelle annate più difficili, ma va detto che un simile cambiamento andrebbe ipotizzato solo con un parallelo cambiamento al disciplinare del Rosso, in modo tale da evitare che i due vini risultino poi essere troppo uguali (quindi, come scritto sopra, limitare l’invecchiamento in legno del Rosso a un massimo di 4 mesi).

Creazione di un sistema di cru e sottozone specifiche.  E’ impossibile parlare di UN Brunello di Montalcino. Come spiegato precedentemente, la zona è troppo vasta e troppo diversificata per potere dare vini davvero riunibili sotto un’ unica bandiera. Una migliore caratterizzazione di vini mediante l’uso di sottozone dovrebbe essere un grande aiuto alle vendite e uno stimolo alla divulgazione delle specificità del territorio, ma purtroppo non tutti i produttori la intendono in questo modo. Eppure appare chiaro a tutti, come le grandissime differenze in altimetria e terreni a Montalcino portano alla produzione di vini tutti diversi fra loro. Le vigne delle pianure e della vallate sono formati da depositi alluvionali fertili e profondi del periodo quaternario con presenza di marne calcaree, sabbie e argille. Più in alto, i terreni diventano più poveri con più calcare e marne, e anche tufo di orgine vulcanica, per non dimenticare i depositi di galestro da sempre molto adatti al sangiovese. Purtroppo la grande espansione delle zone a produzione di Brunello ha comportato l’inclusione di molte zone ricche in argilla nelle quali molti produttori vorrebbero poter, ad esempio, piantare merlot.

Già negli anni Ottanta, i produttori distinguevano Montalcino in più sottozone, quelle riconducibili a  Torrenieri, Montalcino stessa, Castelnuovo dell’Abate, e S. Angelo in Colle.  Sappiamo oggi che una simile suddivisione è fin troppo semplicistica e poco attinente alla realtà della complessità del terroir ilcinese. In effetti, una più corretta suddivisione dovrebbe includere anche Camigliano, S. Angelo Scalo, Tavernelle e Buonconvento, oltre alle già citate Torrenieri, Montalcino, Castelnuovo dell’Abate e S. Angelo in Colle. Aggiungerei inoltre che andrebbero però riconosciute delle sotto-sottozone specifiche o “aree specifiche” quali Montosoli e Sesta, che hanno condizioni climatiche e terreni del tutto diversi dalle realtà circostanti. Che i produttori siano preoccupati di una simile iniziativa si può capire, dato che alcune delle sottozone sono da sempre associate a vini meno buoni. Questa difficoltà ad istituire una classificazione in sottozone arriva ad essere esacerbata però anche da contenziosi ridicoli, come quella che alcuni produttori, ad esempio, non vogliono essere associati a un nome come “Scalo” , e quindi vorrebbero prima modificarlo. Insomma...

Resta incontrovertibile il dato di fatto che tra una vigna sul versante meridionale di Montalcino e una a nord ci possono essere anche trenta giorni di differenza nella data di vendemmia. Non solo, ma tali differenze vengono anche riscontrate in vigne localizzate sulla stessa collina ma ad altimetrie diverse, il che significa produrre vini dai profumi e dalle strutture differenti.

Fermiamoci a riflettere sul fatto che tante altre zone del mondo hanno le loro varie sottozone: Bordeaux ha la Rive Droite e la Rive Gauche (ma anche Pauillac, Pomerol e Margaux), la  Napa Valley include sottozone altamente diverse fra loro quali Stag’s Leap, Oakville e Howell Mountain, e perfino nazioni meno conosciute per la loro viticoltura ma di grande qualità quali la regione del Niagara in Canada con le sue Beamsville Bench e St. David’s Bench, sembra solo logico che Montalcino abbia una sua suddivisione in sottozone alle quali siano riconducibili vini specifici. Tra l’altro si ha l’esempio di quanto avvenuto a Barolo e Barbaresco, dove da anni si vendono vini con l’indicazione dei cru, spesso con grande profitto, tanto che oggi si è arrivati alla creazione di sottozone specifiche ufficiali.

Inoltre, Montalcino è sempre stata associata a sottozone e cru specifici, e questo fin dalla notte dei tempi. Già nel quattordicesimo secolo esisteva un sistema arcaico di riconoscimento delle zone migliori, e un’analisi di vecchi documenti rivela come alcuni siti venivano specificatamente individuati già allora: Collemattoni, Pian dell’Oro, Poggio Lupaia, Il Colle, La Pescaia e Campo Il Fornello sono nomi che si riconoscono ancora oggi.
Molti produttori a Montalcino possiedono vigne nei quattro angoli della denominazione. In questi casi, e purché tale provenienza delle uve sia certificata e documentata, tali produttori potrebbero risultare esenti dalla menzione di una sottozona.

Non si tratta di arrivare a creare un sistema per cui si potrebbe dire che un Brunello sia più buono di un altro, ma solo che si tratta di vini diversi, ognuno con le sue peculiarità e caratteristiche. Proprio come un Margaux è completamente diverso da un Pauillac, ma non necessariamente uno migliore dell’altro, così sarebbe per Montalcino. Del resto si sente spesso dire, ad esempio, che la zona di Buonconvento è meno vocata di Montalcino: sarà, ma non deve sfuggire che nel diciasettesimo secolo il 12.5% del territorio di Montalcino era vitato, ma anche il 10% di quello di Buonconvento.  Anzi, in quell’epoca, il territorio di Buonconvento produceva il doppio del vino di Montalcino, segno che comunque ai tanti piaceva, o che comunque trovava un suo canale di vendita. E sono molti i produttori oggi che ritengono si potrebbero ottenere ottimi vini dai poggi migliori di Buonconvento.

Montalcino e i suoi produttori si trovano davanti ad un bivio importante e con molte difficoltà da affrontare e decisioni, anche dure, da prendere. Personalmente non dubito, o comunque ho la speranza, che alla fine di questo percorso dialettico e di riflessione troveranno la soluzione migliore per tutti.  Si tratta in fondo di una grande e bella caratteristica di noi Italiani. Io e tutti coloro che amano visceralmente il Brunello, il Rosso e Montalcino tutta non possono che augurarsi una rapida soluzione ai problemi e tanti ottimi vini futuri, per continaure a costruire un’ immagine e una reputazione degna della propria, grandissima, storia.