L’attenzione dell’oblio: il vino e il territorio, vero o falso?
| 01 Marzo 2010
Ritorno indietro volentieri al mio Editoriale di febbraio, prendendovi spunto per una analisi più ampia del fenomeno “vino del territorio”.
Fenomeno inteso qui come frase fatta, usata ad arte da chi ne ha tutti i motivi, e dei vantaggi da trarne. Non voglio dire che il vino del territorio non esista, e nemmeno che non sia una grande idea, anzi: piuttosto, si tratta di una ottima intuizione, una idea da sfruttare e da valorizzare appieno. Ma chiunque abbia prestato un minimo di attenzione in questi due anni, durante le molte e varie presentazioni, anteprime, degustazioni, serate e altri momenti d’incontro con il vino, si sarà accorto di una generale volontà di parlare di “territorio” in antitesi alla varietà o alla cultivar. Si tratta di una semplice questione di vero e falso. Ve lo ricordate il gioco?

Affermazione n. 1, VERO: il nostro vino rappresenta un compendio di emozioni, di storia, di cultura, di tradizioni e di innovazioni, e quindi non deve essere ridotto al denominatore più comune della varietà d’uva con cui è fatto e basta. Questo perché di chardonnay, di cabernet sauvignon, syrah, ecc..ecc… è pieno il mondo, e noi, con duemila e passa anni di storia vinicola alle spalle e una geologia e microclini del tutto particolari e unici non produciamo certo lo stesso chardonnay o cabernet di California o Cile.
Affermazione n. 2, VERO : il “vino del territorio” può essere un modo intelligente e molto reddittizio per attirare attenzione e clienti per i nostri vini, dato che i paesaggi unici di Toscana, Umbria, Friuli, Campania ecc…ecc…ce li abbiamo solo noi.
Affermazione n.3, FALSO: Bisogna parlare di vino del territorio e non di varietà che è limitativo.
Questa è una panzana bella e buona, perché la diversità delle varietà usate per fare vino è una delle cose più belle che ci siano. Proprio come Fanta e Coca Cola sono sempre uguali a se stesse, che si comprino le lattine in India, in Francia o in Canada, un vino prodotto a partire da nebbiolo è, deve essere, diverso da uno prodotto con merlot o sangiovese. Ma questo vale anche per un vino prodotto da merlot, dato che il merlot dei 500 e passa metri sul livello del mare di Gaiole dà un prodotto molto diverso dal merlot che si coltiva in Maremma, o in Cile. Non solo, ma ricordiamoci anche che un vino che debba essere per legge a base di, poniamo un esempio, 95% di una data cultivar, è poi abbastanza facilmente verificabile o controllabile, analiticamente. Mentre verificare la presenza del “territorio” in bottiglia non è altrettanto facile. Chi vuole capire, capisca.
E qui mi fermo con il gioco, per passare oltre.
Ad esempio quando si parla di Chianti Classico, mi chiedo: le caratteristiche dei vini migliori non sono dovute anche all’utilizzo, insieme al sangiovese, di malvasia nera o di canaiolo nero piuttosto che di un omologante cabernet sauvignon? Non ricordano, forse, chissà, molto di più il territorio del Chianti un Bellavista di Ama, un Rancia di Castelnuovo Berardenga, un Le Cinciole di Panzano, piuttosto che altri vini anche iperpremiati? Non so, ditemi voi. E a Montalcino, non ricordano di più il Brunello un vino di Biondi-Santi o di Poggio di Sotto che non qualche vino molto concentrato, scuro, magari tutto acciuga, pepe nero e canfora? Che poi anche questi siano vini buonissimi (e lo sono) non è il punto: qui stiamo parlando di territorialità. Se poi si vuole affermare che molti dei vini più scuri e concentrati di oggi siano migliori di quelli di una volta va anche bene, a patto però che non si cerchi di spacciarli per esempi di vini del territorio. Se non altro, perché un dato territorio non ha mai storicamente prodotto vini di quel genere. Si tratta di una questione che trova cittadinanza anche in Francia e altri paesi del mondo. Solo per fare un esempio, alcuni vini di Graves, molto moderni nella loro concezione e costruzione, sono praticamente impossibili da ricondurre ai vini di terroir di anche solo venti o trent’anni fa. La domanda da porsi è: si tratta di un progresso delle nostre conoscenze e tecniche viticolturali e enologiche che ci han portato, in maniera naturale, ad arrivare a vini del tutto diversi di quelli di una volta? Oppure si stanno stravolgendo le caratteristiche dei vini di alcune zone? Il fatto poi che questi vini siano spesso il risultato di aggiunte, dichiarate o meno, di buone percentuali di syrah, cabernet o merlot, vitigni che in molte parti d’Italia non erano mai usati in maniera prevalente nelle zone stesse, fa pensare.
Come avrete modo di leggere nel bell’articolo di Antonio Di Spirito in questo numero di New Wine Journal, i vini di Montepulciano si sono molto ben comportati in questa Anterprima. E’ una lieta novella, data l’importanza del territorio e il blasone del vino.
Tuttavia, non posso esimermi dal chiedere: perché non caratterizzare il Nobile ancora di più? Perché non identificarlo di più con il prugnolo gentile, ma direi anche e soprattutto con il mammolo, due varietà che si usano solo o quasi in questa parte d’Italia? Montepulciano e i suoi vini sono da sempre caratterizzati dalla presenza di un sangiovese adattato al proprio territorio, piantarci cloni provenienti da Montalcino o dal Chianti non mi sembra una gran cosa: e a questo proposito sono molto interessanti gli studi che porta avanti l’azienda Boscarelli, da sempre quality leader della zona, con cloni diversi per caratteristiche ampelologiche e organolettiche (quando tramutati in vino). Il mammolo poi è una firma della zona, un “di più” che si ha qui da sempre, e che andrebbe sfruttato appieno, non cercando aiuto da cabernet o merlot (che non sono poi aiuti, e anzi, alla lunga, comporteranno solo danni).

Parlare di territorio in senso preciso e non a vanvera con una frase di comodo significa anche e soprattutto investire su quelle sotto-varietà di cultivar che nei secoli si sono ben adattate al microclima e alla geologia del luogo. D’accordo, magari non si possono usare nel blend percentuali ingenti di mammolo, visto la tendenza ad ossidare che è intrinseca alla varietà, ma resta che una persona che ne capisce anche solo un poco, o che ha un minimo di esperienza degustativa e di attenzione, sa riconoscere immediatamente la presenza di una quantità, che non sia del tutto minima, di questa cultivar nel blend, per via dei grandi, direi spettacolari, profumi che elargisce al vino finito. Parlare di vino del territorio ha un senso solo se c’è un territorio vero dietro, non una “toscanità” o una “montepulcianità” vaga e aleatoria, e questo vale anche per il Chianti, per Montalcino, per la Maremma e tante altre zone, e non solo di Toscana. Quando uno dei più famosi giornalisti italiani di vino (non sono molti) va in giro dicendo che ormai il Nobile è solo un brand, spero capiscano anche i produttori di Montepulciano quale grande occasione stiano perdendo, e quale danno di immagine gli venga reso, ma almeno in questo caso, non è colpa del giornalista.
Perché va anche bene se sotto il vestito, niente: ma vada per il niente di una bella modella danese di antica memoria, molto meno se trattasi di un vino che non riconduce a un luogo, una memoria, una realtà identificabile e diversa, consona al proprio grandissimo blasone e alla sua grandissima storia. Di uvaggi sangiovese-internazionali è piena l’Italia, e non solo: più significativo, forse, il fatto che ne sono pieni anche polverosi scaffali delle enoteche nazionali, dove questi vini contendono ormai solo l’attenzione dell’oblio.



